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A corto d'ossigeno

· Nuovo episodio della saga di "Star wars" ·

Esce in questi giorni nelle sale cinematografiche Solo: a Star wars story, secondo spin-off della saga più famosa del grande schermo dopo il più che discreto Rogue one (2016). Il film ripercorre la giovinezza di Han Solo, il personaggio interpretato, nei capitoli cronologicamente successivi della serie, da Harrison Ford, ed è diretto dalla mano solida di Ron Howard. 

Alden Ehrenreich nei panni di Han Solo

Qualche anno prima di unirsi a Luke Skywalker e agli altri ribelli contro l’impero galattico, Han Solo (Alden Ehrenreich) è un contrabbandiere poco più che adolescente. Sbarca il lunario giocando d’azzardo in locali malfamati assieme all’amico Lando (Donal Glover) e seguendo i dettami del suo mentore Tobias Beckett (Woody Harrelson). Quando quest’ultimo gli presenterà un losco collega d’affari (Paul Bettany), Solo rivedrà anche una vecchia conoscenza (Emilia Clarke).
Con quest’ultimo episodio, la saga di Star wars conferma l’andamento vagamente schizofrenico mostrato da quando i suoi preziosi diritti sono stati ceduti da George Lucas alla Disney pictures. Ai pessimi capitoli sette e otto della serie principale, intitolati rispettivamente Il risveglio della forza (2015) e Gli ultimi jedi (2017), ormai rinnegati anche dai fan più accaniti dopo un inevitabile entusiasmo iniziale, fanno da pendant due film più che dignitosi, del tutto privi di sbavature evidenti, girati bene e sufficientemente coinvolgenti anche per il pubblico dei non estimatori. Rogue one aveva il solo limite di apparire sin troppo serio, ovvero di non possedere quell’atmosfera da carrozzone dichiaratamente ludico e un po’ nerd tipica non solo della serie in questione, ma di quasi tutto il cinema di Lucas e colleghi coetanei. Di apparire, insomma, sin troppo un film di fantascienza, genere che per Star wars è sempre stato un camuffamento posto al di sopra di un giocoso e postmoderno guazzabuglio di situazioni e dinamiche del vecchio cinema, dal peplum al western, dal cappa e spada popolare ai film di samurai di Kurosawa. Tutto ciò, insomma, di cui il Lucas bambino si cibava in sala.
Solo — che pure non è allo stesso livello del predecessore — ora recupera questa dimensione più leggera, senza però mai scadere nella parodia alla Balle spaziali, come invece capitava più volte, anche involontariamente, ne Gli ultimi jedi, trovando dunque un equilibrio fra umorismo, azione ed epicità nient’affatto facile. Un equilibrio che mancava alla saga in pratica dai tempi della prima trilogia uscita nei cinema, quella degli anni 1977-1983. Perché già quella dei prequel anni 1999-2005, ancorché in genere sottovalutata, risultava a sua volta un po’ troppo seriosa.
Han Solo è dunque qui il perfetto prototipo del personaggio che diventerà da adulto, ed è interpretato con sufficiente credibilità da Ehrenreich, il quale, benché non molto somigliante a Ford — per il richiamo dei tratti somatici alcuni fan avrebbero voluto un certo Anthony Ingruber —, ha anche la giusta faccia da simpatica canaglia.
E concentrarsi su quello che è sempre stato il personaggio più interessante della saga, almeno fra quelli positivi, in modo stavolta vitale e non archeologico come accadeva ne Il risveglio della forza, è già di per sé una mossa azzeccata, perché con il suo passato oscuro, sempre sul crinale fra legalità e illegalità, cinismo e un sincero spirito di ribellione, Solo diventa un viatico per uscire dal manicheismo un po’ puerile dell’universo inventato da Lucas, che finora era stato inquinato soltanto dalla parabola di Anakin Skywalker, diventato poi Darth Vader. Sorprende vedere in Star wars tutto un gruppo di personaggi non più moralmente bianchi o neri, ma in possesso di varie sfumature di grigio.
Con motivazioni variegate che li attirano sia da una parte che dall’altra del confine — stavolta veramente sottile, ma non per questo ambiguo — fra bene e male. Se dunque Luke è l’eletto dall’aura un po’ new age e sostanzialmente anemica, e per questo costantemente suscettibile di sfociare nel fantasy come accaduto nel capitolo viii, Han si conferma sempre di più come il paladino del libero arbitrio.
Uno dei pochi elementi umani in un universo in cui la Terra non è nemmeno contemplata, altra caratteristica che allontana la saga dalla vera fantascienza.
Ciò che manca a Solo per essere un ottimo film, e un capitolo davvero memorabile della serie, è viceversa l’elemento visivo. Su questo piano, infatti, il film è stranamente avaro di sorprese. Non ci sono scenari all’altezza del livello spettacolare della saga, ambienti degni di nota o paesaggi che non si siano già visti. E se nel prologo vagamente dickensiano il contesto monocromatico e sudicio è azzeccato, alla lunga stanca e rende la parte centrale del film un po’ noiosa.
Per giunta, il paesaggio da favela futuristica che fa da lontano contorno al prologo, sembra venire dritto dritto da Batman begins. In tal senso, ci si aspettava molto di più sicuramente dagli scenografi, ma anche da Howard, uno dei pochi registi veri chiamati a dirigere un film della serie.
C’è da dire che il progetto è arrivato nelle sue mani dopo che la produzione aveva già licenziato un paio di colleghi, difficile dunque pensare a grandi libertà creative. Sta di fatto che le scelte di regia finiscono per impoverire ulteriormente l’impatto visivo del racconto. Una fotografia dalle tonalità troppo desaturate e il ricorso sistematico al fuori fuoco nei confronti degli sfondi, fanno perdere il rapporto fra personaggio e ambiente circostante che invece è sempre di vitale importanza in un contesto avventuroso.

A pochi mesi dal disastroso Gli ultimi jedi, dunque, il pubblico di Star wars può riprendere un po’ di fiato. Ma la sensazione è che l’ossigeno possa finire di nuovo da un momento all’altro.

di Emilio Ranzato

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19 gennaio 2020

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