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Correzione e misericordia

· ​Per san Francesco d’Assisi la via della conversione passa sempre dal perdono di chi sbaglia ·

La Lettera a un ministro è certamente una di quelle pagine la cui trama è lo stesso evangelo del Crocifisso-Risorto. Scritto impegnativo perché tale è il dettato evangelico sul perdono ai fratelli. È al contempo una lettera nella quale emerge pienamente il sentire spirituale del “somigliantissimo a Cristo” e l’aiuto che vuole offrire al confratello ministro per la sua crescita spirituale. Riguardo al rapporto personale con Dio, Francesco, uomo spirituale, è consapevole che tutto ciò che comunemente viene considerato ostacolo — a volte anche le stesse persone — nel cammino di amore verso il Signore, deve essere considerato per quello che autenticamente è: grazia.

Benozzo Gozzoli, «La cacciata dei diavoli da Arezzo» (1450-1452)

Per questa ragione si deve arrivare anche ad amare chi ci contrista, accettandolo così com’è.Ci sembra interessante notare come a tale relazione di amore, per Francesco, debba essere posposto anche il desiderio buono, quale il condurre vita solitaria. Al rapporto fraterno di misericordia va assegnato sempre il primo posto, anche nella propria vita spirituale, il cui programma (l’appartarsi in un eremo che il ministro avrebbe desiderato realizzare) viene convertito proprio dalla concreta situazione di peccato vissuta dal fratello. È cioè il peccato del fratello che evangelizza il ministro. La cartina al tornasole del suo vero amore per il Signore e per Francesco è data infatti proprio dal perdono, richiesto o non richiesto, da concedere. È straordinaria, a tal proposito, l’immagine degli occhi perdonanti del ministro. Solo il reiterato amore, l’esercizio della continua misericordia, può attrarre il fratello che continuamente sbaglia.

In Francesco che si abbevera costantemente al costato sanguinante di Cristo riaffiora con chiarezza la macrothymia evangelica, per la quale bisogna sempre accogliere, pazientare e dare ulteriori chances al fratello peccatore, perché nessuno perisca e tutti giungano alla conversione (cfr. 2 Pietro, 3, 9).
E questa longanimità fa crescere evangelicamente lo stesso ministro perché lo spinge salutarmente a entrare sempre più nella “scandalosa” logica evangelica. Come anche i frati «che fossero a conoscenza del peccato di lui». Così matura una “fraternità misericordiosa”, una comunità che non dice male del fratello debole, che non mormora, bensì “condivide” il peso del peccato: «Ne abbiano grande misericordia e tengano assai segreto il peccato del loro fratello, perché non i sani hanno bisogno del medico, ma i malati (Matteo, 9, 12)». Sapienti si rivelano anche le considerazioni riguardanti i peccati, mortali o veniali che siano, commessi dai frati. Misericordia, segretezza, custodia fraterna fino al punto, in assenza di presbiteri, di ascoltare la colpa del fratello, «fino a che possa trovare un sacerdote che lo assolva canonicamente»: queste le caratteristiche che devono regnare nel guardiano e nell’intera comunità di frati. Da queste pagine traspare anche la profonda umanità di Francesco e la lucida consapevolezza della debolezza della nostra condizione. Quando si sbaglia, a nulla vale infierire ma bisogna portare il fratello nel cuore, farsi convertire dalla debolezza del fratello e operare nell’unico modo perché questi possa lasciarsi toccare dalla grazia di Dio: usare misericordia.
La via della conversione infatti passa sempre dall’instancabile e diuturna accoglienza nei riguardi di chi sbaglia, di noi, spesso infedeli ai doni di Dio e alla custodia fratrum sororumque.

di Corrado Lorefice
Arcivescovo di Palermo

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16 settembre 2019

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