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Corpo e anima

· Teologia dei sensi nel libro di José Tolentino Mendonça ·

Poiché l’evento dell’incarnazione è il fulcro del cristianesimo, anche a livello teologico si pone ormai da tempo la necessità di un ribaltamento di prospettiva rispetto al corpo e alla realtà sensibile. Fin dai primi secoli si è generato un divario fra l’annuncio evangelico e la concezione del corpo come causa di peccato elaborata dal cristianesimo. C’è da dire che negli ultimi decenni il mondo occidentale è approdato all’estremo opposto giungendo al paradosso di idolatrare il corpo come oggetto esteriore. È urgente invece collocarlo al suo posto smarcandolo da quel giogo improprio al quale è stato lungamente sottoposto, ma anche riportandone al centro la sacralità di realtà vivente abitata dallo Spirito.

Caravaggio «Estasi di san Francesco» (1594-1595, Wadsworth Atheneum, Hartford)

È quanto propone José Tolentino Mendonça, sacerdote e poeta portoghese, con il suo libro Mistica dell’istante. Tempo e promessa (Milano, Vita e pensiero, 2015, pagine 171, euro 15). Non c’è separazione fra anima e corpo. Questa visione è estranea alla tradizione biblica in cui l’essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio, è considerato nella sua integrità: «Il corpo non è mai un rivestimento esterno del principio spirituale o una prigione dell’anima, come invece vorrebbero il platonismo e le sue tante repliche». C’è continuità tra i vari piani dell’essere «fra micro e macro; vicino e lontano; attività e riposo; dentro e fuori», una connessione non disgiungibile perché tutto è relazionale e tutto converge. La mistica è dunque esperienza dell’unità del molteplice in cui anche gli opposti sono «tenuti insieme in armonia». Lo scrive Antonella Lumini aggiungendo che la grande tradizione di quella che l’autore chiama mistica dell’anima — da Agostino a Giovanni della Croce fino ai mistici a noi più vicini — ha tuttavia posto al centro dell’esperienza spirituale il distacco dal mondo, la «notte oscura dei sensi». La ricerca interiore ha sempre implicato una lotta contro la realtà sensibile come se il divino fosse completamente estraneo «alle potenzialità del corpo e alla sua grammatica».

Tolentino propone quindi una mistica dei sensi o dell’istante, che faccia da contrappunto alla mistica dell’anima, che intenda i sensi «come un cammino che conduce, come una porta che si apre, verso l’incontro con Dio». Il riferimento è a Thomas Merton, Michel de Certeau, e in particolare a Raimon Panikkar secondo cui «la mistica non è altro che l’esperienza integrale della vita». Non riguarda quindi pochi eletti, ma chiunque si apra a un’esperienza libera e personale di Dio e del suo Spirito attraverso un’adesione totale, senza più scarti, all’attimo presente: «Il nodo mistico in cui la storia divina e quella umana si intersecano è l’istante». Lo Spirito non è altrove, è la risorsa profonda che pervade e trasforma la vita concreta nel quotidiano. Solo l’attenzione radicale al qui e ora sfiora l’infinito/eterno perché «Dio ci attende in ogni cosa che incontriamo».

Per poter cogliere l’istante, occorre però educare i sensi, «prendercene cura, coltivarli, affinarli», affinché diventino una «porta aperta». L’autore, frammento dopo frammento, servendosi di passi biblici, citazioni di poeti e scrittori, riesce a mettere in luce le straordinarie valenze di ognuno dei cinque sensi individuando nell’esperienza sensoriale profonda il canale preferenziale attraverso cui si intesse la sottile relazione fra Dio e l’umanità. Propone quindi una vera e propria teologia dei sensi.

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24 novembre 2017

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