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Corpo a corpo spirituale

· Il mercoledì delle ceneri in una poesia di Frederik W. Faber (1814-1863) ·

La poesia Ash Wednesday (“mercoledì delle ceneri”) dell'inglese Frederik William Faber comparve per la prima volta in un volume del 1840 precedente alla conversione (La ninfea sul fiume Cherwell e altre poesie) e dedicato ai fratelli Henry e Francis. Le sue inflessioni poetiche sono pienamente ottocentesche: le prime due strofe si aprono elaborando l’esergo evangelico da Matteo, 24, 30 («quando cominciò ad affondare, gridò, dicendo, Signore, salvami») secondo il tòpos romantico, ossimorico e ipersoggettivo, del naufragio di un giovane immaturo e arso dalle «fiamme della giovinezza» (v. 3): «[Signore], non adirarti se piango / e pavento queste tempestose acque profonde» (v. 4-5), giacché è stato per raggiungerti «se per zelo e avventata precipitazione, / del tutto imprudentemente la nave abbandonai, / e sfidai il pericolo qui» (v. 7-9) nei flutti: un pericolo «troppo grande per uno debole come me» (v. 10).

Il teologo e poeta inglese

Non grazie alle risorse della soggettività romantica — incluso il suo legame analogico con il «mondo» (v. 18) — l’Io poetante del testo di Faber potrà «rafforzare il mio cuore abbattuto» (v. 15) o «tenere a freno i miei sensi indocili» (v. 16). Potrà, invece, farlo con le risorse che gli offre il dies cinerum: la sua «oscurità santa» (v. 13), la sua «melanconia che scruta lo spirito» (v. 14) e la sua «pura e segreta astinenza» (v. 17). Il dies cinerum evoca le bibliche «distese del deserto» (v. 21) e le «bestie selvagge» (v. 24) che le popolano: è questa la scena lontana (v. 22) che l’Io poetante è chiamato a percorrere dalla «Chiesa, mia Madre» (v. 19) nella solitaria sequela del Cristo (v. 20), per ingaggiarvi un corpo-a-corpo spirituale con il Tentatore (v. 22) durante «veglie di incessante preghiera» (v. 23).

L’Io poetante di Ash Wednesday di Faber «lo sa bene» (v. 25) chi è il suo nemico e quanto è grande il suo potere sui suoi sensi «deboli e confusi» (v. 25) per i «faticosi giorni di digiuno» (v. 26), sull’«ardore del suo petto» (v. 29) per «cattivi pensieri e umor nero» (v. 28) e sulla «lampada» (v. 30) della sua perceiving mind. Contro tale nemico non basta l’intuizione romantica (rassicurante, ma velleitaria e rapidamente smascherata dalla realtà dell’esistenza nel primo Ottocento) dell’analogia tra soggetto e natura, popolo, cosmo, Dio. Solo Gesù può far ritrovare al soggetto poetante l’ora del riposo (v. 31) nel «gregge dell’abito talare» (v. 33) e la croce del battesimo, «quel sigillo che i diavoli conoscono» (v. 35).

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