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Corpi che parlano

Donne di diversa età, provenienza ed estrazione sociale si raccontano e si offrono allo sguardo dell’obiettivo senza paura di mostrare occhiaie, smagliature, cicatrici e chili di troppo: donne normali, colte in pose naturali sono le protagoniste del progetto fotografico intitolato The Honest Body Project e nato nel 2015, in una piccola città della Florida, da un’idea della fotografa Natalie McCain.

Donne, provenienti inizialmente dalla comunità di McCain in Florida, hanno raccontato alla fotografa le loro storie di maternità gioiosa o sofferta, di riscatto dalla violenza subita, di resistenza alla malattia attraversata, di depressione da poco lasciata alle spalle, di lutto, di vergogna, di lotta contro le convenzioni sociali: le imperfezioni fisiche mostrate, la storia che le accompagna vengono a costituire stavolta il loro punto di forza, in quanto cifra di unicità e onestà, da cui il titolo del progetto. I corpi delle donne fotografate, mostrando una bellezza al naturale, rifuggono da ogni “dover essere”, da ogni standard di bellezza imposto da una società controllata da un potere per lo più maschile, forti di un vissuto di cui la fisicità è specchio.

È proprio dal racconto delle donne che l’hanno contattata che Natalie McCain è partita e si è lasciata ispirare, per iniziare a visualizzare interiormente il ritratto fotografico che sarebbe andata a scattare: il successo della foto risulta quindi determinato dalla riuscita o meno di questa connessione emozionale tra parola e immagine. McCain si è rifatta alla fotografia di Brandon Stenton, autore del popolarissimo blog Humans of New York, per l’impatto emozionale, per l’intenzione di raccontare il vissuto autentico della gente comune, per l’intuizione artistica dell’associare immagine e testo.

La tecnica del bianco e nero usata per i ritratti dell’Honest Body Project, oltre al nero scelto come unico colore degli indumenti intimi, compone una sorta di affreschi caravaggeschi, in cui la luce scolpisce e fa emergere la figura che si staglia sempre e solo su sfondo scuro: l’attenzione dello spettatore si concentra non sui particolari anatomici, ma sull’energia emotiva che la rappresentazione sprigiona. I corpi, fotografati nella loro “naturale imperfezione”, anziché fisicità deformate si presentano come dei veri e propri “romanzi di formazione”, testimonianze di un vissuto spesso dolente e contrastato, ma sempre “in divenire”, dunque combattivo e fiducioso.

The Honest Body Project dà dunque voce alla reazione delle donne alla tirannia della spersonalizzazione, dell’uniformità pena l’esclusione, sottolineando invece, come decisiva, la scelta personale, la sfida alle convenzioni, la fatica quotidiana di realizzare contro tutto e contro tutti ciò che in cuore proprio si ritiene giusto. Come ad esempio nel caso dei ritratti, con il bambino al seno, di donne che hanno deciso di prolungare l’allattamento, sfidando un ormai tristemente diffuso imbarazzo sociale; o nel caso di giovanissime che, abbandonate incinte dal partner, hanno scelto di non abortire e di combattere per allevare sole il proprio figlio; o nel caso dei ritratti di mamme fuori forma dopo la maternità, comunque realizzate e sorridenti. Proprio a questo riguardo Natalie McCain insiste, per contrastare la pressione irrealistica e dannosa che grava sulle donne perché “tornino come prima”, come a voler cancellare con un colpo di spugna i segni un’esperienza radicale, fisica e mentale come la gravidanza. Sta finalmente alle madri trasmettere ora immagini sane del corpo alla prossima generazione di donne e uomini che stanno crescendo, per educarli a mostrare senza timore la propria verità, per allevarli in tal modo nel rispetto dell’alterità.

Del progetto, infatti, diviso in varie sezioni, ognuna delle quali riguarda un argomento specifico, colpiscono soprattutto le foto delle mamme, ritratte in bianco e nero, accanto ai loro figli: donne che non nascondono all’obiettivo le ferite dei tagli cesarei, le smagliature, il sovrappeso causato dalla gravidanza, la stanchezza dovuta all’accudimento quotidiano. Eppure queste “mamme normali” appaiono raggianti anche se la loro storia narra il dolore attraversato; la foto “non patinata” le ritrae cariche di bellezza e di energia accanto ai loro bambini, mentre le pose naturali, la mancanza di trucco o di un particolare abbigliamento fanno detonare l’energia positiva di un vissuto finalmente legittimato e non più censurato.

Questo vale anche per il ritratto di una donna che racconta la sua lotta contro il cancro e non ha temuto di essere fotografata con il seno sfregiato in posa con i suoi figli, in nome dei quali racconta di aver combattuto la malattia: bambini che posano con lei e la guardano sereni e pieni di vita. Lo stesso si dica per i ritratti di mamme e bambini autistici, con sindrome di down, con ritardo mentale o fibrosi cistica: madri e figli che escono finalmente dall’anonimato in cui la vergogna, la fatica, la paura li avevano costretti e si mostrano all’obiettivo liberi di essere quello che sono.

La sezione più toccante della serie The Honest Body Project è sicuramente quella delle mamme che hanno perso il proprio bambino. Natalie McCain ha fotografato il loro dolore, di solito taciuto dai media, consapevole dell’importanza del condividerlo: moltissime donne, infatti, si sono ritrovate in questa esperienza di lutto e, lasciando un commento al termine delle serie fotografiche, hanno iniziato ad affrontare l’isolamento, il dolore, il tabù stesso di parlare della morte.

Il successo di questo progetto fotografico è stato così rilevante che nell’agosto scorso è uscita la pubblicazione intitolata The Honest Body Project: Real Stories and Untouched Portraits of Women & Motherhood, in cui, in 234 pagine di foto e racconti, le “donne reali” hanno iniziato a riappropriarsi, senza censura e ritocco alcuno, del proprio corpo e della propria esperienza.

di Elena Buia Rutt

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15 dicembre 2017

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