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Costretti a capire

· E' morto lo scrittore ungherese Peter Esterhazy ·

L’opera letteraria intesa come un mosaico, le cui tessere sono spaccati di una società in disfacimento: è l’opera tessuta dallo scrittore ungherese Péter Esterházy, morto giovedì 14 luglio, all’età di 66 anni. Discendeva da una delle più nobili famiglie ungheresi — suo nonno, Moritz Esterházy, fu primo ministro del regno d’Ungheria nel 1917 — e le vicende dei suoi antenati, dagli splendori dell’epoca asburgica ai tormenti dell’era comunista, costituiscono l’architrave del suo romanzo più noto, Harmonia Caelestis (2000). 

Vi si narra la storia della Mitteleuropa, rivisitata risalendo l’albero genealogico di quella illustre famiglia. Il titolo, in realtà, apre a una contraddizione: la storia che si dipana è tutt’altro che armoniosa, ma irta di attriti e lacerazioni. Laureato in matematica, lo scrittore, per istinto, mutuava da essa ordine e disciplina: valori che la cronaca quotidiana era destinata a corrompere e a smentire.
Quella contraddizione gli fu fatta notare e in un’intervista dichiarò: «Quando si usa un termine significa che ci troviamo davanti a una presenza o a un’assenza, e in tempo di guerra prevalgono i “sì” e i “no”, mentre i “forse” sono guardati con sospetto». E in quei “forse”, secondo Esterházy, si specchiava la realtà chiaroscurale di un mondo «né tanto bello e né tanto brutto». E a chi gli contestava un pessimismo esagerato, replicava che lui era più ottimista di tanti facili buontemponi: il fatto è — sottolineava — che i valori europei «ci costringono a cercare di capire e a interessarci». E quando si va oltre la superficie e si scava, è arduo conservare del mondo «una visione tutta rosea». La sua opera più famosa ebbe una curiosa appendice, dal titolo L’edizione corretta (2002), scritta dopo aver appreso che il padre era un informatore della polizia sotto il regime comunista.
Giorgio Pressburger, curatore di Harmonia Caelestis, ha definito il romanzo «una delle opere narrative più importanti della letteratura ungherese» perché riesce a proporre una sapiente rilettura di un millennio di storia del suo popolo attraverso una duplice dimensione, tragica e ironica. E a proposito dell’ironia, sempre Pressburger evidenzia come quella di Esterházy — nonostante la drammaticità dei temi trattati — riesca a trasmettere al lettore «allegria e simpatia» per l’umanità. È un umorismo simile a quello forgiato da James Joyce, ma mentre quello dello scrittore irlandese è riservato a pochi eletti, la cifra di Esterházy è più democratica: si comprende meglio, e riesce a strappare qualche sorriso tra le lacrime.

Le sue opere sono state tradotte in più di venti lingue, e sono stati numerosi i riconoscimenti conferitigli, tra i quali l’Ordre des Arts et des Lettres in Francia, l’Herder in Germania, e il Kossuth, ovvero il premio culturale più prestigioso in Ungheria. In questi riconoscimenti si esprime l’elogio nei riguardi di un autore che ha saputo conservare lucidità ed equilibrio anche di fronte al dramma. Era stato deportato, discriminato e segregato, ma non per questo si dichiarava anticomunista; suo padre era stato torturato e reclutato a forza nelle file dei servizi segreti del governo comunista: eppure la sua protesta, per quanto fiera, non è mai degenerata in una sguaiata opposizione. Era convinto che «non esiste una vecchia e una nuova Europa», ma un flusso continuo di storia in cui convivono «civiltà e tragedie». E, al riguardo, sottolineava che «non si possono dividere Musil e Hitler, perché entrambi sono prodotti di una stessa società».

di Gabriele Nicolò

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25 agosto 2019

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