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Coraggio e audacia profetica

· Il dialogo del Papa con i gesuiti riuniti nella trentaseiesima congregazione generale pubblicato dalla Civiltà Cattolica ·

Nella mattina del 24 ottobre scorso il Papa ha incontrato i gesuiti riuniti nella loro trentaseiesima congregazione generale. Arrivato poco prima delle 9, ha salutato il padre generale Arturo Sosa e pregato con tutti i delegati. Dopo il discorso, pubblicato sull’Osservatore Romano del 24-25 ottobre scorso, si è trattenuto per un dialogo con i delegati che pubblichiamo di seguito traendolo dalla Civiltà Cattolica del 10 dicembre prossimo. Il Papa — scrive la rivista dei gesuiti italiani — non ha voluto che le domande fossero selezionate in precedenza, né ha voluto conoscerle prima e «ha dato vita così a un incontro estremamente familiare, durato circa un’ora e mezza. Alla fine Francesco ha salutato uno per uno tutti i presenti. Qui di seguito vengono raccolte le domande e le risposte. Nell’aula, per praticità, le domande sono state poste a gruppi di tre». Il testo reso noto dalla Civiltà Cattolica riproduce le risposte del Pontefice nella loro integralità e, in forma essenziale, le domande, insieme ad alcune note esplicative e al saluto del generale dei gesuiti.

Santo Padre, lei è un esempio vivente di audacia profetica. Come fa ad esprimerla con tanta efficacia? Come possiamo farlo anche noi?

«La visita di san Bonaventuraa san Tommaso d’Aquino»(Perú, XVIII secolo, Museum of Art di Philadelphia)

Il coraggio non sta solamente nel fare rumore, ma anche nel saperlo fare, e sapere quando farlo e come farlo. E anzi si deve prima di ogni cosa discernere se si deve far rumore oppure no. Il coraggio è costitutivo di qualsiasi azione apostolica. E oggi più che mai è necessario avere coraggio e audacia profetica. Ci vuole una parresia1aggiornata, l’audacia profetica di non avere paura. È singolare chequesta sia la prima cosa che san Giovanni Paolo II ha detto quando è stato eletto Papa: «Non abbiate paura». Ha ricordato tutti i problemi dei Paesi dell’est, e l’audacia lo ha portato ad affrontarli tutti.

Quale audacia profetica ci viene richiesta oggi? Su questo bisogna fare discernimento. Vale a dire, dove si deve incanalare quell’audacia profetica? È un atteggiamento che nasce dal magis2. E il magis è parresia!

Il magis si fonda sul Dio sempre Maggiore. E allora, guardando a quel Dio sempre Maggiore, il discernimento si approfondisce in cerca dei luoghi dove l’audacia va incanalata. Credo che sia questo il vostro lavoro, in questa Congregazione: discernere «dove» indirizzare proprio il magis, l’audacia profetica, la parresia.

A volte l’audacia profetica si sposa con la diplomazia, con una certa opera di convinzione e al tempo stesso anche con segni forti. Ad esempio, l’audacia profetica è chiamata ad attaccare la corruzione, molto diffusa in alcuni Paesi. Una corruzione per cui, per esempio, quando si esauriscono i periodi costituzionali di mandato, subito si cerca di riformare la Costituzione per restare ancora. Credo che qui la Compagnia, nel suo lavoro di insegnamento e di sensibilizzazione sociale, debba fare un buon lavoro audace, per convincere che un Paese non può crescere se non vengono rispettati i fondamenti legali che quello stesso Paese si era dato per la propria governabilità futura.

Padre, il modo in cui i colonizzatori hanno trattato i popoli indigeni è stata una questione seria. L’appropriazione delle terre da parte dei colonizzatori è stato un fatto grave e fa sentire ancora oggi le sue ripercussioni. Che cosa pensa al riguardo?

In primo luogo bisogna dire che oggi abbiamo più consapevolezza di ciò che significa la ricchezza dei popoli indigeni, proprio nell’epoca in cui, sia sotto l’aspetto politico sia sotto quello culturale, li si vuole sempre più annullare tramite la globalizzazione, concepita come una «sfera», ovvero una globalizzazione in cui tutto viene uniformato. Allora oggi la nostra audacia profetica, la nostra coscienza, deve orientarsi verso il lato dell’inculturazione. E la nostra figura della globalizzazione non dev’essere la sfera, ma piuttosto il poliedro. Mi piace la figura geometrica del poliedro, perché è uno ma ha facce differenti. Ecco, l’unità si fa conservando le identità dei popoli, delle persone, delle culture. Ecco quale ricchezza oggi dovremmo dare al processo di globalizzazione, che altrimenti è uniformante e distruttivo.

Nel processo di globalizzazione uniformante e distruttivo rientra la distruzione delle culture indigene, che invece vanno recuperate. E bisogna recuperarle con l’ermeneutica corretta, che ci facilita nel compito. Quest’ermeneutica non è la stessa che c’era nell’epoca coloniale. L’ermeneutica di quell’epoca consisteva nel cercare la conversione dei popoli, di allargare la Chiesa e pertanto le indipendenze indigene venivano annullate. Era un’ermeneutica di tipo centralista, dove l’impero dominatore in qualche modo imponeva la sua fede e la sua cultura. È comprensibile che a quell’epoca si pensasse così, ma oggi è assolutamente necessaria un’ermeneutica radicalmente differente. Dobbiamo interpretare le cose in un altro modo, cioè valorizzando ogni popolo, la sua cultura, la sua lingua. Deve aiutarci proprio questo processo d’inculturazione, che è andato assumendo importanza sempre maggiore a partire dal concilio Vaticano II.

Comunque voglio fare riferimento a tentativi d’inculturazione che ci sono stati nei primi tempi delle missioni. Tentativi che nascono già da un’esperienza come quella di Paolo con i «gentili». Lo Spirito Santo gli aveva ispirato chiaramente che il Vangelo andava inculturato fra i popoli gentili. La stessa cosa si ripete nell’epoca dell’espansione missionaria. Pensiamo, per esempio, all’esperienza di Matteo Ricci e di Roberto de Nobili3. Essi furono pionieri, ma una concezione egemonica del centralismo romano frenò quell’esperienza, la interruppe. Impedì un dialogo in cui le culture si rispettassero. E ciò accadde perché, ad esempio, si interpretavano con un’ermeneutica religiosa alcune consuetudini sociali. Addirittura si confondeva il rispetto per i morti con l’idolatria. Qui le ermeneutiche giocano un ruolo centrale. In questo momento credo sia importante — con la consapevolezza più piena che oggi abbiamo rispetto ai popoli indigeni — appoggiare l’espressione, la cultura di ciascuno di essi, e la stessa evangelizzazione, che tocca anche la liturgia e arriva fino all’espressione del culto. E la Congregazione per il culto divino la accetta.

Chiudo con un ricordo che invece riguarda la morale. Quando ero studente di teologia, mi hanno chiesto di fare il bibliotecario. Recensendo un testo messicano, più o meno del Settecento, sulla morale, impostato per domande e risposte, m’imbattei in una domanda: «Se sia peccato mortale l’unione sessuale tra lo spagnolo e l’indigena». La risposta del moralista mi fece ridere: «La materia è grave, pertanto è peccato grave secondo la materia, ma, dato che la conseguenza di questo atto sarebbe un altro cristiano per ingrandire il regno di Dio, non è tanto grave quanto se fosse in Europa».

Nel suo discorso ci ha proposto chiaramente una morale che si fonda sul discernimento. Come ci suggerisce di procedere nel campo morale rispetto a questa dinamica di discernimento delle situazioni morali? Mi pare che non sia possibile fermarci a un’interpretazione di applicazione sussuntiva della norma che si limita a vedere le situazioni particolari come casi della norma generale...

Il discernimento, la capacità di discernere, è l’elemento chiave. E sto notando proprio la carenza del discernimento nella formazione dei sacerdoti. Rischiamo infatti di abituarci al «bianco o nero» e a ciò che è legale. Siamo abbastanza chiusi, in linea di massima, al discernimento. Una cosa è chiara: oggi in una certa quantità di seminari è tornata a instaurarsi una rigidità che non è vicina a un discernimento delle situazioni. Ed è una cosa pericolosa, perché può condurci a una concezione della morale che ha un senso casuistico. Pur con formulazioni diverse, sarebbe sempre su quella stessa linea. Questo mi fa molta paura. Ho già detto questo in una riunione con i gesuiti a Cracovia durante la giornata mondiale della gioventù. Lì i gesuiti mi hanno domandato che cosa poteva fare la Compagnia, e ho risposto che un suo compito importante è quello di formare i seminaristi e i sacerdoti al discernimento.

Io e quelli della mia generazione — forse non i più giovani, ma la mia generazione e qualcuna di quelle successive — siamo stati educati a una scolastica decadente. Studiavamo con un manuale la teologia e anche la filosofia. Era una scolastica decadente. Per esempio, per spiegare il «continuo metafisico» — mi viene da ridere ogni volta che me lo ricordo —, ci insegnavano la teoria dei puncta inflata4. Quando la grande scolastica cominciò a perdere quota, sopraggiunse quella scolastica decadente con cui hanno studiato almeno la mia generazione e altre.

È stata quella scolastica decadente a provocare l’atteggiamento casuistico. Ed è curioso: a insegnare la materia «Sacramento della penitenza », nella facoltà di teologia, di solito — ma non dappertutto — c’erano professori di morale sacramentale. Tutto l’ambito morale veniva ristretto al «si può», «non si può», «fin qui sì e fin qui no». In un esame ad audiendas5, un mio compagno, al quale fu posta una domanda assai intricata, disse con molta semplicità: «Ma, padre, per favore, queste cose nella realtà non succedono!». E l’esaminatore rispose: «Ma c’è nei libri!».

Era una morale molto estranea al discernimento. A quell’epoca c’era el cuco6, il fantasma della morale della situazione. Credo che Bernard Häring7 sia stato il primo che ha cominciato a cercare una nuova via per far rifiorire la teologia morale. Ovviamente ai nostri giorni la teologia morale ha fatto molti progressi nelle sue riflessioni e nella sua maturità; ormai non è più una «casuistica».

In campo morale bisogna avanzare senza cadere nel situazionismo; ma, d’altra parte, va risvegliata quella grande ricchezza contenuta nella dimensione del discernimento; e ciò è proprio della grande scolastica. Notiamo una cosa: san Tommaso e san Bonaventura affermano che il principio generale vale per tutti, ma — lo dicono esplicitamente —, nella misura in cui si scende nei particolari, la questione si diversifica e assume sfumature senza che il principio debba cambiare. Questo metodo scolastico ha la sua validità. È il metodo morale che ha usato il Catechismo della Chiesa Cattolica. Ed è il metodo che si è utilizzato nell’ultima esortazione apostolica, Amoris laetitia, dopo il discernimento fatto da tutta la Chiesa attraverso i due Sinodi. La morale usata in Amoris laetitia è tomista, ma quella del grande san Tommaso, non quella dell’autore dei puncta inflata.

È evidente che in campo morale bisogna procedere con rigore scientifico, e con amore per la Chiesa e discernimento. Ci sono certi punti della morale su cui soltanto nella preghiera si può avere la luce sufficiente per riuscire a procedere riflettendo teologicamente. E quanto a questo, mi permetto di ripeterlo, si deve fare «teologia in ginocchio». Non si può fare teologia senza preghiera. È un punto chiave e bisogna fare così.

Attorno alla Compagnia girano molte leggende: positive, di chi ci vuole bene, e una leggenda un po’ nera di chi non ce ne vuole. A Lei, che ci vuole bene e ci conosce bene, rivolgo questa domanda: a quali cose vorrebbe che prestassimo attenzione?

Mi è un po’ difficile rispondere, perché bisogna vedere da dove vengono le critiche. È difficile perché, nella mia situazione e nell’ambiente in cui mi muovo, le critiche alla Compagnia hanno in prevalenza un sapore di tipo restaurazionista. Vale a dire, sono critiche che sognano una restaurazione, quella di una Compagnia che magari una volta attraeva, perché quelli erano i suoi tempi, ma che non è desiderabile ai nostri giorni, perché il tempo di Dio per la Compagnia oggi non è più quello. Dietro alle critiche c’è questo tipo di ragionamento. Ma la Compagnia a questo proposito dev’essere fedele a ciò che le dice lo Spirito.

Quanto alle critiche, comunque dipende anche da chi le fa. Vale a dire, bisogna discernere da dove vengono. Credo che a volte perfino il peggiore dei malintenzionati possa fare una critica che mi aiuta. Bisogna ascoltarle tutte e discernerle. E non bisogna chiudere la porta a nessuna critica, perché corriamo il rischio di abituarci a chiudere porte. E questo non va bene. Dopo un discernimento, si può dire: questa critica non ha alcun fondamento, e scartarla. Ma dobbiamo sottoporre ogni critica che sentiamo a un discernimento, direi, quotidiano, domestico, ma sempre con buona volontà, con apertura di cuore e davanti al Signore.

Viviamo in un mondo caratterizzato dalle polarizzazioni politiche e religiose. Lei di fatto ha vissuto esperienze di segno diverso nella sua vita, da provinciale e da arcivescovo di Buenos Aires. Che cosa ci suggerisce, a partire dalla sua esperienza, per affrontare queste situazioni di polarizzazione, specie quando esse vedono coinvolti fratelli nostri?

Credo che la politica in generale, la grande politica, si sia sempre più degradata nella piccola politica. Non soltanto nella politica partitica di ogni paese, ma nelle politiche settoriali dentro uno stesso continente. Su questo tema specifico ho voluto rispondere — perché mi era stato chiesto — con i tre discorsi sull’Europa, i due di Strasburgo e quello del Premio «Carlo Magno». I vescovi francesi hanno appena reso nota una dichiarazione sulla politica che ne riprende o ne segue una di circa quindici o vent’anni fa, Réhabiliter la politique, che era molto importante. Quella dichiarazione ha fatto epoca: ha dato forza alla politica, alla politica come lavoro artigianale per costruire l’unità dei popoli e l’unità di un popolo in tutte le diversità che ci sono all’interno. In generale, l’opinione che sento è che i politici sono caduti in basso. Mancano quei grandi politici che erano capaci di mettersi sul serio in gioco per i loro ideali e non temevano né il dialogo né la lotta, ma andavano avanti, con intelligenza e con il carisma proprio della politica. La politica è una delle forme più alte della carità. La grande politica. E su questo credo che le polarizzazioni non aiutino: invece ciò che aiuta, nella politica, è il dialogo.

Qual è la sua esperienza sui fratelli nella Compagnia, rispetto al loro ruolo e a come si possono attrarre vocazioni di fratelli nella Compagnia?

La mia esperienza con i fratelli è sempre stata molto positiva. I fratelli con i quali mi è toccato di convivere, ai miei tempi di studente, erano uomini saggi, molto sapienti. Avevano una sapienza diversa da quella degli scolastici o da quella dei sacerdoti. Tuttora, anche fratelli che hanno studiato molto e che hanno posti di dirigenza nelle istituzioni hanno un «non so che» di diverso dai sacerdoti. E credo che questo vada conservato. Quella sapienza, quel qualcosa di sapienziale che viene dall’essere fratello.

Più ancora, io, nei fratelli grandi che ho conosciuto, restavo impressionato del fiuto che avevano, quando dicevano, per esempio: «Tenga d’occhio quel padre, mi sembra che abbia bisogno di un aiuto speciale». I fratelli che ho conosciuto spesso avevano una grandissima discrezione. E aiutavano! Il fratello si rendeva conto prima di altri compagni di comunità di ciò che accadeva. Non so come esprimerlo, credo che ci sia una specifica grazia, bisogna cercare qual è la volontà di Dio sul fratello in questo momento, e bisogna cercare come esprimerlo.

Mi piacerebbe che ci dicesse quando si compirà la profezia di Isaia: «Trasformeranno le loro spade in aratri». Nel mio continente, l’Africa, ormai abbiamo mezzi capaci di ammazzare dieci volte ciascuno di noi.

Lavorare per la pace è urgente. Ho detto, più di un anno e mezzo fa, che ci troviamo nella terza guerra mondiale, a pezzetti. Adesso i pezzetti vanno riunendosi sempre di più. Siamo in guerra. Non bisogna essere ingenui. Il mondo è in guerra, e ne pagano lo scotto alcuni paesi. Pensiamo al Medio oriente, all’Africa: là c’è una situazione di guerra continua. Guerre che derivano da tutta una storia di colonizzazione e di sfruttamento. Certo, ci sono paesi che possiedono l’indipendenza, ma a volte il paese che ha dato loro l’indipendenza si è riservato il sottosuolo per sé. L’Africa resta un bersaglio dello sfruttamento per le ricchezze che possiede. Perfino da parte di paesi che fino a tempo fa nemmeno pensavano a questo continente. L’Africa viene sempre guardata nell’ottica dello sfruttamento. E chiaramente questo provoca guerre.

Inoltre, in alcuni paesi c’è il problema dell’ideologizzazione, che provoca gravi fratture. Credo che lavorare per la pace in queste circostanze, oltre a essere una delle beatitudini, sia prioritario. Quando verrà la pace? Non so se verrà prima della venuta del Figlio dell’uomo, ma so, in compenso, che dobbiamo lavorare quanto più possibile per la pace, sia attraverso la politica, sia attraverso la convivenza. Si può. Si può. Con gli atteggiamenti cristiani che il Signore ci indica nel Vangelo, si può fare molto e si fa molto, e si va avanti. A volte lo si paga a carissimo prezzo, in prima persona. Ebbene, si va avanti comunque. Il martirio fa parte della nostra vocazione.

Ci si può salvare da soli? Quale rapporto c’è tra salvezza comunitaria e salvezza personale?

Nessuno si salva da solo. Credo che questo principio debba restare chiarissimo: la salvezza è per il popolo di Dio. Nessuno si salva da solo. Chi pretende di salvarsi da solo, attraverso il proprio percorso di compimento, va a finire in quell’aggettivo che Gesù usa tante volte: ipocrita. Finisce nell’ipocrisia. Salvarsi da soli, pretendere di salvarsi da soli, con atteggiamento elitario, è un’ipocrisia. Il Signore è venuto a salvare tutti.

È bene studiare teologia in un contesto di vita vissuta reale?

Il mio consiglio è che tutto ciò che i giovani studiano e sperimentano nel loro contatto nei diversi contesti di vita venga sottoposto anche a un discernimento personale e comunitario, e lo si porti alla preghiera. Devono esserci studio accademico, contatto con realtà non soltanto periferiche ma anche limitrofe nella periferia, preghiera e discernimento personale e comunitario. Se una comunità di studenti fa tutto questo, io resto tranquillo. Quando manca qualcuna di queste cose, comincio a preoccuparmi. Se manca lo studio, in quel caso si possono dire sciocchezze o idealizzare situazioni in modo molto semplicistico. Se manca il contesto reale e oggettivo, accompagnato da chi conosce l’ambiente e aiuta, possono verificarsi idealismi sciocchi. Se mancano preghiera e discernimento, senz’altro potremo essere ottimi sociologi o politologi, ma resteremo senza l’audacia evangelica e la croce evangelica che dobbiamo portare, come ho detto all’inizio.

Dopo la trentacinquesima Congregazione Generale la Compagnia ha percorso un cammino nella comprensione delle sfide ambientali. Abbiamo accolto con gioia l’enciclica «Laudato si’». Sentiamo che il Papa ci ha aperto porte per il dialogo con le istituzioni. Che cosa possiamo fare per continuare a sentirci coinvolti in questo tema?

La Laudato si’ è un’enciclica a cui hanno lavorato in molti, ed era stato chiesto agli scienziati che ci hanno lavorato di dire cose ben fondate e non semplici ipotesi. Ci hanno lavorato molte persone. Il mio lavoro in effetti è stato quello di dare gli orientamenti, fare questa o quella correzione e poi elaborare la redazione conclusiva: questo sì, con il mio stile e riprendendo alcune cose. E credo che bisogna continuare a lavorare, attraverso movimenti, accademicamente e anche politicamente. Infatti è evidente che il mondo sta soffrendo, non soltanto per il surriscaldamento globale, ma per il cattivo uso delle cose e perché la natura viene maltrattata.

Bisogna anche tenere presente, nell’interpretazione della Laudato si’, che non è un’«enciclica verde». È un’enciclica sociale. Parte dalla realtà di questo momento, che è ecologica, ma è un’enciclica sociale. È evidente che a soffrirne le conseguenze sono i più poveri, quelli che vengono scartati. È un’enciclica che affronta questa cultura dello scarto delle persone. Bisogna lavorare molto sulla parte sociale dell’enciclica, perché i teologi che ci hanno lavorato si sono preoccupati molto nel vedere quanta ripercussione sociale hanno i fatti ecologici. E questo è di grande aiuto: va vista come un’enciclica sociale.

Papa Francesco desidera una Compagnia povera per i poveri. Quale consiglio ci dà per camminare in questa direzione?

Credo che su questo punto della povertà sant’Ignazio ci abbia superato di molto. Quando leggiamo come concepiva la povertà, e il voto di non cambiare la povertà se non per renderla più stringente, dobbiamo riflettere. Quello di Ignazio non è soltanto un atteggiamento ascetico, come fosse pizzicarmi per farmi più male, ma è un amore per la povertà come stile di vita, come cammino di salvezza, cammino ecclesiale. Perché per Ignazio — e queste sono le due parole chiave che egli usa — la povertà è madre e muro. La povertà genera, è madre, genera vita spirituale, vita di santità, vita apostolica. Ed è muro, difende. Quanti disastri ecclesiali sono cominciati per mancanza di povertà: anche fuori dalla Compagnia, mi riferisco a tutta la Chiesa in generale. Quanti scandali, di cui purtroppo devo essere informato, dato il luogo in cui mi trovo, nascono dal denaro. Credo che sant’Ignazio abbia avuto davvero una grande intuizione. Nella visione ignaziana della povertà abbiamo una fonte d’ispirazione che ci sarà di aiuto.

Il clericalismo, che è uno dei mali più seri nella Chiesa, si discosta dalla povertà. Il clericalismo è ricco. E se non è ricco di denaro, lo è di superbia. Ma è ricco: c’è un attaccamento al possesso. Non si lascia generare dalla madre povertà, non si lascia custodire dal muro povertà. Il clericalismo è una delle forme di ricchezza più gravi di cui al giorno d’oggi si soffre nella Chiesa. Almeno, in alcuni luoghi della Chiesa. Perfino nelle esperienze più quotidiane. La Chiesa povera per i poveri è quella del Vangelo, quella del Discorso della montagna del vangelo di Matteo e quella del Discorso della pianura del Vangelo di Luca, come pure il «protocollo» secondo cui verremo giudicati: Matteo 25. Credo che su questo il Vangelo sia chiarissimo, e bisogna andare in quella direzione. Ma insisterei anche sul fatto che sarebbe bello se la Compagnia potesse aiutare ad approfondire la visione di Ignazio sulla povertà, perché credo sia una visione per tutta la Chiesa. Qualcosa che può aiutarci tutti.

Ha parlato molto bene dell’importanza che ha la consolazione. Quando riflette alla fine di ogni giornata, quali cose le danno consolazione, e quali le tolgono la consolazione?

Sto parlando in famiglia e quindi posso dirlo: io sono piuttosto pessimista, sempre! Non dico di essere depressivo, perché non è vero. Però è vero che tendo sempre a guardare la parte che non ha funzionato. E quindi per me la consolazione è il migliore antidepressivo che io abbia trovato! La trovo quando mi metto davanti al Signore e lascio che Lui manifesti ciò che ha fatto durante la giornata. Quando, alla fine della giornata, mi rendo conto che vengo guidato, quando mi rendo conto che, malgrado la mia resistenza, c’è stata una guida, come un’onda che mi ha spinto avanti, allora questo mi consola. È come sentire: «Lui è qui». Riguardo al mio pontificato, mi consola sentire interiormente: «D’accordo, a farmi entrare in questo ballo non è stata una convergenza di voti, ma c’entra Lui». Questo mi consola molto. E quando noto le volte in cui hanno vinto le mie resistenze, ci resto male, e questo mi porta a chiedere perdono. Ed è un fatto abbastanza frequente. E mi fa bene. Rendersi conto, come dice sant’Ignazio, che uno è «tutto un impedimento», riconoscere che uno ha le sue resistenze, che tutti i giorni le vive e che a volte le vince e a volte no. Questa esperienza fa sì che uno non si creda chissà chi. Questo aiuta. Questa è la mia esperienza personale, nei termini più semplici possibili.

L’esortazione apostolica «Evangelii gaudium» è di grande ispirazione e ci esorta a conversare sul tema dell’evangelizzazione. Che cosa vuole dire con le ultime parole dell’esortazione, quando invita a continuare il dibattito?

Uno dei pericoli degli scritti del Papa è che creano un po’ di entusiasmo, ma poi ne arrivano altri e i precedenti vanno in archivio. Perciò penso sia importante quel continuare a lavorare, quella indicazione conclusiva in cui si auspica che si facciano riunioni e si approfondisca il messaggio dell’Evangelii gaudium: là, infatti, c’è tutto un modo di affrontare diversi problemi ecclesiali e l’evangelizzazione stessa della vita cristiana. Credo che tu ti riferisca a un’esortazione che si trova alla fine, e che proviene dal documento di Aparecida. In quel passo abbiamo voluto fare ricorso all’Evangelii nuntiandi, che conserva la più fresca attualità, tanta quanta ne aveva quando è uscita, e per me resta tuttora il documento pastorale più importante scritto dopo il Vaticano II. Tuttavia non viene menzionata, non viene citata. Ebbene, può accadere la stessa cosa all’Evangelii gaudium. Giorni fa leggevo che bisognerebbe riprendere dall’Evangelii gaudium il punto sull’omelia, perché è passato sotto silenzio. Là si trova qualcosa che la Chiesa deve correggere nella sua predicazione e che, inoltre, la spoglia da un aspetto clericale. Credo che l’Evangelii gaudium vada approfondita, che ci si debba lavorare nei gruppi di laici, di sacerdoti, nei seminari, perché è l’aria evangelizzatrice che oggi la Chiesa vuole avere. Su questo bisogna andare avanti. Non è qualcosa di concluso, come se dicessimo: è andata, ora tocca a Laudato si’. E poi: è andata, adesso c’è Amoris laetitia. Niente affatto. Vi raccomando l’Evangelii gaudium, che è una cornice. Non è originale, su questo voglio essere molto chiaro. Mette insieme l’Evangelii nuntiandi e il documento di Aparecida. Pur essendo venuta dopo il Sinodo sull’evangelizzazione, la forza dell’Evangelii gaudium è stata di riprendere quei due documenti e di rinfrescarli per tornare a offrirli su un piatto nuovo. L’Evangelii gaudium è la cornice apostolica della Chiesa di oggi.

La Chiesa sperimenta un crollo di vocazioni soprattutto in luoghi in cui si è stati riluttanti a promuovere vocazioni locali.

A me è successo a Buenos Aires, da vescovo, che preti molto buoni, più di una volta, conversando dicessero: «In parrocchia ho un laico che “vale oro”!». E me lo dipingevano come un laico di «prima categoria». E poi mi chiedevano: «Che le sembra se lo facciamo diacono?». Ecco il problema: il laico che vale lo vogliamo fare subito diacono, lo vogliamo clericalizzare. In una lettera che di recente ho inviato al cardinale Ouellet scrivevo che in America latina l’unica cosa che si sia più o meno salvata dal clericalismo è la pietà popolare. Infatti, siccome la pietà popolare è una di quelle cose della gente in cui i preti non credevano, i laici sono stati creativi. Magari è stato necessario correggere alcune cose, ma la pietà popolare si è salvata perché i preti non ci hanno avuto a che fare. Il clericalismo non lascia crescere, non lascia crescere la forza del battesimo. È la grazia del battesimo a possedere la forza e la grazia evangelizzatrice dell’espressione missionaria. E il clericalismo disciplina male questa grazia e induce dipendenze che a volte mantengono interi popoli in un forte stato di immaturità. Mi ricordo quanti scontri ci furono quando, mentre io ero studente di teologia o giovane prete, apparvero le comunità ecclesiali di base. Perché? Proprio perché là i laici cominciarono ad avere un ruolo un po’ forte di protagonisti, e i primi a sentirsi insicuri erano alcuni preti. Sto generalizzando troppo, ma lo faccio di proposito: se caricaturizzo il problema, è perché il problema del clericalismo è molto serio.

Rispetto alle vocazioni locali, dico che della riduzione delle vocazioni si tratterà nel prossimo Sinodo. Credo che le vocazioni esistano, semplicemente bisogna sapere come vengono proposte e quale cura ricevono. Se il prete va sempre di fretta, se è immerso in mille questioni amministrative, se non ci convinciamo che la direzione spirituale è un carisma non clericale ma laicale (che può svolgere anche il prete), e se non mettiamo e convochiamo i laici nel discernimento vocazionale, è evidente che non avremo vocazioni.

I giovani hanno bisogno di essere ascoltati; e i giovani stancano. Continuano a tornare con le stesse cose e vanno ascoltati. E certo, per farlo, bisogna avere pazienza, starsene seduti e ascoltare. E anche creatività, per metterli al lavoro in concreto. Oggi ormai le solite «riunioni» non hanno più molto senso, non sono feconde. Bisogna lanciare i giovani in attività di tipo missionario, catechetico, o di tipo sociale. Questo fa molto bene.

Una volta sono andato in una parrocchia della periferia, in una villa miseria. Il prete mi aveva detto che stava costruendo una sala per incontri, sul retro. Siccome quel prete insegnava anche nell’università statale come assistente, aveva suscitato in ragazzi e ragazze entusiasmo e voglia di partecipare. Capitai là un sabato, e stavano facendo i muratori: l’ingegnere che dirigeva tutto era ebreo, una delle ragazze era atea e l’altro non so che cosa, ma erano uniti in un lavoro comune. Questo fa sorgere la domanda: io posso fare qualcosa per gli altri e con gli altri? Bisogna mettere i giovani al lavoro e bisogna ascoltarli. Sono necessarie queste due cose, secondo me.

Non promuovere vocazioni locali è un suicidio, significa né più né meno sterilizzare la Chiesa, perché la Chiesa è madre. Non promuovere vocazioni locali è una legatura delle tube ecclesiali. È non lasciare che quella madre abbia figli suoi. E questo è grave.

La digitalizzazione è il tratto tipico di quest’epoca moderna. Crea velocità, tensione, crisi. Qual è il suo impatto nella società di oggi? Come fare ad avere velocità e profondità?

Gli olandesi, già trent’anni fa o più, hanno inventato una parola: «rapidazione». Vale a dire, la progressione geometrica in termini di velocità; ed è questa «rapidazione» a trasformare il mondo digitale in una possibile minaccia. Non parlo qui dei suoi aspetti positivi, perché li conosciamo tutti. Evidenzio anche il problema della liquidità, che può annullare il concreto. Qualcuno, tempo fa, mi ha raccontato di un vescovo europeo che andò a trovare un amico imprenditore. Questi gli mostrò come in dieci minuti riuscisse a fare un’operazione che produceva un certo guadagno. Da Los Angeles vendette bestiame a Hong Kong, e in pochi minuti ricavò un profitto che gli venne immediatamente accreditato. La liquidità dell’economia, la liquidità del lavoro: tutto questo provoca disoccupazione. È il mondo liquido. Si sente invocare un «ritorno», anche se la parola non mi piace, perché è piuttosto nostalgica. Volver è il titolo di un tango argentino! C’è il desiderio di recuperare la dimensione concreta del lavoro. In Italia il 40% dei giovani dai venticinque anni in giù è disoccupato; in Spagna il 50%; in Croazia il 47%. È un segnale di allarme che mostra questa liquidità che crea disoccupazione.

Ringrazio per le domande e per la vivacità, e scusatemi se ho lasciato andare la lingua.

Note

1. Parresia è parola greca, frequente nel testo greco del Nuovo Testamento, dove indica il coraggio e la sincerità della testimonianza. È stata molto usata nella tradizione cristiana, specie agli inizi, anche come contrario di «ipocrisia».

2. Il magis (di più, maggiore) nella tradizione ignaziana viene dal celebre motto ad maiorem Dei gloriam (per la maggior gloria di Dio) e riassume un forte slancio spirituale. L’agire del gesuita è connotato da questo magis, una tensione viva che ci ricorda come sia sempre possibile fare un passo avanti rispetto a dove siamo arrivati, perché il nostro camminare corrisponde al manifestarsi sempre più esplicito della gloria di Dio. Con il discernimento degli spiriti impariamo a riconoscere il bene che abita in ciascuna situazione e a scegliere quella che porta al bene maggiore.

3. I gesuiti Matteo Ricci (1552-1610) e Roberto de Nobili (1577-1656) sono stati veri pionieri. Missionari rispettivamente in Cina e in India, cercarono di adeguare l’annuncio del Vangelo alla cultura e ai culti locali. Ma questo aveva preoccupato alcuni, e nella Chiesa si erano levate voci contrarie allo spirito di questi atteggiamenti, come se comportassero una contaminazione del messaggio cristiano.

4. Il Papa qui fa riferimento a teorie e dibattiti degli inizi del Seicento in cui erano coinvolti anche gesuiti quali Rodrigo de Arriaga.

5. Si tratta di un esame, in uso nella Compagnia di Gesù, che serve a verificare la capacità di un candidato al sacerdozio di ascoltare le confessioni.

6. El cuco in italiano si direbbe “lo spauracchio”, “il babau” (ndt).

7. Bernhard Häring (1912-98), religioso redentorista, è stato un teologo moralista tedesco e uno dei fondatori dell’«Accademia Alfonsiana». La sua opera ebbe un influsso significativo nella preparazione e nello svolgimento del concilio Vaticano II.

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