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Cooperazione e diplomazia

· Un saggio di Massimo Saba sulle relazioni tra Santa Sede e Stati Uniti (1797-1942) ·

Pubblichiamo la prefazione al saggio di Massimo Saba «Santa Sede e Stati Uniti (1797-1942)» (Roma, Edizioni Studium, 2019, pagine 128, euro 14,50)

Benedetto xv

Il saggio di Massimo Saba sulle relazioni tra la Santa Sede e gli Stati Uniti tra XIX e XX secolo, cioè in un periodo di tempo che vede sorgere e crescere la potenza nord americana fin quasi al momento del suo apogeo, si presta a diverse considerazioni sotto angolazioni di visuale differenti.

Una prima riguarda lo sforzo della Santa Sede per giungere al ristabilimento delle relazioni diplomatiche, sostanzialmente ancorché non formalmente interrotte per parte statunitense poco prima degli eventi del 20 settembre 1870. Si tratta di uno sforzo perseguito con pertinacia e costanza, nel quadro di un più generale orientamento che ha sempre contraddistinto la parte ecclesiastica rispetto alle realtà politiche, vale a dire perseguire per quanto possibile, nei differenti contesti storici e giuridici, quella sana cooperatio che favorisce lo svolgimento dell’azione propriamente spirituale e religiosa della Chiesa. Con gli Stati Uniti l’obbiettivo si presentava particolarmente arduo da raggiungere, per la peculiare storia di questo grande paese; per la composizione pluralistica dal punto di vista religioso della sua popolazione, ma con assoluta dominanza numerica e soprattutto culturale dei protestanti; per la minorità degli immigrati cattolici, in particolare irlandesi e italiani, e la loro marginalità nella società americana; per i caposaldi costituzionali su cui era — ed è — fondato lo Stato, caratterizzati dalla separazione rispetto alle confessioni religiose, dalla più ampia libertà di religione, dalla assoluta eguaglianza giuridica dei cittadini dinnanzi agli apparati pubblici, senza distinzione alcuna di credo.

Nel progredire di una vicenda che porterà infine Roosevelt a nominare, nel fatidico 1939, un rappresentante personale presso il Pontefice romano, e poi — ma il lavoro di Saba si arresta prima — nel 1984 il presidente Reagan ad allacciare formali relazioni diplomatiche tra Stati Uniti e Santa Sede, questa viene ad apprendere poco a poco modalità di approccio nuove con una realtà politica assai diversa da quelle con cui tradizionalmente aveva operato. Gli schemi raffinati della grande scuola romana dello Ius Publicum Ecclesiasticum, forgiati nel pur complesso e talora infido terreno degli Stati giurisdizionalisti europei e latino-americani, non reggono più e si debbono trovare nuove forme di approccio.

Una seconda considerazione attiene alla vita interna della Chiesa americana. L’episcopato statunitense viene poco a poco sempre più largamente sollecitato a partecipare per favorire un avvicinamento delle due supreme istituzioni. Anche qui gli schemi tradizionali dello Ius Publicum vengono progressivamente messi da parte, in particolare per quanto attiene ad un certo sospetto che a Roma si aveva nei confronti degli episcopati nazionali: sospetto più che giustificato in Europa e negli Stati latino-americani, dove i forti legami — ma anche le robuste soggezioni — con la corona, facevano sempre temere il rischio del formarsi di chiese nazionali con chiara lesione del bene dell’unità della Chiesa. Il contesto nord americano è ben differente: non c’è un sovrano che rimpiange gli antichi iura maiestatica circa sacra; c’è un diffuso anticattolicesimo che si esprime anche in un antipapismo, talora aggressivo; però il contesto di una libertà religiosa non solo proclamata a parole ma effettivamente radicata nella società favorisce, nel tempo, una crescita sempre più robusta della Chiesa cattolica, come numero di fedeli ma anche come influenza nella società. La particolare situazione porta anche a una precoce esperienza di collegialità nella vita dell’episcopato nord americano.

Dunque pure su questo terreno la pratica maturata oltre atlantico ha temperato la politica e la diplomazia ecclesiastiche, preparandole in qualche modo ad affrontare con mentalità nuove e paradigmi originali le realtà politiche che si sarebbero schiuse nel XX secolo e oltre.

Altra considerazione che vien fatto di fare attiene al mutare della situazione internazionale relativamente alla Santa Sede. Alla condizione di massimo isolamento politico-diplomatico registrabile tra la fine del pontificato di Pio IX, il pontificato di Leone XIII e quello di Pio X, che mortifica la Santa Sede e le impedisce una più proficua azione a livello internazionale, segue con Benedetto XV e grazie alle sue prospettazioni l’apertura di un periodo di grande impegno e progressivo protagonismo della stessa Santa Sede nella società internazionale, oggi anche visivamente percepibile nella sussistenza di rapporti diplomatici con quasi tutti gli Stati. È su questo scenario che si colloca la vicenda ricostruita da Massimo Saba, la quale dimostra a sufficienza come quella della Santa Sede nella comunità degli Stati sia una presenza che da questi non può essere ignorata; presenza che si impone di per sé, per la sua autorevolezza morale. Si tratta di un fenomeno che contrassegna anche il percorso storico che, seppure con difficoltà, stasi e pericoli di ritorno indietro, conduce infine gli Stati Uniti a (ri)allacciare relazioni diplomatiche con la Santa Sede, Le pagine che seguono pongono sufficientemente in evidenza come tali relazioni scaturiscano non solo dai consueti progetti di parte ecclesiastica laddove si tratti di definirne i rapporti con le varie comunità politiche, ma anche da oggettive esigenze di parte americana dirette a trovare in Roma una sponda alla propria politica interna e internazionale. Le pagine del libro che riguardano, nella metà degli anni Trenta del secolo che abbiamo alle spalle, il New Deal e la dottrina sociale della Chiesa sono eloquenti al riguardo.

Infine, ma non ultima, la considerazione del ruolo che la sovranità temporale dei Papi, prima con lo Stato Pontificio, poi con la Città del Vaticano costituita a seguito dei Patti Lateranensi del 1929, ha svolto e svolge, discretamente e in maniera poco appariscente, nel sostenere la pur indiscutibile soggettività internazionale della Santa Sede quale autorità di governo della Chiesa universale. Anche qui la vicenda delle relazioni con gli Stati Uniti diventa di estremo interesse, posto che, come incisivamente ebbe a dire negli anni della sua presidenza (1921-1923) Warren Gamaliel Harding: «Questo Paese ha relazioni diplomatiche soltanto con le Potenze che hanno dominio temporale e sudditi e non coi Capi spirituali di religioni». Per questo, in tempi in cui la pressione per instaurare relazioni diplomatiche col Vaticano era crescente, il presidente dichiarava che «non vedeva ragione, perché tra tante denominazioni religiose, si dovesse avere relazioni con una di esse a preferenza delle altre». Il tempo avrebbe smussato queste asperità; le esigenze politiche interne e internazionali avrebbero mostrato agli uomini politici nord americani un volto diverso della questione; l’apparire progressivo nell’ordinamento giuridico internazionale di soggetti privi del carattere della statualità, fenomeno prima sconosciuto, avrebbe fatto venire meno quella che appariva una singolarità della Santa Sede, o addirittura una sua assurda pretesa.

Ma, certo, Harding parlava prima del 1929.

di Giuseppe Dalla Torre

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