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Conversione al Vangelo e impegno per lo sviluppo

· Ai vescovi dell’Angola in visita «ad limina» il Papa parla del prossimo viaggio in Benin ·

«L’impegno a favore dello sviluppo proviene da quel cambiamento del cuore che deriva dalla conversione al Vangelo». Le parole del messaggio conclusivo della seconda assemblea speciale per l’Africa del Sinodo dei vescovi — svoltasi in Vaticano dal 4 al 25 ottobre 2009 — sono state riproposte dal Papa ai presuli dell’Angola in visita ad limina durante l’udienza di sabato mattina, 29 ottobre, nella Sala del Concistoro. Benedetto XVI ha fatto riferimento a quell’assemblea anche per sottolineare che nel corso del suo prossimo viaggio in Benin, in programma dal 18 al 20 novembre, sarà lui stesso a consegnare alla Chiesa africana l’esortazione apostolica che raccoglie i frutti del lavoro dei padri sinodali.

Ai vescovi il Pontefice ha richiamato in particolare tre difficoltà che spesso ostacolano il cammino di fede dei cristiani angolani. Quanto al primo — rappresentato dalla diffusione del concubinato — il Papa ha ribadito «il valore insostituibile» della famiglia «per la stabilità dell’edificio sociale». E ha invitato i presuli ad «aiutare le coppie sposate ad acquisire la maturità umana e spirituale necessaria per assumere in modo responsabile la loro missione di coniugi e di genitori cristiani, ricordando loro che l’amore sponsale deve essere unico e indissolubile, come l’alleanza fra Cristo e la sua Chiesa».

Benedetto XVI ha poi affrontato la questione del rapporto tra cristianesimo e religioni tradizionali africane, che spesso ricorrono a pratiche — come l’emarginazione o addirittura l’uccisione di bambini e anziani — incompatibili con la sequela di Cristo. «Ricordando che la vita umana è sacra in tutte le sue fasi e situazioni — è stato l’appello del Pontefice — continuate a alzare la voce a favore delle sue vittime». Secondo il Papa «è opportuno uno sforzo congiunto delle comunità ecclesiali provate da questa calamità, cercando di determinare il significato profondo di tali pratiche, d’identificare i rischi pastorali e sociali da esse veicolati e di giungere a un metodo che conduca al suo definitivo sradicamento, con la collaborazione dei governi e della società civile».

L’ultimo dei temi toccati da Benedetto XVI è stato quello dei «residui del tribalismo etnico percepibili negli atteggiamenti di comunità che tendono a chiudersi, non accettando persone originarie di altre parti della nazione». Nella Chiesa — ha riaffermato con forza il Papa — «non c’è posto per nessun tipo di divisione». Attorno all’altare, infatti, «si riuniscono gli uomini e le donne di tribù, lingue e nazioni diverse che, condividendo lo stesso corpo e lo stesso sangue di Gesù Eucaristia, diventano fratelli e sorelle realmente consanguinei». Un vincolo di fratellanza — ha specificato — che «è più forte di quello delle nostre famiglie terrene e di quello delle vostre tribù».

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