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Contro le conversioni forzate

· In Pakistan attivisti chiedono una maggiore protezione delle donne cristiane ·

I piccoli passi compiuti recentemente a livello locale in Pakistan per porre fine ai rapimenti e alle conversioni forzate all’islam di ragazze indù e cristiane non bastano: tocca al governo federale emanare una legge «per porre un freno a questo triste fenomeno»: è quanto auspica Peter Jacob, attivista cattolico per i diritti umani e presidente del Center for social justice in Pakistan, commentando i recenti episodi di violenze e abusi commessi su giovani donne cristiane e su altri membri delle comunità minoritarie nel paese. Segno, a suo parere, dell’ancora insufficiente volontà politica dei rappresentanti delle istituzioni, «per indifferenza o inettitudine».

Pochi giorni fa, il Parlamento della provincia meridionale del Sindh — dove la minoranza induista rappresenta l’undici per cento e quella cristiana meno dell’uno per cento — ha adottato all’unanimità una risoluzione chiedendo che la pratica delle conversioni forzate venga fermata e che si intraprendano azioni contro le persone coinvolte. Un testo che arriva tre mesi dopo che la Commissione per i diritti umani del Pakistan ha manifestato una forte preoccupazione nel suo rapporto annuale di aprile per gli episodi di conversioni forzate e di matrimoni di ragazze indù e cristiane, sottolineando che circa un migliaio di questi casi sono stati segnalati nella sola provincia del Sindh l’anno scorso.

«La Commissione per le minoranze nella provincia del Sindh è ancora inattiva e nel frattempo il governo federale e gli altri governi provinciali non hanno ancora approvato la legge per costituire apposite commissioni per i diritti delle minoranze», ignorando la disposizione della Corte suprema pachistana del 19 giugno 2014, si rammarica Peter Jacob, intervistato da Fides. Secondo lui, la società civile non può ignorare la responsabilità dei governanti per garantire a tutti i cittadini un accesso equo alle libertà civili e alla giustizia. Oggi è essenziale, ribadisce, «introdurre una legislazione ad hoc per la protezione delle minoranze religiose in Pakistan, specialmente per contrastare il fenomeno delle conversioni forzate all’islam».

«È tempo che il governo introduca garanzie legali concrete per impedire matrimoni e conversioni di fede forzate, manipolate o imposte», afferma dal canto suo l’avvocato Ali Palh, attivista per i diritti umani, auspicando un’azione più diligente dei tribunali. Kalpana Devi, una attivista indù, concorda e chiede un coordinamento interministeriale «per prevenire le violenze, investigare e perseguire il fenomeno delle conversioni forzate».

Per la studiosa Chaman Lal, le conversioni forzate di giovani donne delle minoranze «sono spesso accompagnate da crimini che coinvolgono ingiustizie economiche, violenze di genere e reati relativi alla libertà religiosa». «Alcuni personaggi influenti — indica a Fides — promuovono o facilitano questo fenomeno, manipolando le procedure legali con impunità». Inoltre, sostiene Chaman Lal, in caso di eventuali processi in tribunale, l’esito delle udienze è in favore degli autori delle violenze piuttosto che delle vittime.

Lo scorso giugno, intellettuali, cattolici, attivisti, avvocati e politici del Pakistan si sono riuniti a Islamabad per ricordare il quinto anniversario del giudizio della Corte suprema. A cinque anni di distanza, lamentano, nulla è stato fatto per metterlo in pratica e i diritti delle minoranze sono tuttora traditi in maniera sistematica.

Nella sua sentenza, la Corte suprema ordinava ai governi federale e provinciale di agire su diversi aspetti: sicurezza dei luoghi di culto, una strategia per la tolleranza religiosa e sociale e l’istituzione di una Commissione nazionale per le minoranze. Il testo prevedeva anche di assicurare quote di lavoro riservate e riformare i programmi di studio. Per Peter Jacob, «il livello di applicazione non supera il 24 per cento al massimo. La mancanza di volontà tra i governanti è la principale sfida della politica statale».

La questione delle conversioni forzate è stata evocata il 4 luglio quando una delegazione cattolica è stata ricevuta dal primo ministro pachistano Imran Khan a Islamabad. L’incontro era stato organizzato grazie all’interessamento di Jamshed Thomas, membro cristiano del Parlamento federale. Erano presenti Joseph Arshad, arcivescovo di Islamabad-Rawalpindi, Benny Mario Travas, vescovo di Multan, rispettivamente presidente e segretario generale della Conferenza episcopale del Pakistan, ma anche Sebastian Francis Shaw, arcivescovo di Lahore e Indrias Rehmat, nominato il 29 giugno scorso da Papa Francesco vescovo di Faisalabad. I presuli hanno espresso la loro preoccupazione per la minoranza cristiana nel paese asiatico, sottolineando l’importanza del lavoro svolto dalla Chiesa a servizio del Pakistan.

«Noi siamo tuttora preoccupati per la protezione delle minoranze religiose in Pakistan, è priorità del nostro governo garantire la protezione di tutte queste persone — ha assicurato il premier alla delegazione — vi assicuro che rifletterò sui problemi e le domande che avete sollevato».

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