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Contro lo spirito di accanimento

Lo “spirito di accanimento” è sempre stato presente nella storia dell’umanità. Cambia la forma, ma si tratta sempre dello stesso dinamismo che porta alcuni ad accanirsi contro gli altri. Si è manifestato per la prima volta nella rabbia di Caino, che lo spinse a uccidere suo fratello, e continua a scatenarsi nella furia del demonio che, non potendo uccidere la Donna — figura della Chiesa —, si volge contro «il resto della sua discendenza» (cfr Gen 4, 6 e Ap 12, 17). Le nuove forme oggi prendono nomi quali “bullismo”, “persecuzione mediatica”.

Jackson Pollock, «Number 4» (particolare)

In una recente omelia a Santa Marta, papa Francesco ha riflettuto sul mistero del male che si rivela nel bullismo, nell’atto di «aggredire la persona più debole». «Gli psicologi daranno spiegazioni buone, profonde — ha affermato —, ma io soltanto dico [che lo fanno] anche i bambini (...), e questa è una delle tracce del peccato originale, questa è opera di Satana».

Il fatto che venga menzionato Satana ci avverte del carattere prettamente spirituale di un comportamento che, in base ad alcune espressioni che utilizziamo per denominarlo — “accanimento” in italiano, encarnizamiento in spagnolo — indurrebbe a pensare che si tratti di qualcosa di animalesco, ma non è così. Mescolato e confuso con la dimensione carnale, si nasconde un plus di ferocia e di crudeltà gratuita che, quando ne vediamo gli effetti, produce enorme sconforto e confusione mentale. Il pensiero, ad esempio, va all’adolescente che si suicida perché non può sopportare che una sua immagine intima sia diffusa in internet, fino a divenire virale.

Lo spirito di accanimento è demoniaco, nel senso che è contrario alle leggi della natura: non soltanto distruttivo, ma autodistruttivo. È contagioso e genera effetti nocivi a livello sociale: abbandono, sentimenti di sconforto e spaesamento, confusione. E poiché si nasconde e si confonde all’interno di altri fenomeni, è necessario esporlo alla luce del discernimento spirituale per non sbagliarsi sul modo di resistergli: è possibile, per esempio, cadere nel contagio del suo dinamismo perverso, pur combattendone alcuni effetti.

Bisogna tener conto del fatto che, accanto all’accanimento palesemente distruttivo, ce n’è un altro “educato”, che agisce subdolamente, ma con identica e sistematica crudeltà. Non è forse sintomatico il fatto che usiamo i termini “inumano” e “disumano” senza riflettere a volte che, con essi, non intendiamo “animale”, bensì qualcosa di altra natura?

Una breve fenomenologia dello “spirito di accanimento” ci aiuterà a riconoscerlo meglio, per poterne interpretare la malignità, affinché nasca il desiderio di resistergli con l’aiuto dello Spirito, di respingerlo e di scacciarlo dal nostro cuore e dalle strutture sociali in cui si incarna. Come dice la preghiera del Veni creator, hostem repellas longius (“Respingi il nemico più lontano”).

Per capire in che modo si può resistere senza restare contagiati, terremo conto di una raccomandazione fatta da papa Francesco nel suo incontro con i gesuiti del Perú, durante il suo ultimo viaggio apostolico in America Latina. In quell’occasione egli ha fatto riferimento a un libretto, Lettere della tribolazione, dicendo che «sono una meraviglia di criteri di discernimento, di criteri di azione per non lasciarsi risucchiare dalla desolazione istituzionale» e «trovare la strada da seguire (...) nei momenti in cui il polverone delle persecuzioni, delle tribolazioni, dei dubbi e così via, si alza per avvenimenti culturali e storici (...). Esistono varie tentazioni che caratterizzano questo momento: discutere di idee, non dare la dovuta attenzione al fatto, fissarsi troppo sui persecutori (...), fermarsi a ruminare la desolazione».

di Diego Fares

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20 ottobre 2019

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