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Contro la violenza
sulle donne

· La campagna del “giovedì in nero” del Wcc ·

Da bambina aveva sentito che le anziane del villaggio, con angoscia, sospiravano sottovoce: «La guerra è più brutta per le donne che per gli uomini. Gli uomini possono morire mentre combattono. Le donne, quando sono stuprate, conoscono mille morti». Lo sapeva che le strade erano diventate pericolose, ma in casa non era rimasta nemmeno una goccia d’acqua e il bimbo malato aveva le labbra riarse dalla sete. Per suo marito uscire era ancora più rischioso. Era andata lei, insieme a due amiche. Stavano già tornando quando, d’un tratto, erano comparsi quegli uomini, da ogni parte. Le compagne si erano volatilizzate.

Non c’è scampo; è sola. Braccia robuste la afferrano. Grida: «Abbiate pietà. Sono incinta». Si divincola, disperata. Le strappano i vestiti, come a Cristo sul Calvario. La gettano a terra. Uno la calpesta con lo stivale, proprio sullo stomaco. La prendono a calci. Il capo la violenta per primo. Poi un altro. E un altro. E un altro. Ancora più delle ferite, la brucia l’umiliazione. Alla fine le ridono in faccia e le dicono: «Ringrazia che non ti facciamo fuori».

Sperava di trovare conforto almeno in famiglia. Tamar, dopo essere stata violata da Amnon, fu consolata da Assalonne (cfr. 2 Samuele, 13, 20). Per lei invece ci fu lo stigma sociale, la vergogna davanti a tutto il villaggio. E la morte del bambino che portava nel ventre. E l’abbandono da parte del marito, che non volle più vederla. E il terrore costante nell’uscire all’aperto. E i frequenti, terribili flashback tipici della sindrome da stress post-traumatico, in un martirio senza fine. Davvero, «le donne, quando sono stuprate, conoscono mille morti».

Questa storia vera, in cui per rispetto è taciuto il nome della protagonista, è successa durante una delle tante guerre che si combattono in Africa e che l’Occidente volentieri dimentica (non tutti però soffrono di amnesia: i mercanti di armi hanno un’ottima memoria e non trascurano i loro lucrosi affari).

Per manifestare vicinanza alle vittime degli stupri di guerra e a tutte le donne colpite da qualsiasi forma di violenza, come la violenza domestica, la violenza sessuale, l’incesto, l’omicidio e l’infanticidio femminile, la mutilazione genitale, la tratta, le molestie sessuali, le discriminazioni, il World Council of Churches (Wcc), durante il «Decennio ecumenico delle Chiese in solidarietà con le donne» (1988-1998), lanciò la campagna dei “giovedì in nero” che poi ha costantemente riproposto, seguendone la diffusione a macchia d’olio. Un’occasione importante per ricordare questo impegno si è avuta durante la decima Assemblea generale del Wcc, tenutasi a Busan, in Corea del Sud, dal 30 ottobre all’8 novembre 2013. Più recentemente, il 19 marzo scorso, durante un’apposita liturgia nella sede centrale di Karlsruhe, ha aderito a questa iniziativa anche la Chiesa protestante del Baden, nel cui territorio nel 2021 si terrà l’undicesima Assemblea generale del Wcc. Oltre ad appartenenti a varie Chiese facenti parte del Consiglio ecumenico delle Chiese, sostengono la campagna anche diversi comitati che preparano la Giornata mondiale di preghiera, e dunque anche le donne cattoliche che fanno parte di questi comitati.

I “giovedì in nero” rappresentano una proposta semplice e significativa al tempo stesso, idealmente collegata a esperienze simili. Il giorno scelto è nel ricordo delle madri argentine che decisero di manifestare a favore dei figli desaparecidos nella piazza centrale di Buenos Aires, Plaza de Mayo, appunto ogni giovedì. Chi aderisce s’impegna a vestirsi di nero ogni giovedì, pensando a questo colore non come a un segno di lutto passivo, nella sconsolata accettazione di violenza e ingiustizie, ma come a un simbolo di resilienza, nella profonda empatia e nella fraternità sincera con chi soffre. È anche stata creata una spilla dove, su uno sfondo nero, campeggia la scritta: «Giovedì in nero. Verso un mondo senza stupro e violenza».

Precedentemente, altri movimenti di resistenza femminile non-violenta hanno scelto il colore nero come simbolo del loro impegno. La campagna del Wcc s’ispira in modo esplicito alle “Donne in nero” di Israele e Palestina e alla loro protesta contro la guerra e la violenza; alle donne del Rwanda e della Bosnia che presero posizione contro lo stupro sistematico durante i genocidi; alle donne del “Black Sash”, il movimento nato nel 1955 in Sud Africa per protestare contro l’apartheid, che portavano su una spalla una fascia nera.

Il Consiglio ecumenico delle Chiese diffonde meditazioni, studi e preghiere appositamente preparati per i “giovedì in nero”, con l’intento di sensibilizzare, formare, creare una cultura di pace. Per vincere la violenza, bisogna partire innanzitutto dall’educazione, fin dalla più tenera età. Ed è importante stare accanto a chi deve affrontare situazioni particolarmente dure. Col desiderio di «camminare, pregare e lavorare per la giustizia e la pace» insieme ai fratelli e alle sorelle che vivono in Paesi in conflitto, nel 2017 e nel 2018 il Wcc ha organizzato «le visite di gruppi di pellegrini» in alcune terre martoriate. Gli inviati del Wcc finora si sono recati in Nigeria, Burundi, Colombia, Sud Sudan e Repubblica Democratica del Congo. «In tutti questi Paesi, le nostre sorelle hanno condiviso storie devastanti», riferiscono. «Le donne stanno portando nei loro corpi e nei loro cuori ferite inenarrabili. Tuttavia, mostrano anche una forza incredibile che deriva dalla loro fede in Dio ed è in grado di trasformare il conflitto in giustizia e pace».

I “gruppi di pellegrini” hanno scritto riflessioni e preghiere che poi sono state condivise ogni settimana come parte ufficiale della campagna dei “giovedì in nero”. Nei messaggi inviati, riecheggiano le voci di tante donne, piene di sofferenza e di coraggio. Così vengono abbattuti i muri di silenzio, conformemente agli intenti di questo progetto che appunto desidera aiutare le donne colpite dalla violenza, nelle sue varie forme, a uscire dall’isolamento, ad aprirsi, a narrare le proprie vicende, a individuare le responsabilità, a denunciare, a essere coscienti della propria forza interiore e della propria intangibile dignità, a sperimentare la solidarietà. Le testimonianze fanno toccare con mano che anche nelle situazioni più strazianti la grazia di Dio non viene meno. Anzi sostiene la resilienza umana e fa fiorire la speranza, rinnovando incessantemente l’amore per la vita.

Altro materiale per la meditazione e l’approfondimento giunge da realtà locali. Ad esempio, dal Sud Africa i membri del movimento «Noi faremo sentire le nostre voci» (che peraltro è diffuso anche in altre parti del mondo) scrivono di voler «aiutare in particolare le comunità di fede a sostenere la campagna dei “giovedì in nero”» E spiegano: «Spesso ci sentiamo impotenti e senza speranza davanti a tanto dolore e ingiustizia. Tuttavia, possiamo essere coinvolti in una campagna semplice ma potente per affrontare la violenza di genere. Ogni giovedì, persone di tutto il mondo si vestono di nero come simbolo di forza e coraggio e per manifestare solidarietà alle vittime. Indossare il nero mostra agli altri che sei stanco di sopportare la violenza e che chiedi comunità in cui tutti possano camminare in sicurezza senza paura. Paura di essere picchiato, paura di essere insultato verbalmente, paura di essere stuprati, paura della discriminazione. Il “giovedì in nero” per noi è diventato una disciplina spirituale, non solo una campagna come tante altre».

Una disciplina spirituale, un seme di fraternità, di pace e giustizia. Perché la vita possa fiorire, e nessuna donna, nessun uomo mai più debba conoscere “mille morti”.

di Donatella Coalova

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17 novembre 2019

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