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Contro la pastorale della muffa

· Per una più efficace integrazione delle persone disabili ·

«I nostri gesti pastorali hanno una progettazione solo per persone sane, giovani, pimpanti» senza prevedere la presenza di famiglie che vivono situazioni di disagio e di limite. Colpiscono le parole pronunciate da monsignor Franco Giulio Brambilla, vescovo di Novara, nell’ambito di un recente seminario organizzato a Roma dal settore per la catechesi delle persone disabili della Conferenza episcopale italiana. 

Henri Matisse, «Ritratto di Lydia Delectorskaya» (1947)

Parole che rivelano come la comunità ecclesiale talvolta non sia immune a quelle logiche di scarto verso i deboli sempre condannate da Papa Francesco. Lo scrive Silvia Gusmano aggiungendo che a parlare, prima di tutto, sono i fatti. In Italia, quasi tutti i bambini che nascono con una disabilità vengono battezzati, ma solo una percentuale minima rispetto ai coetanei, riceve gli altri sacramenti. Ciò significa che nelle Chiese, negli oratori e nei corsi di catechismo per loro raramente c’è posto. Chiunque ha esperienza della disabilità — soprattutto di quella intellettiva — può raccontare con dolore di assemblee ecclesiali respingenti, infastidite da rumori e movimenti insoliti, disturbate nella loro devota concentrazione da forme di preghiera diverse. Fino alla gretta ignoranza di chi arriva a negare i sacramenti. Molto più rari, purtroppo, sono i racconti di comunità desiderose e capaci di andare incontro ai più piccoli, considerando i loro limiti una fonte di ricchezza per tutti. Si tratta di un penoso paradosso che contraddice in modo eclatante le parole e i gesti di Gesù e il cuore stesso del suo insegnamento. Per questo, chi va controcorrente e si batte per trasformare lo straordinario in ordinario, lo fa con grinta e determinazione.

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26 febbraio 2020

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