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Suonare sotto le bombe

· Intervista al pianista di Yarmouk ·

«Quando ho cominciato a suonare il piano nelle strade di Yarmouk, tra i palazzi sventrati dalle bombe, l’ho fatto perché vivevamo in una situazione terribile e la gente, i bambini soprattutto, avevano bisogno di ascoltare il suono della musica e non soltanto quello delle esplosioni. Avevamo tutti bisogno di aggrapparci a una speranza. Certo allora non immaginavo che sarei riuscito a sfuggire a quell’incubo. Per la verità, pensavo che forse avrei potuto suonare per due, tre giorni e che poi la mia vita, d’un tratto, sarebbe finita sotto le macerie di qualche edificio colpito da un razzo». Chi parla è Aeham Ahmad, il pianista di Yarmouk: i video dei suoi concerti tra le macerie, due anni fa, sono diventati virali sul web e hanno fatto il giro del mondo. 

 Aeham Ahmad

Adesso è lui — che da più di un anno vive a Wiesbaden, in Germania — a girare il mondo e ora ha cominciato una tournée in Italia che lo porterà da Roma (questo 7 gennaio alla sala Sinopoli dell’auditorium Parco della Musica) a Mestre, Taranto, Firenze e Aosta. Ha anche pubblicato un primo album delle sue composizioni che ha intitolato Music for hope dedicato ai siriani «che vogliono vivere liberi ma non hanno alcuna voce». Ha incontrato Angela Merkel e il presidente tedesco, Gauck, ha vinto il premio Beethoven per il suo impegno in favore dei diritti umani. Ma, e questa è la cosa più importante per lui, è riuscito a far arrivare a Wiesbaden la moglie e i due figli che era stato costretto a lasciare nella cittadina alle porte di Damasco quando era scappato, nel 2015, dopo che i miliziani dell’Isis avevano bruciato il suo pianoforte. «Io ho seguito quella che voi chiamate la rotta balcanica e ce l’ho fatta, ma per mia moglie e i bambini sarebbe stato troppo pericoloso».
Se a Yarmouk, dove è nato 28 anni fa in una famiglia di profughi palestinesi, la sua musica era una forma di resistenza alla guerra, uno strumento per dare sollievo contro il frastuono dei bombardamenti, i suoi concerti oggi sono una testimonianza. «Io suono e canto la tragedia della Siria. Non soltanto quello che raccontano i giornali sui combattimenti tra Isis, al Nusra, l’esercito di Assad, i russi: io canto soprattutto la resistenza della gente che vuole vivere, che vorrebbe uscire dall’orrore in cui è piombata da anni ormai. La mia è una musica d’ispirazione classica — nelle strade avevo cominciato a suonare Beethoven che avevo studiato al Conservatorio di Damasco — congiunta con i versi e la melodia del canto arabo ma le parole delle mie composizioni raccontano un dramma moderno e terribile».
Qualcosa di terribile, però, oggi sta accadendo anche fuori dalla Siria: l’Isis e altri gruppi terroristi stanno esportando la violenza, parlano di vendetta, hanno fatto attentati sanguinosi anche nelle ultime settimane a Berlino e Istanbul. Aeham Ahmad ha tenuto un concerto nella chiesa del Ricordo che sorge nella piazza dove c’era il mercatino di Natale attaccato dal camion-killer nella capitale tedesca. «Sono contro ogni forma di terrorismo e di violenza. Sono musulmano ma non mi riconosco in chi usa il nome dell’islam per commettere atrocità. I miei fratelli cristiani e i miei fratelli ebrei sono come me e hanno gli stessi diritti. Per duemila anni in Siria abbiamo vissuto fianco a fianco. Il problema non è religioso. Non è una guerra di religione. La religione va tenuta fuori da questa guerra. Anzi, nessuna guerra si può fare in nome della religione».
Per Aeham Ahmad la Siria è il terreno di scontro di interessi strategici, economici e politici. «Questo l’ho visto con i miei occhi nell’inferno di Yarmouk. La guerra non è del popolo siriano, è contro il popolo siriano. La gente normale vuole vivere in pace. Quelli che combattono sono gruppi finanziati e inquadrati da potenze esterne, ma quelli che muoiono sono i siriani. Noi siamo le prime vittime del terrorismo e della violenza. E la tragica contabilità del conflitto lo dimostra, anche se degli oltre quattrocentomila morti non si parla spesso sui giornali. Per isolare i terroristi bisogna interrompere i rifornimenti di armi, fare attenzione ai traffici di petrolio, non sottovalutare il ruolo dei foreign fighters che sono migliaia. Un grande errore è illudersi di poter manovrare gruppi di miliziani: di sicuro significa ritrovarseli un giorno contro. Ne sa qualcosa la Turchia che è vittima di questa logica perversa». Ma in un dramma di queste proporzioni la musica può aiutare? «Forse la musica non basta. Ma anche la musica può servire a far comprendere la tragedia che si sta consumando. Almeno questa è la mia speranza: la stessa speranza che mi spingeva a suonare il pianoforte montato sul carretto di mio zio sotto le bombe nelle strade devastate di Yarmouk».

di Rossella Fabiani

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29 gennaio 2020

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