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Contro gli slogan

· Un appello alla teologia ·

L’uso di una parola, utile non tanto a definire e circostanziare quanto a indicare un orizzonte di riflessione, corre sempre un duplice rischio; il primo è che essa, nel linguaggio comune, nel dibattito pubblico e nell’impiego che se ne fa lungo il tempo diventi “usurata”, eccessivamente inflazionata fino a diventare un luogo comune che le fa perdere il suo significato originario e lo spessore iniziale. In questo modo, la parola perde tutto il suo potere e il suo senso interno. Si pensi — a mo’ di esempio — alla semplice parola amico, capace di evocare relazioni fondanti e fondamentali della vita reale ma che, dopo Facebook, può anche significare colui/colei che mi ha chiesto o concesso “l’amicizia” sui social.

La copertina  di «Is This the Life We Really Want?»  di Roger Waters (particolare)

Il secondo rischio, direi, riguarda l’approccio “credente” alle parole. Non è né buono né necessario creare una sorta di separazione tra una visione laica della vita e una generata dalla fede, se non altro perché i confini tra le due, almeno nella vita reale, non sono così chiaramente tracciati come spesso immaginiamo idealmente; tuttavia, tra le due esiste una naturale diversità, da integrare nella dialettica del confronto. Anche l’approccio credente alle parole rischia di essere svuotato del suo significato più pieno, scivolando nella banalizzazione, nell’utilizzo improprio e nel frasario del parlare comune, accettato più per conformismo che per convinzione. Gli esempi qui potrebbero moltiplicarsi, anche per quel difetto che talvolta sembra contagiare l’universo ecclesiale e la sua comunicazione: le parole diventano slogan ripetuti per un certo tempo fino a diventare “il motto del momento”. Salvo intuire, poi, che non ne abbiamo compreso appieno il contenuto, non c’è un’idea che lo sorregge e, soprattutto, non abbiamo elaborato le sue conseguenze spirituali e pastorali. Lo slogan — in cui spesso ricadono purtroppo anche le parole della fede — ha un effetto immediato, costruito però sul vuoto.

A tal proposito, in una lettera indirizzata al presidente della Pontificia Commissione dell’America Latina, nel 2016, papa Francesco esortava a «guardare continuamente al Popolo di Dio che ci salva da certi nominalismi dichiarazionisti (slogan) che sono belle frasi ma che non riescono a sostenere la vita delle nostre comunità». Poi suggellava l’affermazione con una battuta calzante: «Per esempio, ricordo ora la famosa frase: “è l’ora dei laici”, ma sembra che l’orologio si sia fermato». Per il credente e per la comunità cristiana questo uso improprio o banale della parola è rischioso. Nella sua sostanza, significa non attribuire più alle parole il loro significato prettamente teologico, che emerge non solo nella ricerca accademica e specialistica ma anche quando il credente dà nome alle cose e alla realtà andando oltre il significato immediato e letterale delle parole che usa e che ascolta, e conferendo ad esse un’accezione simbolica, metaforica e spirituale, generata dalla visione della fede. Un’operazione del genere è quella che fa Karl Rahner nel suo bel testo Cose di ogni giorno, in cui evidenzia il significato spirituale-teologico di parole che, nel quotidiano, indicano semplicemente le “cose” e le azioni della vita, come mangiare, camminare, sorridere, e così via.

Ora, c’è da temere che anche la parola fraternità venga trascinata nel luogo asfittico del “non pensiero” e perciò venga svuotata del suo significato teologico, riducendosi a una semplice ricerca di umana concordia — il che è ovviamente già molto — e non, invece, all’accettazione piena e radicale dell’amore di Dio Padre che, nella sua universalità includente, mi rende non solo figlio, ma anche fratello di ogni uomo, fondando così dal di dentro l’esigenza e il dovere dei legami fraterni. Non che il primo significato sia da disprezzare o rifiutare, anzi, al contrario; ma è il secondo che includerà il primo, lo illuminerà e lo eleverà. Quando le parole, i gesti della preghiera, i simboli della liturgia, le forme e le espressioni del credere non sono sostenute da un rigoroso pensiero teologico che ne individui e ne faccia brillare il loro significato a partire da Dio, allora si rischia la confusione e la banalizzazione.

È la teologia che può garantire questo “altrove”, aiutando il credente a superare la strettoia dei significati letterali e la tentazione di fermarsi alla prima impressione, e invitandolo, così, a scoprire l’Altrove e le tracce dell’altro nascoste nella realtà delle cose e della vita. Più che essere intenta a definire — rischiando di diventare un pensiero fisso e immobile — la teologia è pensiero escatologico: procede per approssimazioni graduali e successive, nella consapevolezza che la verità tutta intera si manifesta solo escatologicamente, al termine del cammino. Fino ad allora, l’acquisizione umana della verità procede a tentoni o, come scriveva Henri de Lubac, «brancolando nel buio».

Senza l’esercizio di un sano pensiero teologico, la fede — con l’insieme delle sue parole e dei suoi simboli — rischia di restare confinata nell’emozione o, ancor peggio, di scivolare nell’ideologia e nel fondamentalismo di un’ideologia fondamentalista.

Il compito è più che urgente se è vero, come ha affermato il teologo Giuseppe Lorizio nel suo brillante intervento al convegno della Chiesa italiana a Firenze, che si registra «una sempre più diffusa irrilevanza del sapere della fede». Lo stesso teologo mette in guardia dal pericolo che l’umanesimo posto in essere dalla fede in Cristo — che include certamente il discorso sulla fraternità — restando privo di riflessione teologica «diventi uno slogan da esibire in un particolare momento del cammino ecclesiale e da archiviare rapidamente, senza una vera e propria continuità coi processi in atto e l’attivazione di autentici percorsi di fede e di evangelizzazione».

Anche la parola fraternità, dunque, ha bisogno di essere pensata dalla riflessione teologica, magari sullo sfondo della stessa incarnazione del Figlio di Dio che, in virtù del legame con la Sua carne ci ha stabiliti fratelli e — come afferma papa Francesco in Evangelii gaudium — «ci ha invitato alla rivoluzione della tenerezza». Ma assumere tale punto di partenza — non privo di conseguenze di tipo non solo teoretico ma anche pastorale — significa ammettere che la fraternità, in senso teologico, non è un’indicazione di tipo morale, ma un luogo “teo-logico”: essa, cioè, è un’esperienza di Dio stesso, un tratto caratteristico del Suo Volto, il segno distintivo di un Dio-Amore che in se stesso è una pluralità di Persone distinte ma unite nella carità e, perciò, di un Dio che genera legami di comunione e di fraternità. In ragione del fatto che Dio è comunione di persone e che, pertanto, è in se stesso un Dio “estatico”, che esce fuori di sé per venire incontro all’uomo nell’evento Cristo, anche l’essere umano è costituito nella dimensione relazionale fondata sull’amore. Che la fede cristiana debba contemplare in sé e benedire il pluralismo, la diversità e la differenza — dell’altro e del pensiero — non è dunque un fatto di politica ecclesiale, ma un dato teologico, in nome del quale ogni nostalgia identitaria e ogni fissismo dottrinale risultano fuori luogo.

Pensare la pluralità e la differenza, fondando biblicamente e teologicamente il tema della prossimità, della cura dell’altro e della compassione, è un compito non nuovo per la teologia e, tuttavia, oggi essa può ricevere un nuovo impulso e approfondire la questione con inedita creatività.

di Francesco Cosentino

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19 giugno 2019

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