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· Lettera di leader religiosi statunitensi al presidente Trump sull’immigrazione ·

«L’azzeramento del programma di ammissione dei rifugiati, istituito nel 1980, sarebbe devastante per le migliaia di rifugiati la cui ricollocazione è già stata approvata e ridurrebbe fortemente la posizione degli Stati Uniti sulla scena internazionale». Questa la grande preoccupazione espressa da oltre cinquecento tra leader religiosi — cattolici, ebraici e musulmani — e congregazioni femminili e organizzazioni cattoliche statunitensi, che hanno sottoscritto una lettera inviata al presidente degli Stati Uniti Donald Trump per chiedergli di rivedere la sua proposta che di fatto impedirebbe l’ingresso di migranti nel Paese per il prossimo anno. I firmatari, tra cui All Saints Church, Evangelical Lutheran Church in America, Pax Christi Usa, New Jerusalem Church e T’Ruah - The Rabbinic Call for Human Rights, ritengono fondamentale conservare il Programma di ricollocazione dei rifugiati (Usrap), «fiore all’occhiello della politica estera americana», per permettere «il reinsediamento di 95.000 migranti nell’anno fiscale 2020».

Nella lettera viene espresso l’auspicio che il messaggio proveniente da chi si impegna quotidianamente per diffondere la Parola di Dio possa far breccia nel cuore del presidente. «L’agenda di ricollocazione della nostra nazione, fin dalla sua istituzione, è uno standard di eccellenza che altri Paesi considerano un punto di riferimento per le proprie politiche, grazie alla efficiente sinergia tra apparato pubblico e settore privato». In questo modo l’Usrap ha garantito stabilmente a oltre tre milioni di rifugiati strumenti per l’integrazione e l’autosufficienza al fine di ricominciare una nuova vita basata sulla sicurezza economica e sociale e che ha portato vantaggi non solo a loro ma a tutte le comunità che ne hanno apprezzato la cultura e le capacità. «Le nostre esperienze di lavoro a fianco dei rifugiati rispecchiano quelle statistiche che dimostrano come i rifugiati apportino benefici tangibili ai cittadini degli Stati Uniti avviando attività commerciali, diventando proprietari di case, rilanciando locali e arrivando anche a ricoprire cariche politiche».

I leader religiosi passano poi a sottolineare il dovere che ogni cristiano ha di accogliere chi chiede asilo in fuga da guerre o carestie. «Siamo chiamati dai nostri testi sacri e dai nostri principi di fede ad amare il prossimo, ad accompagnare i vulnerabili, e ad accoglierli nella nostra nazione. Le nostre congregazioni, sinagoghe e moschee hanno storicamente giocato un ruolo chiave nell’assistenza ai rifugiati, preoccupandosi di garantirgli un alloggio, di insegnargli la lingua, di trovargli un lavoro: tutti supporti sociali necessari per una rapida ed efficace inclusione nelle comunità». Le persone di fede, prosegue il testo, non possono non sentirsi turbate da tutti quei gravi problemi collegati alla migrazione come le difficoltà a riunirsi che molte famiglie incontrano e o le discriminazioni subite da rifugiati appartenenti a minoranze religiose.

Andare verso il prossimo: un dovere sempre più impellente vista la drammaticità dei dati del rapporto dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) indicati nella lettera: persecuzioni di ogni genere «hanno costretto milioni di persone a lasciare il proprio Paese» determinando un numero di rifugiati mai raggiunto prima. «Sono oltre 70 milioni gli sfollati in tutto il mondo, più di 25 milioni i rifugiati, oltre la metà dei quali bambini, visto che le esigenze di reinsediamento globale sono raddoppiate negli ultimi anni raggiungendo oltre 1,44 milioni di rifugiati nel 2020».

L’emergenza migranti è stata affrontata recentemente anche dalla Chiesa cattolica degli Stati Uniti con la lettera al presidente americano del cardinale Daniel DiNardo, arcivescovo di Galveston-Houston e presidente della Conferenza episcopale statunitense. Anche il porporato aveva rimarcato la necessità di riconsiderare le decisioni del Dipartimento per la sicurezza riguardo ai limiti imposti al flusso di migranti, sottolineando che tali provvedimenti avrebbero causato sofferenza per quelle famiglie di rifugiati costrette a separarsi al confine. Una situazione che, aveva aggiunto DiNardo, non può aver ragione di essere in uno Stato che ha sempre difeso la stabilità della famiglia e che ha assunto da tempo «un ruolo guida nella comunità internazionale come garante del diritto d’asilo». Occorre quindi, aveva concluso, «trovare soluzioni ad una crisi umanitaria e una riforma umana dove anche la compassione e la dignità non vengano meno». (rosario capomasi)

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