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Contestato il risultato
del voto
in Repubblica Democratica del Congo

· I vescovi non concordano con il conteggio della commissione elettorale che dichiara vincitore Félix Tshisekedi ·

Félix Tshisekedi, uno dei due sfidanti al potere, è stato proclamato vincitore dell’elezione presidenziale nella Repubblica Democratica del Congo. Una vittoria tuttavia immediatamente contestata non solo dall’altra parte dell’opposizione, ma anche dalla Chiesa locale, i cui 40.000 osservatori sparsi sul territorio congolese hanno seguito con molta attenzione lo svolgimento del voto e il conteggio delle schede elettorali.

Sostenitori di Felix Tshisekedi a Kinshasa (Epa)

Dopo una lunga attesa, ieri notte la commissione elettorale indipendente (Ceni) ha dichiarato i risultati provvisori delle elezioni del 30 dicembre scorso, dopo essere stata per giorni oggetto di critiche e accuse per la lentezza dello spoglio. Mentre la polizia si dispiegava nei luoghi strategici della capitale, la Ceni ha annunciato il nome di Tshisekedi che con il 38,5 per cento delle preferenze vince con un buon margine davanti all’altro sfidante dell’opposizione, Martin Fayulu, che non supera il 34,8 per cento. Un risultato immediatamente contestato da Martin Fayulu che ha invitato i suoi sostenitori a scendere nelle piazze.

La conferenza episcopale nazionale ha affermato dal canto suo che i risultati ufficiali differiscono dal conteggio fatto dai suoi osservatori che hanno monitorato il voto. Il segretario generale dei vescovi congolesi, Donatien Nshole non ha tuttavia rivelato il nome del vincitore secondo il loro conteggio.

Anche la Francia sembra esprimere qualche dubbio sull’esito del voto e il suo ministro degli esteri Jean-Yves Le Drian non ha esitato a confermare che «appare abbastanza chiaro che i risultati proclamati non sono conformi ai risultati reali» e che «Fayulu è a priori il vincitore dello scrutinio del 30 dicembre».

Secondo i risultati ufficiali di questa elezione, rinviata per ben tre volte dal 2016 a causa del rifiuto del presidente uscente di lasciare il potere, Félix Tshisekedi diventa a 55 anni il presidente «eletto provvisoriamente» che prenderà il posto di Joseph Kabila alla guida del paese, 17 anni dopo l’assassinio di suo padre il 16 gennaio 2001. D’altronde il neo eletto Tshisekedi si è subito affrettato a rendere omaggio a Kabila dichiarando che «oggi non dobbiamo più considerarlo come un avversario ma piuttosto come un partner nell’alternanza democratica del paese». «Sono contento per voi, popolo congolese — prosegue Tshisekedi — tutti pensavano che questo processo elettorale sarebbe finito nel sangue, tra scontri e violenze».

Anche se è tuttora possibile presentare un ricorso davanti alla corte costituzionale che dovrà proclamare i risultati definitivi entro il 15 gennaio, è importante sottolineare che la Repubblica Democratica del Congo ha vissuto due eventi storici. È la prima volta che uno sfidante al potere viene eletto senza spargimento di sangue dopo le elezioni di Joseph Kabila nel 2006 e 2011. Ed è anche la prima volta che il presidente uscente accetta di ritirarsi nel rispetto della costituzione e non sotto la pressione delle armi. Kabila infatti non poteva concorrere per un terzo mandato consecutivo e non è riuscito a imporre il suo delfino, l’ex ministro degli interni Emmanuel Ramazani Shadary, largamento distanziato con il 23,8 per cento dei voti. Il giuramento del nuovo presidente è previsto il 18 gennaio per un mandato di cinque anni e Kabila rimarrà nell’esercizio delle sue funzioni fino «all’insediamento effettivo del nuovo presidente», come previsto dalla costituzione.

Intervistato da Radio France Internationale, Martin Fayulu ha nuovamente ribadito che «questi risultati non hanno niente a che vedere con la verità delle urne», e ha denunciato un «incomprensibile golpe elettorale». I suoi sostenitori hanno lasciato intendere che nel corso degli ultimi giorni vi erano stati alcuni incontri per allacciare il dialogo tra Tshisekedi e Joseph Kabila. Jean-Marc Kabund, segretario generale dell’Unione per la democrazia e il processo sociale, il partito fondato e guidato da Tshisekedi, aveva suggerito «un incontro» tra i due uomini per «preparare il passaggio pacifico del potere» già prima della proclamazione dei risultati.

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