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Contemplativi nell’azione

· Una formula ignaziana tra Montini e Bergoglio ·

Monsignor Montini a palazzo Salviati  (2 novembre 1954)

Nel messaggio del 29 luglio scorso al presidente del consiglio esecutivo della Comunità di vita cristiana, il Papa ha scritto: «Al centro della vostra spiritualità ignaziana c’è il voler essere contemplativi nell’azione. Contemplazione e azione, le due dimensioni insieme: perché possiamo entrare nel cuore di Dio solo attraverso le piaghe di Cristo, e sappiamo che Cristo è piagato negli affamati, negli ignoranti, negli scartati, negli anziani, nei malati, nei detenuti, in ogni carne umana vulnerabile». Si potrebbe commentare questo testo con Gaudete et exsultate, dove al n.96 si legge che «essere santi non significa lustrarsi gli occhi in una presunta estasi»; chi parte, infatti, dalla contemplazione riesce a scoprire nei poveri e nei sofferenti «il cuore stesso di Cristo, i suoi sentimenti e le sue scelte più profonde, alle quali ogni santo cerca di conformarsi».

La formula «contemplativi nell’azione» è una classica espressione dell’ideale ignaziano di perfezione cristiana. In forma molto originale, suppone che contemplazione e azione giungano, a un livello profondo, a formare un’unità sino a compenetrarsi reciprocamente mediante la carità. Tanto l’azione, quanto la contemplazione, infatti, debbono — usando un’espressione del padre Lallemant — procedere dall’amore e tendere all’amore, sicché l’amore sia il loro principio, la loro pratica e il loro termine. È quanto, a proposito della mutua compenetrazione fra azione e contemplazione, si legge in un documento pubblicato nel 1980 dalla sacra Congregazione per i religiosi e gli istituti secolari: punto di partenza per ogni vita spirituale è «la spinta della carità alimentata nel cuore [...] considerato come il santuario più intimo della persona in cui vibra la grazia di unità fra interiorità e operosità» (La dimensione contemplativa della vita religiosa, n. 4).

Le parole del Papa mi hanno riportato a un testo singolare di Giovanni Battista Montini intitolato Metodo della simultaneità: una serie di appunti, in realtà, non del tutto omogenei e incompleti. Conservato nell’archivio dell’Istituto Paolo VI e pubblicato nel n. 53 del notiziario dell’istituto con il commento di Ignazia Angelini, monaca benedettina, il documento è stato inserito in una selezione di Scritti spirituali, introdotti e curati nel 2014 da Angelo Maffeis per «Studium» (a questa edizione rimandano le indicazioni di pagina).

Paolo VI in un’opera di Dina Bellotti (1912-2003)

Qui, la questione fondamentale posta da Montini è come «rendere possibile una vita spirituale sufficiente associata ad una attività esteriore assorbente; e più precisamente di ridurre questa attività a qualche profitto della stessa vita interiore». In tale prospettiva cita la formula benedettina dell’ora et labora, che considera espressione «di un equilibrio di due differenti forme di attività, collaboranti ad un medesimo scopo di culto divino e di personale santificazione» (p. 63). Il tema non è nuovo nella storia della spiritualità. Dopo il Vaticano II è generalmente riformulato nella linea di Teresa di Gesù Bambino: «L’amore racchiude in sé tutte le vocazioni» (Manoscritto B, f. 3). È l’orizzonte entro cui si muove Montini, la cui vicenda terrena ha, com’è noto, un sorprendente intreccio con la santa di Lisieux.

Questi appunti di Montini risalgono probabilmente a un periodo di poco anteriore all’episcopato milanese. Il loro tenore somiglia molto ad altri scritti spirituali risalenti all’inizio degli anni cinquanta. Fra questi, ve n’è uno (pubblicato in Riflessioni. Un itinerario di vita cristiana, Roma, Dehoniane, 1997) che ha con esso una singolare affinità: si tratta di una meditazione del 10 febbraio 1951, interamente concentrata sul passo evangelico oportet orare semper. Qui si trova enunciato il criterio per cui «uno che è venuto in contatto con Dio, deve esser sempre in stato di preghiera» e di conseguenza si afferma la necessità di «coltivare l’abitudine della presenza, dell’unione con Dio, dell’unione profonda con lui, della rettitudine d’intenzione da Lui tutto derivante, a Lui tutto indirizzante».

Anche qui c’è il rimando all’ora et labora benedettino, introdotto dalla citazione di un passo di san Tommaso; un testo chiave della teologia spirituale: «Pregare sempre equivale a conservare la propria vita ordinata a Dio» (Super epistulam ad Romanos, cap. 1 lect. 5). La riflessione montiniana prosegue così: «Questo è molto importante, perché rende possibile la simultaneità, cioè far molte cose contemporaneamente. Il maestro della vita contemplativa prescrive: ora et labora, vuol dire che son due cose in una sola, una sola direzione, cercare Dio. In forma esplicita quando prego, in forma implicita, finale quando lavoro. Dobbiamo far grande caso delle intenzioni, agire con gran rettitudine di intenzione. Se faccio una cosa indifferente per amor di Dio, essa acquista valore di un atto di amore; se la faccio con molte intenzioni: per amor di Dio e del prossimo, per onorare e servire il Signore, l’azione si arricchisce di tutto il valore di queste intenzioni» (Riflessioni. Un itinerario di vita cristiana, p. 19). Ce n’è abbastanza per immaginare una qualche contemporaneità di questa meditazione con gli appunti sopra ricordati.

Il testo di Montini sembra, almeno intenzionalmente, destinato a un’ulteriore elaborazione, forse a essere pubblicato. Sin dal principio, però, è evidente anche una dimensione autobiografica. Nelle premesse, infatti, sono esplicitamente individuati due punti di riferimento: anzitutto, «la coscienza del valore e dell’obbligo della vita interiore», e poi anche la «necessità imposta dal dovere e da altra circostanza indipendente da volontà propria di occuparsi di affari esteriori con quella certa intensità che limita il tempo e toglie la quiete per creare il grande silenzio e la profonda parola della vita interiore» (p. 61).

Quanto alla prima, interiore e permanente, esigenza molto è stato scritto. Valga per tutte la testimonianza di Jean Guitton: Paolo VIamava rileggere se stesso alla luce delle figure dei genitori. Riferisce per questo alcune parole del Papa: «A mio padre [...] devo gli esempi di coraggio, l’urgenza di non arrendersi supinamente al male, il giuramento di non preferire mai la vita alle ragioni della vita. Il suo insegnamento può riassumersi in una parola: essere testimone [...]. A mia madre devo il senso del raccoglimento, della vita interiore, della meditazione che è preghiera, della preghiera che è meditazione» (Dialoghi con Paolo VI, Mondadori, 1967, p. 75). La seconda istanza riflette senz’altro la personale situazione di Montini impegnato nella Segreteria di Stato, dove dal 1937 era sostituto e dal novembre 1952 pro-segretario di Stato per gli affari ordinari. Questi appunti sono, dunque, per lui una sorta di specchio.

La parola “simultaneità” nel titolo Metodo della simultaneità ci consegna un’altra chiave per la maggiore comprensione del documento. I termini “simultaneo” e “simultaneità”, infatti, sono alquanto frequenti nel linguaggio di Montini. Con riferimento all’espressione «contemplativi nell’azione», si può ricordare l’omelia del 27 settembre 1970, durante il rito di proclamazione di santa Teresa d’Avila a dottore della Chiesa. Il segreto della sua dottrina è «nella santità d’una vita consacrata alla contemplazione e simultaneamente impegnata nell’azione, e di esperienza insieme patita e goduta nell’effusione di straordinari carismi» dice il Papa.

Ed effettivamente, se pure nella concreta attuazione del Carmelo teresiano non si trova realizzata questa compenetrazione di vita attiva e di vita contemplativa (vigendo, al contrario e certamente per ragioni storiche, la scelta di una stretta clausura), essa è presente nella dottrina teresiana e oggi gli studiosi del carisma teresiano tendono a evidenziare proprio questo tema dell’unità di vita. Nella conclusione del Castello interiore, difatti, Teresa scrive: «Credetemi: per ospitare il Signore, averlo sempre con noi, trattarlo bene e offrirgli da mangiare, occorre che Marta e Maria vadano d’accordo. In che modo Maria, stando seduta ai suoi piedi, poteva dargli da mangiare se sua sorella non l’aiutava? Si dà da mangiare al Signore quando si fa il possibile per guadagnare molte anime, le quali, salvandosi, lo lodino eternamente». All’obiezione evangelica che Maria ha scelto la parte migliore, Teresa risponde con sapiente umorismo: «Sì, ma ella aveva già fatto l’ufficio di Marta servendo il Signore con lavargli i piedi e asciugandoglieli con i suoi capelli» (VII, iv, 12-13). Originale davvero questa rilettura dell’immagine evangelica delle due sorelle. Tre secoli dopo Teresa di Gesù Bambino la riprenderà nella «pia ricreazione» intitolata Gesù a Betania.

Il tema della simultaneità è presente ancora in altri due testi, entrambi del 1968 e ambedue riferiti al ministero sacerdotale. Al termine della concelebrazione di chiusura dell’Anno della fede, il 30 giugno, rivolto ai sacerdoti Paolo VI parlerà di un «anelito di contemplazione simultanea all’attività». E parlando ai duecento fra presbiteri e diaconi che stava per ordinare a Bogotá il 22 agosto ricorderà che l’effetto psicologico prodotto in loro dall’ordine sacro sarà la «duplice polarizzazione» della mentalità, della spiritualità e anche dell’attività «verso i due termini che trovano in noi il loro punto di contatto, la loro simultaneità: Dio e l’uomo».

Paolo VI, però, è pure consapevole della instabilità di quell’equilibrio motivata dalla fragilità umana. Ecco allora che, inaugurando sempre a Bogotá il 24 agosto 1968, la seconda conferenza generale dei vescovi dell’America latina, esclama: «Benedetto questo nostro tempo tormentato e paradossale, che quasi ci obbliga alla santità corrispondente al nostro ufficio tanto rappresentativo e tanto responsabile, e che ci obbliga a recuperare nella contemplazione e nell’ascetica dei ministri dello Spirito Santo quell’intimo tesoro di personalità, da cui la dedizione estremamente impegnativa al nostro ufficio quasi ci estroflette».

Il n. 76 dell’esortazione Evangelii nuntiandi riporta una serie di gravi domande, che il gesuita Bergoglio riproporrà dettando in quegli stessi anni gli esercizi spirituali: «Che ne è della Chiesa a dieci anni dalla fine del Concilio? È veramente radicata nel cuore del mondo, e tuttavia abbastanza libera e indipendente per interpellare il mondo? Rende testimonianza della propria solidarietà verso gli uomini, e nello stesso tempo verso l’Assoluto di Dio? È più ardente nella contemplazione e nell’adorazione, e in pari tempo più zelante nell’azione missionaria, caritativa, di liberazione?» (J. M. Bergoglio, Meditaciones para religiosos, Buenos Aires, Diego de Torres, 1982, p. 241). Ritorna nell’Evangelii nuntiandi, che è un po’ il testamento spirituale di Paolo VI, l’argomento centrale degli appunti, ossia la simultaneità di contemplazione e azione; tema che aveva già proposto nell’udienza generale del 7 luglio 1971 quando, sottolineando i criteri fondamentali che devono guidare la piena attuazione del magistero del concilio, aveva indicato «l’antico binomio, che tutto pervade l’esperienza e la storia del nostro cattolicesimo: contemplazione ed azione».

Alla fine di tutto, però, il problema vero per Montini non è ancora la composizione fra contemplazione e azione. Ancora più a fondo si tratta di come adempiere all’urgenza del pregare sempre, che è poi il bisogno di cercare sempre il Signore. Con implicito rinvio a un’espressione tomista (in fine nostrae cognitionis Deum tamquam ignotum cognoscere), Montini nel Metodo della simultaneità scrive: «Un sentimento di viva fiducia e di amorosa tendenza verso l’Incognito Conosciuto è, mi pare, più facile ad aversi e a conservarsi e a rinnovarsi fra le successive occupazioni e distrazioni dell’animo. Il sentimento qui è un pensiero implicito, un concetto dominante e operante, un’attività quasi assopita, ma sempre viva, un abituale possesso, una inclinazione spontanea verso l’Oggetto amato e cercato. Ardente e composto può associarsi ad altre operazioni dello spirito e delle membra e infondervi una tonalità che facilmente suscita coscienza più precisa e diretta del divino Presente» (p. 64).

Capiamo, da ultimo, che questo metodo comporta anche il «saper portare nella preghiera ciò che preghiera non è, e preghiera deve diventare» (p. 74). Compito, forse, non molto lontano dalle formule ignaziane «cercare e trovare Dio in tutte le cose» e «in tutto amare e servire Dio» che sottolineano alcuni aspetti fondamentali dell’essere «contemplativi nell’azione».

di Marcello Semeraro

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