Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Papa rivoluzionario
e conservatore

· Nuova biografia di Gregorio VII ·

«Esiste, allora, un’età gregoriana? O per lo meno può giustificarsi, attesi i risultati più significativi della storiografia in questione, la scelta di un aggettivo così importante a qualificare una periodizzazione?», si chiedeva nel 1965 Ovidio Capitani sulla «Rivista di storia e letteratura religiosa», non nascondendo il proprio scetticismo. «Se si dovesse continuare a guardare a Gregorio vii come al “realizzatore”, all’“interprete”, pur solitario, di tutti i motivi della sua età — proseguiva Capitani — la risposta dovrebbe essere negativa: molto c’era da tempo in via di realizzazione, nell’ambito economico e sociale, che trovò una sua completa manifestazione nel tempo di Gregorio VII, non ad opera sua». In tal modo, Capitani sembrava pronunciare una parola definitiva su una questione che già allora aveva una storia almeno quarantennale: se si voleva continuare a parlare di età gregoriana, sosteneva l’insigne medievista, bisognava farlo non per indicare i molteplici fermenti riformatori che avevano attraversato il secolo XI, ma molto più correttamente per designare gli anni del pontificato di Ildebrando di Soana, dal 1073 al 1085. Quella era l’unica età gregoriana degna di tal nome. 

Gregorio VII in posizione benedicente (pagina miniata dell’XI secolo)

Il saggio di Capitani era una lezione di metodo storico e insieme l’occasione per fare il punto sulla storiografia prodotta fino a quel momento. Pur nella diversità di obiettivi, metodi e conclusioni, gli studi compiuti da Augustin Fliche, Gerd Tellenbach e dal suo maestro Raffaello Morghen gli apparivano troppo legati a una visione «monocentrica» della ricerca storica, fondata sull’elemento «eminentemente religioso», a discapito dell’attenzione per le strutture politiche, giuridiche, economiche e sociali e per le loro dinamiche.
Nel secondo dopoguerra, come reazione a queste tendenze generalizzanti, sembravano emergere agli occhi di Capitani indagini più orientate a riconoscere la complessità culturale dei tentativi di riforma che non a operare secondo rigidi schemi interpretativi: Jean-François Lemarignier e Charles Dereine individuavano nelle istituzioni ecclesiastiche, comprendenti sia le comunità monastiche sia il clero secolare, i vettori di principi di gerarchizzazione e centralizzazione altrove assenti; Giovanni Miccoli analizzava le differenti motivazioni che stavano alla base del problema delle ordinazioni simoniache; Cinzio Violante, infine, sottolineava la tutt’altro che univoca ricezione delle riforme tra le classi sociali e i gruppi politici specie nel contesto milanese.
Nell’opera di rinnovamento degli studi sul secolo XI, a questi grandi nomi della medievistica, va aggiunto, oltre a Giovanni Tabacco, anche quello di Glauco Maria Cantarella, che di Capitani fu allievo all’università di Bologna, e di cui è recentemente apparso il volume Gregorio VII (Roma, Salerno Editrice, 2018, pagine 354, euro 24). A distanza di più di un decennio dal magistrale Il sole e la luna. La rivoluzione di Gregorio  VII papa (2005), Cantarella torna a ripercorre gli anni dell’apprendistato di Ildebrando e la sua ascesa al soglio pontificio, rilevando le linee di continuità e di rottura rispetto a chi lo precedette e seguendo con attenzione non soltanto lo scontro che lo oppose a Enrico IV e all’episcopato tedesco, ma anche tutti gli altri fronti politico-religiosi su cui fu impegnato, fino all’esilio e alla morte in terra normanna.
Lo stile del libro è arguto e piacevole, e non manca qualche nota polemica, fin dall’introduzione, laddove Cantarella denuncia la scarsa conoscenza che gli studiosi stranieri dimostrano nei confronti dei risultati raggiunti ormai da decenni dalla storiografia italiana, compresa la questione della periodizzazione posta da Capitani e di cui si è appena detto. Il Gregorio VII che emerge dalle pagine di Cantarella è un pontefice rivoluzionario, ma anche ben consapevole di proseguire lungo un sentiero già tracciato dai suoi predecessori, come dimostra la sua costante, non retorica, insistenza sul fatto che non è sua intenzione introdurre novità, ma mantenersi fedele alla Scrittura e ai Padri della Chiesa. Il suo Registrum ne è uno splendido esempio.
Un’ulteriore conferma giunge dall’analisi del suo documento più noto, il Dictatus papae (o i Dictatus papae, dal momento che il titolo latino si presta a una doppia lettura; tra l’altro, si conoscono altri documenti con la stessa denominazione, due dei quali indirizzati a Matilde di Canossa e Ugo di Die), probabilmente redatto nella primavera del 1075, in concomitanza con lo svolgimento della sinodo di Quaresima, durante la quale Gregorio comminò decine di scomuniche e sospensioni contro eminenti sovrani e altrettanto eminenti vescovi e in cui forse va rintracciato l’avvio della questione delle investiture, come la definiva la libellistica del tempo. Anche in questo caso, però, mancano dati sicuri, dal momento che non possediamo l’atto che proibiva le investiture vescovili da parti di laici (quella che avrebbe potuto essere una delle più importanti testimonianze scritte della storia europea non ci è giunta, forse per un caso, forse per una precisa scelta di un attore o di un gruppo coinvolto nel processo) e le uniche fonti sulla base delle quali possiamo ricostruire la vicenda sono una lettera di Gregorio all’imperatore del dicembre di quell’anno, in cui si parla semplicemente di prava consuetudo, e un brano, più tardo, del cronista milanese Arnolfo Seniore.
Altrettanto incerta è la natura del Dictatus papae, da interpretarsi forse come un progetto di collezione canonica, come un indice o ancora come un elenco di temi adatti alla predicazione. Quel che è certo, nota Cantarella, è che la principale novità del “manifesto” non stava nella ricerca di fonti originali a sostegno della superiorità del potere papale su quello imperiale e su quello dei vescovi perché si trattava nella maggior parte dei casi della ripresa di tradizioni precedenti, oggi individuabili con una certa sicurezza: v’era il richiamo al Constitutum Constantini, la cui attendibilità fino ad allora era stata messa in dubbio soltanto all’epoca di Ottone iii, che ne aveva attribuito la paternità al cardinale diacono Giovanni, poi detto «dalle dita mozze»; la citazione di un passo del vangelo di Luca, «Io ho pregato per te, Pietro, perché non venga a mancare la tua fede; e tu infine ravveduto conferma i tuoi fratelli» (22, 32), che stava alla base anche del frammento A De sancta romana ecclesia, redatto negli anni sessanta dell’xi secolo; infine, non mancavano riferimenti alle lettere redatte da Pier Damiani durante lo scisma del vescovo di Parma, Cadalo (Onorio II), in cui si sosteneva l’unicità del papa e la sua analogia con il sole. Lo storico e il lettore d’oggi rimangono però impressionati di fronte alla capacità di compendiare in un unico testo, sotto forma di asserzioni brevi e incisive, le argomentazioni a favore del primato papale, secondo una logica stringente e apparentemente inattaccabile che verrà riproposta anche nelle Auctoritates Apostolicae Sedis del 1077. Altrettanto singolare è la risolutezza con la quale Gregorio VII perseguì il proprio progetto, anche a costo di stalli, arretramenti e sconfitte. Come si sa, la sua tormentata esistenza terrena si concluse a Salerno. Con la sua morte, scriveva Capitani nella Storia dell’Italia medievale, «scompariva la figura più vigorosa che la Chiesa d’Occidente avesse conosciuto da molti secoli; la misura della sua stessa incrollabile energia è data proprio dalla sua determinazione di portare al diapason tutte le tensioni che una lunga e complessa crisi, non solo ecclesiastico-religiosa, ma di tutte le strutture della società europea, specie in Germania e nell’Italia settentrionale, aveva sprigionato».

di Giovanni Cerro

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

25 agosto 2019

NOTIZIE CORRELATE