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Conquista le orecchie e non essere triste

· L’avventura di Junípero Serra ·

«Con la faccia da funerale non si annuncia il Vangelo!». Queste parole furono pronunciate due anni fa da Papa Francesco in una messa a Santa Marta. Junípero Serra, che verrà canonizzato dal Pontefice il prossimo settembre, sembrava pensarla alla stessa maniera quando, in una lettera che scrisse ai suoi superiori di Città del Messico, ricordava, di non mandargli «uomini che si stancano presto o che mettono su una faccia triste perché c’è tanto lavoro da fare».

L’apostolo della California arrivò a Veracruz in Messico — dopo novantotto giorni di nave — nel dicembre del 1749. E nonostante avesse a disposizione muli e cavalli, Serra preferì raggiungere città del Messico a piedi. L’approdo nella capitale non fu dei più felici. Durante il lungo cammino venne punto a una gamba da un insetto: grattandosi, si procurò una ferita che non si rimarginò più e per il resto della vita dovette sopportare forti dolori.
La capitale messicana aveva allora una popolazione di centomila abitanti di cui la metà erano spagnoli, il resto: meticci, africani e nativi. Nel XVIII secolo la ex capitale del regno azteco aveva ancora la struttura originaria di quando il generale Cortés l’ammirò per la prima volta due secoli prima: giaceva in mezzo a un grande lago e gli abitanti l’attraversavano usando canoe. Niente a che vedere con la giungla di cemento che è oggi la capitale messicana. Eppure in qualcosa quella città somigliava alla megalopoli odierna. Città del Messico già allora manifestava i primi sintomi di quello che sarà il suo male cronico: molti degli edifici costruiti dagli spagnoli iniziavano a sprofondare. Dopotutto la città era costruita sul letto di un lago. Oggi chiunque visiti Città del Messico non deve far altro che sporgersi dall’ultimo piano di un palazzo del centro per accorgersi come la base degli edifici contigui non è mai dritta ma ondulata, come un tappeto steso male.
Serra si fermerà nel convento di San Fernando di Città del Messico solo cinque mesi, vissuti nella preghiera e nello studio.
Correva l’anno 1750 quando insieme a un gruppo di volontari partì per la Sierra Gorda: è qui che darà inizio alla sua brillante carriera missionaria. Resta otto anni in quelle terre inospitali dove tanti altri avevano fallito. Impara la lingua nativa — il più importante manuale di allora su come amministrare i sacramenti agli indios prescriveva che, per vincere i cuori degli indigeni, bisognava conquistarne prima le orecchie: dunque imparare la lingua locale era fondamentale. Costruisce fattorie e laboratori, avvia gli indiani ai rudimenti delle scienze e delle arti e, soprattutto, li istruisce ai principi dottrinali della fede cattolica.
Era convinzione tra i missionari di quel tempo che gli indigeni avrebbero meglio appreso i principi della dottrina se anche le loro vite fossero state disciplinate: rimodellare il mondo esterno col fine di costruire un nuovo mondo interiore, era questa la sfida. Le numerose attività all’interno delle missioni avrebbero ora scandito il ritmo di vita di popolazioni fino a quel momento semi-nomadi. Non era un’operazione semplice: uno dei problemi persistenti di tutti i missionari dell’Alta California fu proprio quello di convincere gli indigeni a restare nelle missioni.

di Cristian Martini Grimaldi

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18 ottobre 2019

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