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Connesso con l’intera famiglia umana

· Incontro con il filosofo anglo-ghanese Kwame Anthony Appiah ·

Figlio, britannico di nascita, di un avvocato ghanese e della figlia di uno statista britannico, il filosofo Kwame Anthony Appiah è uno studioso della cultura africana e ha scelto come suo paese gli Stati Uniti.

In un tempo di muri, come ci si sente a essere un ponte umano tra culture?

Mi sento molto privilegiato di far parte di una famiglia con cugini cristiani, musulmani ed ebrei, parenti acquisiti cinesi, nigeriani, norvegesi e americani, e antenati ghanesi e britannici! Mi pone nella posizione privilegiata di provare di persona come è connessa l’intera famiglia umana. Se accetto i muri, perdo l’accesso alla pienezza della mia famiglia. Ma questo vale per tutti noi. Solo che per chi è nella mia situazione è più semplice rendersene conto. È questo il privilegio.

Kwame Anthony Appiah

L’America è un paese religioso, vi vengono praticate molte religioni, compresa quella cristiana, con la sua vocazione all’universalità. Ma attualmente il paese è diviso e perfino le religioni vengono vissute in una maniera nazionalistica. Si tratta di un cambiamento nel suo Dna di “crogiuolo”?

Sì, oggi siamo fortemente polarizzati, specialmente tra democratici e repubblicani, e tra liberali e conservatori. Siamo polarizzati riguardo ai partiti nello stesso modo in cui lo eravamo riguardo alla razza. Solo trent’anni fa, quasi due terzi degli americani non neri erano contrari al matrimonio tra un loro parente e una persona di colore. Oggi lo è più o meno uno su sette. Ma alcune indagini recenti hanno rivelato che tra il trenta e il sessanta percento di coloro che si identificano come democratici o repubblicani vogliono che i loro figli si sposino all’interno del partito. E questo si riflette, come dice lei, nel modo in cui molti gruppi cristiani sono identificati politicamente come conservatori. È una delle cose che ha allontanato i giovani dalla religione: l’idea che essere religiosi significa essere conservatori. Penso che per la vita religiosa e sociale americana sia importante che ora abbiamo in corsa per la presidenza un democratico progressista, Pete Buttigieg, che parla apertamente della sua fede per parlare dei bisogni dei poveri. (Forse paradossalmente, è l’unico candidato dichiaratamente gay). Quindi direi che la notizia buona è che siamo diventati molto più aperti all’amicizia e al matrimonio interraziale e interconfessionale; quella cattiva è che siamo molto meno ben disposti verso le interazioni interpartitiche. Ovviamente questo è terribile per la democrazia. Spero che l’apertura alle connessioni interraziali e interconfessionali renda possibile che ci ricolleghiamo al di là delle nostre divisioni politiche.

Il Papa ha proclamato il 2019 Anno della Fratellanza e durante la sua visita ad Abu Dhabi ha firmato un Documento sulla Fratellanza Umana. Ha detto che «tra cristiani e musulmani siamo fratelli e dobbiamo comportarci come tali». È una sfida immensa, lei che cosa ne pensa?

Sono cresciuto in una famiglia cristiana con cugini musulmani. Abbiamo spesso condiviso i loro pasti in occasione di Eid (alla fine del Ramadan) e loro venivano da noi a Natale e a Pasqua. Quindi, quando sento il Santo Padre parlare in questo modo, in me trova una eco personale ed etica. E so che è possibile. Ma ci sono nemici della fratellanza sia tra i cristiani sia tra i musulmani. L’importante è, quando parlano questi nemici della fratellanza, ricordare che non parlano per tutti quelli della loro fede. Il mio paese è pieno di odio verso i musulmani... e una parte di questo proviene, purtroppo, dalla Casa Bianca. Tuttavia, ciò che amo di questo paese è che quando ha imposto il suo “muslim ban” gli americani si sono recati spontaneamente negli aeroporti per accogliere i visitatori musulmani, e gli avvocati americani sono andati negli aeroporti a lottare per il diritto dei musulmani a entrare. E non tutti erano musulmani americani. Quindi la fiducia nell’idea che possiamo diventare pluribus unum, come sta scritto nel Grande Sigillo degli Stati Uniti, è ancora molto diffusa malgrado i bigotti.

Papa Francesco ha parlato della Vergine Maria come di una «Madre meticcia». Perché in un mondo globalizzato l’idea di mescolare culture e sangue a qualcuno fa ancora paura?

Penso che le persone siano molto diverse nel loro temperamento di base. Molti di noi sono aperti alla diversità e stimolati dall’incontro con l’Altro. Altri vogliono invece ritirarsi nella sicurezza di ciò che è familiare. Per loro mescolanza significa impurità e pericolo. Comunque, in molti luoghi abbiamo assistito a una crescita immensa nel mescolamento di entrambi i generi in tempi recenti. Ho un pronipote che è per metà namibiano, per un quarto norvegese e per un ottavo britannico e ghanese. Non è più così insolito. Le persone aperte allo scambio sono ora essenziali poiché, più che in passato, i grandi problemi che dobbiamo risolvere esigono soluzioni globali: povertà, ambiente, pandemie. Non è necessario essere cosmopoliti. Ma se non lo si è, bisogna che i cosmopoliti della propria comunità lavorino con i cosmopoliti altrove per assicurare il destino umano.

Quando parliamo di migrazione vediamo che il mondo occidentale è diviso. Lei conosce molto bene l’Africa. Qual è il punto di vista africano sulla migrazione? Perché il libero movimento di persone in Africa non è nemmeno permesso?

Temo che l’Africa, come l’Europa e l’Asia, non abbia un unico punto di vista. C’è molta migrazione internazionale all’interno del continente. Quando ero giovane, un’amministrazione folle in Ghana, dove sono cresciuto, ha espulso centinaia di migliaia di stranieri, per la maggior parte nigeriani; nel 1983 i nigeriani hanno ricambiato il favore, quando un paio di milioni di stranieri senza documenti, la maggior parte dei quali del Ghana, sono stati espulsi dal presidente Shagari. Questi numeri dimostrano che c’è una grande volontà di spostarsi all’interno del continente alla ricerca di opportunità economiche. È ovvio, poi, che ci sono molti che vorrebbero un movimento più libero. Ma queste espulsioni di massa non sono impopolari, perché è sempre facile suscitare in alcune persone un isterismo xenofobico... in Africa come, ahimé, anche altrove. Penso che la gente tema di vedersi sottratto il lavoro dagli stranieri. Ma la verità è che la migrazione, sia quella non qualificata, sia quella altamente qualificata, tende a essere un bene per l’economia ricevente, anche se i benefici non raggiungono equamente tutti i segmenti della popolazione. E, almeno negli Stati Uniti, i migranti sono meno inclini al crimine (eccetto il reato stesso di essere presenti illegalmente) rispetto alla popolazione nativa.

Lei ha sottolineato l’importanza dell’apertura all’interpretazione di tutte le Scritture religiose come chiave per la loro lunga sopravvivenza come guida per le persone e che il fondamentalismo nasce dalla mancanza di evoluzione nell’interpretazione delle Scritture. Una critica al suo pensiero è che lei non propone un modo per sfidare il fondamentalismo. Come risponde a questa critica?

Per sfidare il fondamentalismo religioso — sia esso buddista, cristiano, indù, ebreo, musulmano o di qualsiasi altro genere — bisogna prima cercare di comprendere che cosa in esso attrae le persone. Nel caso dell’islamismo, penso che parte della sua attrazione è che offre un modo per esprimere risentimento contro il dominio di qualcosa che chiama Occidente, o magari Dar el-Kufr, ovvero terra della miscredenza. Questa è una delle ragioni per cui interpreta le tradizioni in modi che sono particolarmente inquietanti per la gente nel mondo nordatlantico. Insistere sulla lapidazione per adulterio o semplicemente mettere il velo alle donne è attraente proprio perché “noi” lo consideriamo barbarico. Affermare che secondo un’interpretazione esterna i loro testi non hanno i significati attribuiti loro dai fondamentalisti non funziona con nessun fondamentalismo. Ma, come ho sempre ribadito, è importante essere aperti al dialogo con coloro che vogliono parlare. Secondo la mia esperienza, i fondamentalisti cristiani tendono a rispondere alle critiche dicendo, come Antonio ne Il mercante di Venezia di Shakespeare: «Il diavolo sa ben citare la Sacra Scrittura per i suoi scopi». Per conversare bisogna essere in due.

In The Reith Lectures lei ha detto che la religione ha tre componenti (fede, pratica e comunità), e che attualmente insistiamo troppo sull’importanza della prima, su ciò che la gente crede, e troppo poco sulle altre due. Perché secondo lei sta accadendo questo? Ritiene che la questione morale collegata alla religione rischi di essere predominante e di soffocare l’autenticità della relazione personale o collettiva con Dio?

Per molti secoli prima di quello presente, in Europa la pratica religiosa — funzioni, feste, preghiera — era centrale alla vita della stragrande maggioranza delle persone e forgiava la comunità. Le persone si conoscevano nel contesto di queste pratiche comuni. Ora, molte routine quotidiane e settimanali della religione laica sono scomparse dalla vita di tanti. Anche negli Stati Uniti, che di solito diciamo essere un paese religioso, sono meno le persone che partecipano alle funzioni religiose, ringraziano prima dei pasti o leggono la Bibbia a casa con la famiglia. E molti di noi, specialmente sul posto di lavoro, intrattengono rapporti importanti con persone non conosciute in chiesa, in sinagoga o in moschea. In questo contesto è naturale pensare che a distinguere una fede dall’altra siano due cose: i riti restanti — prima comunione, bar o bat mitzvah, matrimoni e funerali — e le diverse affermazioni fatte dalle varie comunità di fede. Perlomeno nel mio paese è anche vero che, in parte a causa della polarizzazione politica menzionata prima, le fedi sono definite da ciò che i loro rappresentanti dicono sulle grandi questioni sociali che dividono: aborto, matrimonio omosessuale, modo di trattare gli stranieri, ovvero i rifugiati e gli altri migranti o le persone di identità etniche differenti. E qui si tratta più di quello che dicono che di quello che fanno: sotto i riflettori finiscono le questioni di credenza etica piuttosto che quelle di pratica etica. Così, nel pensiero dei non cattolici sui cattolici, il fatto che i cattolici americani abbiano largamente accettato la pratica della contraccezione è meno centrale rispetto al fatto che la Chiesa la respinga, come oggetto di insegnamento formale. E il rifiuto del sacerdozio delle donne — che è essenzialmente una questione di dottrina — nel nostro pensiero sui cattolici ha un ruolo più importante della realtà della crescita dell’uguaglianza di genere nella vita laica cattolica. Comunque, per coloro che si prendono il tempo di partecipare alle funzioni formali e pregare a casa — e sono tanti gli americani che lo fanno — l’esperienza di una presenza divina senz’altro è molto importante ed è in parte quello che li spinge a dichiarare ciò che credono. Non perché si preoccupino della teologia — della metafisica della fede — ma perché hanno questa esperienza centrale nella loro vita.

Papa Francesco è senz’altro un uomo d’azione. Ha visitato più di quaranta paesi e ha aperto porte in aree del mondo in cui lo scontro d’identità sta portando a difficoltà più grandi. Lei ritiene che questa ostinata attitudine al dialogo possa portare a un cambiamento? La religione è spesso vista come una differenza tra le persone; può svolgere anche un ruolo nell’avvicinarle di più? Ritiene che il dialogo debba essere un’attitudine che appartiene a ogni leader degno di questo nome?

È interessante quante persone non cattoliche prestano attenzione alle idee etiche del Papa, poiché pensano alla religione come a una fonte di guida etica e vedono il Papa, per così dire, come il massimo esponente di una importante tradizione di pensiero etico. E qui penso che l’universalità della Chiesa — la sua affermazione di parlare a tutti e che siamo tutti figli di Dio — significa che il Santo Padre può parlare a persone da entrambe le parti di un divario, anche, a dire il vero, quello tra cristiani e non cristiani. Diversamente da altri leader — i principi secolari, per così dire — i principi della Chiesa hanno principi etici universali, e insegnarli e guidare seguendoli è al centro del loro ruolo. Per questo è tanto sconvolgente quando tra loro scopriamo ipocrisia; o quando vediamo ritrosia a fare pulizia, come diciamo in inglese. Ma anche i principi secolari hanno il dovere etico, che lo riconoscano o no, di guidare il loro popolo lontano dalla xenofobia. (Ovviamente hanno anche altri mandati etici che condividono con la Chiesa: elevare i poveri e gli oppressi, per esempio). Negli Stati Uniti molti liberali pensavano che usare il linguaggio della fede avrebbe necessariamente finito con l’essere un fattore di divisione in una società multireligiosa. Di fatto, però, ritengo che la maggior parte di coloro che sono turbati dal linguaggio della fede — compresi gli appelli diretti a Dio — non sono persone appartenenti ad altre fedi, bensì persone scettiche dinanzi a qualsiasi fede. Io la vedo diversamente. Credo che nelle democrazie, dove siamo responsabili di scegliere insieme i nostri leader, di guidare la repubblica insieme come popolo, dobbiamo prenderci gli uni gli altri così come siamo, rispettando le fonti e i contenuti molto diversi delle nostre convinzioni morali. E questo per me significa che voglio sapere quando i miei concittadini sono guidati dalla loro fede; e voglio capire come questa guida il loro giudizio, quando lo fa. Martin Luther King Jr. ci ha dimostrato che il linguaggio religioso può essere molto efficace nella politica progressista. Lo Stato non si schiera sulle grandi questioni metafisiche che dividono le persone di fede tra loro e da quanti non hanno alcuna fede. Ma questo non significa che i cittadini non possano essere guidati dalle loro idee metafisiche. In che altro modo possono compiere le loro scelte?

La circolazione delle idee sembra avere un ruolo importante per lei. Negli ultimi anni la Chiesa cattolica ha riscoperto la sua tradizione sinodale tenendo tre sinodi sulla famiglia e i giovani, e attualmente sta preparando un sinodo sull’Amazzonia, una parte del mondo che sembra essere dimenticata. Questi dibattiti corali possono essere “un” modo o “l’unico modo possibile” di procedere a livello sia clericale sia politico?

Sono un grande sostenitore di quello che definisco conversazione: riunirsi per parlare senza un’agenda troppo definita. Quindi per me l’importanza di un sinodo sta tanto nel dialogo intorno all’incontro quanto nell’incontro formale stesso. Quando impariamo a conoscerci, non abbiamo bisogni di affidarci tanto ad accordi e intese esplicite. Ci abituiamo alla presenza l’uno dell’altro, fidandoci l’uno dell’altro, relazionandoci con l’altro come pari e, alla fine, come amici; un io e un tu. Una volta instaurato questo rapporto, il dibattito può essere più soddisfacente perché ascoltiamo i nostri amici e non ci limitiamo ad aspettare di far valere i nostri punti in una disputa. E alla fine possiamo pensare di avere reso più profondi la nostra comprensione comune e il nostro impegno reciproco, sia che abbiamo raggiunto un accordo formale, sia che non l’abbiamo raggiunto. Se discutiamo, invece, diventa una questione tra vincitori e perdenti.

Lei ha detto che il cristianesimo ha una storia molto particolare e specifica. Secondo lei, qual è l’essenza dell’identità cristiana? Ritiene che la specificità del messaggio cristiano di amore e comunione possa essere utile per trovare soluzioni anche per quanto riguarda l’attuale crisi ambientale?

Penso che tutte le identità al loro interno siano eterogenee. Credo che ci siano molti modi per essere uomo, americano o cristiano. Quindi non sono molto favorevole a cercare di catturare l’essenza. Il cristianesimo per me è una serie di tradizioni che si sviluppano storicamente, risalenti ai dibattiti nella comunità che è cresciuta dopo la crocifissione. Sono cresciuto con l’idea — che direi di aver preso da san Paolo — che essendo la Chiesa il Corpo di Cristo nel mondo, essa può crescere nel tempo come un organismo. Solo che, invece di un unico organismo, vedrei il cristianesimo come una raccolta di organismi cresciuti da quel primo organismo che era la Chiesa dei primordi. Proprio come tutte le amebe di una colonia hanno in sé qualcosa della prima ameba dalla quale discendono. Quindi non vorrei vincolare nessun altro alla mia definizione. Ma se lei mi chiedesse che cosa ho tratto io dalla mia educazione cristiana, direi tre cose. La convinzione che siamo tutti responsabili soprattutto del destino di “questi miei fratelli più piccoli”, come dice Cristo in Matteo 25, 40. Che al livello più profondo siamo uguali, poiché, di fatto, moralmente siamo tutti fratelli e sorelle. E che la carità è la grande virtù, come dice san Paolo in 1 Corinzi 13. Ma anche qui, come sempre, posso parlare solo per me!

di Andrea Monda

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21 maggio 2019

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