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Conforto a chi è solo

· Il patriarca ortodosso Daniel e la medicina della misericordia ·

È la solitudine uno dei mali del nostro secolo e, da buoni cristiani, va combattuto offrendo presenza, comunione, amore misericordioso. A parlarne, nella sua ultima omelia domenicale, è stato il patriarca ortodosso di Romania, Daniel: «Ci sono molte persone che soffrono, a casa, negli ospedali, in altre strutture, e patiscono la solitudine. All’angoscia della malattia si aggiunge quella della solitudine quando i malati sono soli, quando non ricevono visite». Secondo statistiche recenti, in Romania l’isolamento e l’emarginazione rappresentano una specie di epidemia globale, mentre aumenta il numero di coloro che vivono da soli per aver perso il proprio coniuge ed essere stati “dimenticati” dai figli o da altri familiari. Sarebbero un milione e mezzo gli anziani a trovarsi in questa condizione.

Daniel esorta a intervenire con la vicinanza e la solidarietà, «vere medicine» che danno sollievo e aiutano a superare solitudine e debolezze fisiche. «È necessario visitare i malati, anche se non possiamo guarirli. Preghiamo per loro. La nostra presenza accanto agli ammalati è per essi un sollievo, una liberazione dall’isolamento. Anche se non si fanno miracoli guarendo il corpo o la psiche, il sofferente riceve un conforto, perché non è solo, perché c’è una presenza misericordiosa e umana con lui», ha sottolineato il primate della Chiesa ortodossa romena, soffermandosi poi sulle conseguenze negative di una vita trascorsa in solitudine. «Succede anche che dei malati, che hanno patito grandi sofferenze, siano morti nell’angoscia più totale in quanto credevano di non essere più amati o apprezzati da nessuno. Altri ancora — ha proseguito — in un momento di disperazione si sono suicidati, perché non c’era nessuno vicino a dare loro forza, a dire una parola di incoraggiamento, consolazione, stima».

Il patriarca di Romania ha invitato i fedeli a estendere l’orizzonte del raccoglimento, a non pregare solo per i propri cari ma anche per tutti coloro che si trovano nella solitudine e nella sofferenza: «I credenti la cui anima è buona non pregano solo per se stessi ma per tutte le anime afflitte e rattristate che non hanno nessuno che abbia pietà di loro, per tutti i poveri, per coloro che soffrono, sono soli, tristi».

Un altro aspetto affrontato da Daniel nella sua omelia è stato il valore delle parole. Esse possono portare conforto e gioia, ma anche produrre sofferenza. Bisogna fare attenzione a come si usano: «Quando la parola è misericordiosa, piena di compassione, è una parola che guarisce, quando essa è cattiva, ferisce, fa soffrire. Tanti soffrono perché ci si è rivolti loro duramente, senza chiedere scusa, altri ancora a causa dell’odio che ha segnato le loro vite. Invece una parola misericordiosa, di conforto, una parola che solleva l’uomo dal peccato, è una parola in grado di guarire». Come esempio, il patriarca ha citato il brano evangelico sulla fede del centurione (Matteo, 8, 5-13, e Luca, 7, 1-10): «Il centurione — ha spiegato il primate ortodosso — è andato dal Salvatore, il Cristo, e l’ha supplicato di guarire un subalterno colpito da malattia e solitudine. Così il centurione è diventato un esempio di pratica della preghiera non solo per se stessi ma per i nostri cari che soffrono».

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