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Condividere per guarire

· Un museo diffuso nei luoghi dell’eccidio nazifascista del 30 aprile 1945 a Pedascala, nel Vicentino ·

Il taglio sulla tela della memoria di Pedescala e di tutta la valle dell’Astico non si rimarginerà mai del tutto. Qui, alle estreme propaggini del Vicentino, dove l’Altopiano di Asiago e il Trentino si incontrano, l’eccidio nazifascista del 30 aprile 1945 è più presente che mai nel vissuto delle comunità. Chi vive oggi questi borghi all’epoca non era nato oppure attraversava una tremenda infanzia, segnata dalle 64 vittime a cui si aggiunsero gli altri 18 trucidati nelle vicine località di Forni e Settecà. Anziani e adulti sono cresciuti con i racconti di ciò che fu, dell’efferatezza della selezione: le donne con i bambini rinchiusi nel cimitero, gli uomini massacrati. Gli aspri toni delle urla in tedesco, il sibilo degli spari nelle orecchie, l’odore acre del fuoco che saliva come i cavalloni di fumo dalle case incendiate. Impossibile rimuovere tutto questo dal ricordo collettivo, nonostante i 74 anni trascorsi e la bellezza di un territorio incontaminato, minacciato ora da nuovi progetti di grandi opere, come il prolungamento a nord dell’A31 Valdastico che si tradurrebbe in una sorta di nuovo ponte Morandi sopra le teste dei duecento abitanti di Pedescala. Eppure un’idea nuova sta percorrendo la valle e promette di ridarle nuova linfa per disancorare la propria vicenda dai tremendi scogli del passato e liberare nuove energie per il futuro. «La nostra comunità non ha ancora superato il trauma dell’eccidio del 1945 — spiega l’architetto Domenico Molo, figlio di una superstite e promotore del processo che sta coinvolgendo tutti gli abitanti — Questa è una costante di tutte le popolazioni colpite dai massacri durante la seconda guerra mondiale. È così per Sant’Anna di Stazzema come pure per Marzabotto o per San Miniato. Il vissuto doloroso convive con la quotidianità, rimane negli angoli più intimi e privati delle famiglie e non viene mai rielaborato». Da qui l’idea di dare vita al Museo Diffuso P_F_S (Pedescala, Forni, Settecà) tramite un percorso che passerà attraverso la riappacificazione della memoria. Le ricostruzioni storiche non sono concordi, c’è ancora molto da scavare nei fatti di quel 30 aprile, eppure oltre al dolore oggi in valle permangono le divisioni tra le famiglie delle vittime e quelle dei partigiani che avrebbero attaccato l’occupante nazista scatenando la tragedia. Una vicenda resa più straziante dal fatto che in realtà le truppe non erano di passaggio a Pedescala, ma occupavano il territorio per garantire una ritirata senza traumi ai battaglioni dell’esercito del tramontato Terzo Reich. Questo fece sì che la popolazione dovette convivere con gli assassini dei propri cari per tre giorni, fino al 2 maggio di quell’anno. La stessa medaglia d’argento al valor civile che il presidente della Repubblica Sandro Pertini inviò nel 1984 come riconoscimento alla lotta partigiana in questi monti e queste valli non produsse che nuove divisioni: la popolazione per anni, da quel momento, celebrò il 30 aprile in due momenti diversi.

«Oggi la comunità ha deciso di mettere da parte tutto questo — continua Domenico Molo — Lasciamo agli storici la ricostruzione dei fatti. Noi abbiamo un vissuto da condividere e una ferita da cui guarire». Così lo scorso dicembre, con il coinvolgimento dell’amministrazione comunale di Valdastico, è partito il cammino che per la prima volta ha permesso a superstiti, parenti delle vittime e discendenti dei partigiani di sedersi allo stesso tavolo. Grazie alla tecnica del world cafè il vissuto è emerso e si è innescato un laboratorio di cittadinanza, a cadenza mensile, coinvolgere la comunità nella progettazione del museo diffuso. Tutti i partecipanti agli eventi hanno la possibilità di vedere i report delle attività e dei temi emersi dagli incontri. «Il museo diffuso, partendo dalle parole-chiave “luogo-tracce-comunità-ricordi” — sottolinea l’architetto — si presenta come una vera azione progettuale che da un lato si occupa della conservazione delle memorie e, dall’altro, le rende fruibili per la collettività, il museo diventa strategia d’intervento, ponendosi a catalizzatore di processi di valorizzazione dei sedimenti storici presenti sul territorio, strumento capace di innescare processi di lettura attiva e di partecipazione dinamica». Il tempo dei monumenti e dei memoriali — oggi muti al cospetto delle giovani generazioni — è terminato: accanto alla Casa della memoria (sede del museo) e agli altri luoghi simbolo dei fatti che verranno inseriti nel percorso, sarà la popolazione stessa a “dare vita” al museo, accompagnando i visitatori. A questo scopo proprio in questo mese di settembre nascerà un’associazione che avrà obiettivi plurimi: gestire, direttamente o indirettamente, il Museo diffuso P_F_S, come luogo di memoria, di riflessione, di meditazione, di formazione, di dialogo, di progettazione; realizzare iniziative per diffondere la conoscenza delle vicende dell’eccidio di Pedescala, Forni e Settecà; sviluppare la vocazione del Museo Diffuso a divenire polo di ricerca e divulgazione sulla storia antica e moderna.

Il sogno è quello di stringere relazioni con scuole e università europee perché portino qui gli studenti per esperienze formative e progetti di ricerca. Parallelamente sta nascendo una rete tra le comunità colpite da eccidi nazifascisti negli anni 1943-1945: la stessa ambasciata tedesca a Roma ne ha censiti oltre 5 mila. A rendere possibile tutto questo sarà la fibra della gente, toccata con mano da Caterina Di Pasquale, antropologa dell’università di Firenze arrivata a Pedescala a maggio nell’ambito del Festival biblico, dopo anni di lavoro con la popolazione di Sant’Anna di Stazzema.

Il vero tesoro della val d’Astico oggi è la memoria della sua gente: di Gianclaudia Pretto che può indicare gli scalini in cui il nonno fu raggiunto dai proiettili che sfiorarono la sua sorellina di 5 anni; di Adriana Giacomelli che ha sentito tutte le notti le urla dell’anziana madre morta a 90 anni con l’incubo del 30 aprile scolpito nella mente; di Florio Spagnolo che di quei fatti in cui perse due fratelli non riesce nemmeno a parlare. Da qui si leverà un monito per tutta l’Europa: mai più.

di Luca Bortoli

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20 novembre 2019

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