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Con Wojtyła nel Giorno del ricordo

· L’omaggio della comunità ebraica ·

«Che ci fa lei da queste parti, dovrebbe essere un sacerdote». Anche solo una battuta scherzosa rivolta da un alto esponente politico israeliano inviato ad accogliere il Papa nella sua missione, servì a frantumare gli imbarazzi e cominciare con un sorriso una delle missioni più difficili. Rievocando con affetto i giorni intensi della visita in Israele di Giovanni Paolo II nel 2000, poi i colloqui cordiali che condussero all’abbattimento delle barriere e all’allacciamento delle relazioni diplomatiche fra Israele e Santa Sede, tornano alla luce momenti di grande umanità. Oggi Yossi Peled, alto grado di Tsahal, le forze israeliane di difesa e stretto collaboratore del premier Benjamin Netanyahu, li racconta con affetto, alludendo alla sua drammatica vicenda personale.

«La mia visita a Roma ha un solo significato: rendere omaggio alla figura di Giovanni Paolo II. Da quando sono salito in Israele, all’età di nove anni, è la prima volta che accetto di essere lontano dal mio Paese proprio nel giorno del Ricordo, il giorno in cui gli ebrei commemorano le vittime della Shoah, che ha inizio fra poche ore. L’ho fatto ora per essere a Roma, in mezzo a questa folla, e dire grazie a nome di tutto il popolo ebraico».

Appena varcato il perimetro vaticano, nel pomeriggio di domenica, il ministro israeliano pensa al momento in cui in Israele le sirene fermano ogni attività, al Giorno del ricordo di tutte le vittime dell’odio. In questo giorno il ministro ha da ricordare molte persone care, a cominciare da suo padre, che fu ucciso ad Auschwitz. Nato ad Anversa come Yozef Mendelevich, fu allevato, nascosto, infine restituito alla madre che lo portò in Israele, da una famiglia di cristiani. «Per noi», prosegue il ministro, che nel corso della cerimonia ha avuto modo di intrattenersi cordialmente con il rappresentante designato dall’Autorità palestinese, «fu un Papa unico, non uno dei tanti. Questa grande giornata a Roma ha rappresentato il modo migliore di rendergli omaggio».

«Di Giovanni Paolo II», aggiunge l’ambasciatore israeliano presso la Santa Sede Mordechai Lewy, che accompagna il ministro, «vorrei ricordare che la sua relazione con l’ebraismo non derivava solo da un processo dell’intelligenza, ma anche da un profondo coinvolgimento emozionale».

Fra le molte reazioni in campo ebraico alla giornata di domenica, anche le considerazioni del Rabbino capo della Capitale Riccardo Di Segni si riallacciano al grande potenziale umano espresso da Giovanni Paolo II.

«Una considerazione ebraica», spiega la guida spirituale della prima comunità ebraica italiana, «deve necessariamente distinguere il valore umano messo in campo da questo Papa da ogni considerazione teologica che ancora può dividerci. Giovanni Paolo II ha operato una rivoluzione, abbattendo il millenario muro di diffidenza eretto nei confronti del mondo ebraico. Emanava un grande sentimento di simpatia. La sua visita alla sinagoga di Roma, le missioni in Israele, l’allacciamento delle relazioni diplomatiche con lo Stato ebraico, hanno costituito passi fondamentali. Ovviamente di fronte al processo di beatificazione l’ebraismo avverte una totale estraneità al nostro modo di concepire, ma deve comprendere questa grande giornata romana in onore di Giovanni Paolo II come un’importante manifestazione del sentimento religioso, un fatto che dimostra come il sentimento religioso sia un’esigenza avvertita da milioni di cittadini. Forse, al di là della grande simpatia umana, al di là delle importanti differenze teologiche (dalla formazione della dichiarazione Dominus Iesus alla beatificazione di Edith Stein), è proprio questo diverso modo di intendere la religiosità che segna poi un confine. Lo vediamo ancora oggi anche in occasione di significativi incontri interreligiosi, come ad Assisi. Noi non crediamo che da solo il sentimento religioso possa bastare a dividere gli uomini fra buoni e cattivi. E non crediamo che il dialogo possa crescere, andare al di là dell’emozione iniziale, se non in un clima di confronto alla pari».

Il rabbino capo emerito di Roma Elio Toaff, che accolse Giovanni Paolo II nella sua visita alla sinagoga di Roma del 1986, ha festeggiato il suo novantaseiesimo compleanno proprio nella grande giornata romana. «Il ricordo di Papa Karol Wojtyła», ripete oggi, «resterà indelebile nella memoria collettiva del popolo ebraico con il suo richiamo alla fratellanza e allo spirito della tolleranza alieno da ogni violenza. Nella travagliata storia dei rapporti tra i Pontefici di Roma e gli ebrei, all’ombra del ghetto in cui furono reclusi per oltre tre secoli in condizioni umilianti e deprimenti, la sua immagine infatti emerge luminosa in tutta la sua eccezionalità. Nei rapporti tra le nostre grandi religioni, in questo nuovo secolo già macchiato da guerre cruente e dalla piaga del razzismo, l’eredità di Giovanni Paolo II rimane una delle poche isole spirituali a garanzia della sopravvivenza e del progresso spirituale dell’uomo».

«Giovanni Paolo II», commenta dal canto suo Sergio Minerbi, diplomatico israeliano di origine italiana, voce critica e esperto di relazioni ebraico cristiane, «ha dimostrato straordinarie doti di comunicatore, ma se analizziamo i testi delle dichiarazioni e allocuzioni, non c’è dubbio che dal punto di vista ebraico Benedetto XVI ha compiuto progressi che superano il lavoro del suo predecessore. Mi riferisco in particolare al grande merito di aver corretto l’incolpazione per il deicidio con un’originale lettura dei Vangeli. Per comprendere le straordinarie e importanti qualità di comunicatore di Giovanni Paolo II vorrei ricordare come nel 2000, durante la sua visita in Israele, il Papa introdusse un biglietto fra le pietre del Muro del pianto a Gerusalemme. Pochi però ne lessero il contenuto, che non conteneva una specifica richiesta di perdono e non includeva neppure le parole Cristiani o Ebrei».

Proprio di questo episodio, la storica Anna Foa offre un’interpretazione del tutto diversa. «Durante il suo pontificato Giovanni Paolo II ha compiuto nei confronti degli ebrei gesti di grandissimo valore simbolico, rendendo visibile e definitiva la svolta che era stata attuata dal concilio e dalla dichiarazione Nostra aetate , su cui profondamente aveva lavorato, sul terreno dell’insegnamento e della catechesi, in modo meno clamoroso ma altrettanto significativo, il suo predecessore Paolo VI. La visita nella Sinagoga di Roma, i documenti sul perdono in occasione del terzo millennio, lo stabilimento delle relazioni diplomatiche con lo Stato d’Israele, la visita al Muro Occidentale sono fatti e gesti di cui non c’è certo bisogno di sottolineare la valenza. L’ideologia ufficiale della Chiesa ha apertamente condannato la tradizione antigiudaica, come nelle parole del documento del 1998 Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah, emanato dalla Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo: “Il fatto che la Shoah abbia avuto luogo in Europa, cioè in Paesi di lunga civilizzazione cristiana, pone la questione della relazione tra la persecuzione nazista e gli atteggiamenti dei cristiani, lungo i secoli, nei confronti degli ebrei”».

«Ugualmente significativa in questo senso», prosegue Anna Foa, «la preghiera recitata dal Papa al Muro Occidentale il 26 marzo 2000: “Dio dei nostri padri, tu hai scelto Abramo e la sua discendenza perché il tuo Nome fosse portato alle genti: noi siamo profondamente addolorati per il comportamento di quanti nel corso della storia hanno fatto soffrire questi tuoi figli, e chiedendoti perdono vogliamo impegnarci in un’autentica fraternità con il popolo dell’alleanza”».

«Sono — aggiunge — dichiarazioni e gesti che proprio perché immediatamente comunicativi e fortemente simbolici non possono non avere avuto effetti importanti sulla mentalità e la percezione comune. Sul terreno più propriamente teologico, non possiamo dire che Giovanni Paolo II abbia portato delle vere e proprie innovazioni. Ha sicuramente ripreso e approfondito le importanti suggestioni della Nostra aetate , come quando, nella sua visita del 1986 nella sinagoga di Roma, ha affermato che “la religione ebraica non è ‘estrinseca’, ma in un certo qual modo ‘intrinseca’ alla nostra religione”, riallacciandosi all’incipit stesso della Nostra aetate : “Scrutando il mistero della Chiesa, il sacro concilio ricorda il vincolo con cui il popolo del Nuovo testamento è spiritualmente legato alla stirpe di Abramo”».

«Sono suggestioni — conclude Anna Foa — che aprono nuove strade all’interpretazione del rapporto teologico fra le due religioni, e sulla genesi stessa della nascita del cristianesimo dall’ebraismo, e che ci aspettiamo che Benedetto XVI, come già alcune sue affermazioni fanno presagire, possa indagare e approfondire».

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16 luglio 2019

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