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​Con un bimbo
travolto dalle leggi razziali

· A colloquio con Giovanni Grasso sull’esposizione «L’umanità negata» ·

Uno dei documenti esposti

Fare immedesimare il visitatore nel quotidiano di un bambino ebreo italiano travolto dall’entrata in vigore delle leggi razziali: è questo il senso — riuscitissimo — della mostra in corso al Quirinale 1938: L’umanità negata - Dalle leggi razziali ad Auschwitz, espressamente voluta da Sergio Mattarella. Dell’esposizione — divisa in cinque parti (La nostra storia; Sala dei documenti; In classe; Il viaggio verso l’abisso; La Costituzione) — parliamo con il consigliere Giovanni Grasso, che l’ha curata insieme a Paco Lanciano. È lui a raccontarcene la genesi: «È stato proprio il presidente della Repubblica, in occasione degli ottant’anni dall’approvazione delle leggi razziali italiane, a volere una mostra al palazzo del Quirinale che ricordasse, soprattutto ai giovani, la barbarie di quella decisione e le terribili conseguenze che ne derivarono. Credo non sfugga la valenza simbolica di inaugurare proprio al Quirinale una mostra sulle leggi razziali. Perché questi provvedimenti, voluti da Mussolini, preparati da un manifesto pseudoscientifico di intellettuali e professori, furono firmati dall’allora capo dello Stato, il re, che aveva la sede al Quirinale. Oggi quello stesso palazzo che ospita il presidente della Repubblica accoglie la mostra».

Perché il titolo «L’umanità negata»?

Le leggi razziali italiane hanno progressivamente spogliato di umanità gli ebrei italiani, fino alla totale negazione. Quando si inseriscono tra gli uomini elementi di discriminazione, di superiorità o di inferiorità, è fatale che si avVII un processo di persecuzione che può arrivare, come è accaduto anche in Italia, alla distruzione fisica. È più facile sterminare uomini, donne e bambini se a loro viene negata l’umanità e vengono considerati alla stregua di cose. Quando ci siamo messi al lavoro, con un gruppo di amici di importanti realtà — come la Fondazione Memoriale della Shoah di Milano, la Treccani, l’Istituto Luce e Rai cultura — abbiamo subito pensato a una mostra che non solo spiegasse cosa è accaduto da quei terribili mesi del 1938, ma che potesse anche coinvolgere emotivamente il visitatore: un’esposizione, cioè, che parlasse al cuore, non solo alla mente. Si è pensato subito di ricorrere alla collaborazione di Paco Lanciano che è un maestro delle installazioni multimediali. E il ministero dell’istruzione si è fatto carico con grande sensibilità di buona parte delle spese.

Si tratta di una mostra molto particolare...

La mostra è in realtà un racconto: narra le esistenze parallele di due famiglie italiane, una ebrea e una cattolica. La loro vita procede regolarmente. I due capifamiglia combattono nella prima guerra mondiale, lavorano, si sposano, nascono i figli, i figli vanno a scuola insieme... finché un giorno i loro destini si dividono, improvvisamente e drammaticamente. La famiglia ebrea sarà prima pesantemente discriminata, poi perseguitata, quindi catturata durante la razzia del ghetto di Roma, e infine inviata sui treni della morte nei campi di sterminio. Il racconto — e questa è una peculiarità dell’esposizione — si avvale di installazioni multimediali. Con Paco Lanciano abbiamo discusso spesso su come definire questa mostra e non abbiamo voluto usare il termine di “realtà virtuale” per non ingenerare confusione: tutti i documenti e i filmati che mostriamo nelle sette sale, infatti, sono originali, amplificati, spiegati e resi di più facile comprensione attraverso la tecnologia. L’uso di proiezioni immersive, create da Paco Lanciano, ha reso più efficace il racconto soprattutto per i più giovani. Ma tutti i visitatori, adulti compresi, al termine del percorso rimangono molto colpiti.

Tra le altre installazioni, avete ricreato — con delicatezza ma senza nascondere nulla — l’interno di un vagone di un carro merci con destinazione Auschwitz e, prima, un’aula scolastica del 1938, con i banchi di legno e le sagome degli alunni prese da foto originali.

La scuola è stata uno dei primi settori dove si sono esercitate la discriminazione e la persecuzione. Le leggi razziali hanno previsto l’espulsione degli studenti e dei professori ebrei dalle scuole di ogni ordine e grado e dalle università. La persecuzione nei confronti dei bambini è stata particolarmente odiosa: vedere scomparire il proprio compagno di banco, senza conoscere più nulla del suo destino, dovrebbe essere un evento traumatico. Ma all’epoca, grazie anche ad anni di indottrinamento, non fu percepito in tutta la sua gravità. Non è un caso che una delle parole ricorrenti durante la visita è “indifferenza”.

È ricorrente il riferimento alla Costituzione italiana del 1948.

La Costituzione appare nel filmato della prima sala ed è esposta, nella sua copia originale, nell’ultima. Questo perché è la Costituzione con il suo articolo 3 — «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali» — a offrire l’argine contro i nuovi e i vecchi razzismi. La storia, la memoria, specie di fatti relativamente recenti, sono la chiave fondamentale per capire il presente e progettare un futuro migliore. Del resto, un recente rapporto dell’Unione europea ha documentato l’aumento dell’antisemitismo in Italia e in Europa. Recentemente abbiamo assistito ad atti vandalici antisemiti e contro la memoria della Shoah. La Rete trasmette e amplifica parole d’ordine di odio e di intolleranza che pensavamo scomparse per sempre. Nelle giovani generazioni manca spesso la consapevolezza del male che è stato fatto in Italia nei confronti degli ebrei. C’è quasi la sensazione — e molti professori che accompagnano le classi in visita lo hanno confermato — che la persecuzione ebraica riguardi la Germania e, eventualmente, l’occupazione tedesca in Italia dopo l’8 settembre del 1943. In realtà, questa mostra è molto chiara nel raccontare e nell’individuare le responsabilità italiane a tutti i livelli (gli intellettuali, il regime, la Corona) nel mettere in moto la macchina della persecuzione. Un processo che, come una valanga si è via via ingigantito, arrivando sino alla deportazione, alle stragi e allo sterminio.

La mostra è un patrimonio che non dovrebbe andare perduto...

Effettivamente le risposte dei visitatori sono eccellenti. Abbiamo cercato di costruire un racconto che fosse semplice, di immediata comprensione, anche se rigoroso dal punto di vista storico: grazie al ministero dell’istruzione e al passaparola sono moltissime le scuole che chiedono di poter venire a visitare la mostra. Tant’è che l’abbiamo prorogata fino al 10 febbraio. Ma stiamo anche lavorando per far sì che questa mostra possa trovare una sede permanente al di fuori del Quirinale.

di Giulia Galeotti

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21 marzo 2019

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