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Con stile diaconale

· Intervista con la moderatora della Tavola valdese ·

«Il Signore è originale, ci conduce su strade impensate, ci sorprende continuamente»: così dice Alessandra Trotta, da poche settimane moderatora della Tavola valdese, ricordando il cammino compiuto e guardando al futuro con speranza. È la prima metodista a ricoprire questo importante incarico. Laureata in giurisprudenza, avvocato, ha lasciato la sua professione per mettersi interamente a servizio del Signore e dei fratelli, assumendo via via varie responsabilità in ambito ecclesiale, con passione ed entusiasmo.

Vorrei focalizzarmi sulle tappe più importanti del suo cammino di fede, dagli inizi a oggi.

I miei genitori sono metodisti. Entrambi provenienti da famiglie cattoliche, in gioventù decisero di vivere la loro fede nella Chiesa protestante, con una scelta che non fu indolore, poiché a quel tempo non era ancora diffusa una sensibilità ecumenica. Questo mi ha aiutato a comprendere che il percorso di fede è una scelta; non si è credenti solo per tradizione. Quella protestante di Palermo, la città in cui sono nata nel 1968, è una comunità piccola, come in tutte le realtà della diaspora. A differenza di quanto a volte succede ai bambini non cattolici, non mi sono mai sentita emarginata, anche perché i miei genitori mi hanno saputo accompagnare nel cammino. Così ho potuto vivere da subito la fatica e al tempo stesso il privilegio di confrontarmi col pluralismo, sapendo che ci sono cristiani di varie Chiese. L’approccio con la Scrittura è avvenuto fin da bambina, con l’aiuto della mia famiglia e dei monitori della scuola domenicale.

E nella giovinezza cosa succede?

Attorno ai vent’anni il mio incontro col Signore diventa personale. L’educazione al rigore, al senso di responsabilità, all’esigenza di dare il meglio di me, in passato mi aveva spinto a giudicare severamente innanzitutto me stessa, e poi anche gli altri. L’incontro profondo col Signore mi fece sentire di essere accolta e amata per ciò che io ero, inclusi i miei limiti, e questo mi aprì alla comprensione anche verso gli altri. Per me questo momento ha segnato la vera conversione. Non a caso proprio in quel periodo chiesi di fare la confermazione, diventando membro di Chiesa a pieno titolo.

La sua comunità si trovava nel quartiere La Noce, che a Palermo è purtroppo tristemente famoso.

È un posto ad alta densità mafiosa. Totò Riina diceva che questo era il quartiere del suo cuore; infatti venne trovato e arrestato in una villa non lontana. Qui la Chiesa metodista e quella valdese hanno collaborato da tempo, anche prima del Patto di integrazione avvenuto a livello nazionale nel 1975 e poi completamente attuato nel 1979. Sono stata battezzata nella Chiesa metodista, ma poi sono cresciuta in una comunità in cui valdesi e metodisti agivano insieme. Proprio da noi è nata la prima esperienza di «Essere Chiesa insieme».

Cosa avvenne?

Verso la fine degli anni ’80 avevamo una piccola attività sociale nata per lavorare con gli emigrati siciliani in Svizzera, Germania, Belgio. In quel periodo iniziarono a giungere immigrati da Nigeria, Ghana, Costa d’Avorio e attivammo dei servizi per loro. Scoprimmo che conoscevano delle melodie protestanti. Infatti erano metodisti, presbiteriani, riformati. Erano protestanti come noi, ovviamente con un proprio modo di esprimere la fede e con un approccio alla Scrittura diverso dal nostro. Abbiamo optato non per la nascita di comunità etniche, ciascuna con un proprio sviluppo e percorso, ma per un’unica comunità capace di accogliere italiani e africani, tutti fratelli e sorelle, tutti con qualcosa da perdere e qualcosa da donare, capaci di creare insieme qualcosa di nuovo. «Essere Chiesa insieme» indica appunto questa esperienza comunitaria, talvolta faticosa ma bellissima, in cui le differenze non dividono e le relazioni sono orizzontali, con veri rapporti di amicizia e fraternità.

L’esperienza si è diffusa?

Sì, in tutta Italia, nella consapevolezza che siamo già unificati da una grande realtà: la fede nello stesso Signore. Poi certo è necessaria l’attitudine all’incontro, allo scambio, al cambiamento. Ad esempio in alcune liturgie abbiamo introdotto il suono del tamburo, che per gli africani rappresenta la voce stessa di Dio, abbiamo imparato a esprimere la fede anche con i movimenti, con la danza, a fare talvolta le collette danzate, a dare spazio nello stesso culto a un predicatore africano accanto a uno italiano. Presso la Facoltà valdese è stato istituito il master in Teologia interculturale e da diversi anni sono anche attivi dei laboratori interculturali per i membri di Chiesa.

Nel 2003 decise di diventare diacona della Chiesa valdese. Non le costò rinunciare alla sua professione di avvocato?

Ho fatto l’avvocato, come mio padre, per molti anni, e l’ho fatto con passione. In realtà non pensavo di diventare diacona ma il moderatore del tempo e i fratelli e le sorelle di fede mi fecero questa proposta. Ci ho pensato molto, mi sono messa in preghiera e alla fine ho risposto positivamente a questa chiamata. Sì, ho rinunciato a delle cose, ma per acquisirne altre. Non ho rimpianti, non tornerei indietro. Certamente essere diacona significa assumere una responsabilità speciale a tempo pieno, sai che dopo sette anni devi trasferirti in un’altra località, ma sono felice della scelta fatta.

Lei ha vissuto la vocazione diaconale sia in mansioni molto concrete, ad esempio accompagnando i migranti negli uffici per regolarizzare la loro posizione, sia dirigendo istituzioni importanti come il Centro «La Noce» di Palermo e l’Opera per le Chiese evangeliche metodiste in Italia (Opcemi).

Ho cercato di svolgere con passione ogni mansione. Del resto ho sempre pensato che anche l’amministrazione è un’attività spirituale. Ho diretto per otto anni il Centro «La Noce», dal 2002 al 2010, occupandomi in particolar modo delle convenzioni e dei rapporti con gli enti pubblici e con le Chiese locali. Il centro è un’opera sociale della Chiesa valdese; agisce specialmente nel settore scolastico e riabilitativo. Invece l’Opcemi è l’organismo che si occupa delle aree di autonomia che sono rimaste alle Chiese metodiste all’interno dell’integrazione con le Chiese valdesi, e cioè della gestione del patrimonio immobiliare e delle finanze e delle relazioni ecumeniche. Negli anni in cui sono stata presidente dell’Opera per le Chiese evangeliche metodiste in Italia, dal 2009 al 2016, ho potuto occuparmi dell’ecumenismo a un livello più vasto rispetto a quando si agisce in tal senso a livello locale.

Cosa pensa dell’ecumenismo?

Ne sono sempre stata una convinta sostenitrice, perché questa è la vocazione che il Signore stesso ci ha affidato prima di morire in croce.

Fra i vari servizi svolti, è stata membro della Commissione per le discipline, membro dell’esecutivo del Consiglio metodista europeo, responsabile dell’Ufficio affari legali della Tavola valdese e coordinatrice del gruppo di lavoro per la tutela dei minori. Ultimamente ha svolto il ministero diaconale al servizio delle Chiese metodiste e valdesi della Campania.

In Campania ho lavorato per sviluppare nelle comunità locali la mentalità diaconale, l’apertura agli ultimi, la capacità di accogliere e di costruire l’inclusione sociale. In una chiesa in cui non c’era il pastore ho condotto lo studio biblico, il catechismo e il culto domenicale.

Ora quali sfide l’attendono?

Le nostre Chiese hanno fatto delle scelte convinte circa i rapporti con la società, l’aiuto ai migranti, l’«Essere Chiesa insieme», l’ecumenismo, la salvaguardia del creato. Penso che la linea da seguire è quella della continuità. Certo, ci sono delle fatiche legate alla secolarizzazione, alla decrescita stabile dei membri di Chiesa. Non si è più cristiani per tradizione, ma per scelta. Peraltro proprio queste fatiche possono essere vissute come delle opportunità. Se si vive nella paura, si ingrigisce nel ripiegamento su se stessi. Ma noi siamo chiamati a portare lo straordinario messaggio di Gesù Cristo. Si tratta di avere e donare coraggio, nella gioia della testimonianza.

di Donatella Coalova

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18 novembre 2019

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