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Con Paolo abbiamo toccato
il dolore di tanti siriani

· Conferenza stampa dei familiari di padre Dall’Oglio nell’anniversario del rapimento ·

Immacolata, Giovanni e Francesca Dall’Oglio durante la conferenza stampa (Ansa)

C’è una stanza nella casa della famiglia Dall’Oglio a Roma che aspetta Padre Paolo. Lì si respira l’affetto che molti, in sei anni di lontananza e silenzio, hanno voluto far sentire scrivendo lettere, organizzando eventi in suo onore, pubblicando libri per raccontare una verità che ancora oggi fa fatica ad affermarsi, come raccontano Immacolata, Francesca e Giovanni Dall’Oglio, nel corso di una conferenza stampa presso l’Associazione stampa estera a Roma, nell’anniversario della scomparsa del fratello avvenuta a Raqqa, in Siria, il 29 luglio del 2013. Sei anni di attesa, di annunci e smentite, sei anni in cui il desiderio di riabbracciare il proprio fratello non è mai venuto meno. «La speranza di saperlo vivo — racconta Immacolata Dall’Oglio — c’è sempre, non avere notizie non significa che sia morto. E soprattutto non dobbiamo dimenticare il contesto al quale facciamo riferimento, tutto in Siria è possibile». I famigliari ricordano infatti che in passato ci sono state alcune prigionie lunghissime concluse con il rilascio dei detenuti.

A sostenerli anche l’affetto di Papa Francesco incontrato una prima volta con i confratelli gesuiti di padre Paolo e poi, lo scorso 30 gennaio a Santa Marta, insieme alla loro mamma novantenne. «È stato un incontro riservato — ha affermato la sorella Francesca — con parole di vicinanza e affetto profondo per nostra madre. Parlare con il Papa ci ha dato fiducia, ci ha donato la speranza cristiana». Francesca Dall’Oglio ha definito «molto importante» la lettera che il Pontefice ha indirizzato recentemente al presidente siriano al-Assad. «Un gesto forte e coraggioso — ha ribadito — che esprime la volontà del Papa di farsi portavoce della giustizia, del dolore di un popolo». I famigliari del fondatore del monastero siro-cattolico di Mar Musa, fatto rinascere da padre Paolo nel 1982, hanno più volte sottolineato come il rapimento del fratello abbia cambiato profondamente la loro vita, spingendoli non solo a ricercare la verità ma anche a condividere le sofferenze del popolo siriano.

«È una grazia — hanno affermato — perché attraverso Paolo abbiamo toccato con mano il dolore di tanta gente» in Siria. Anche da questo, deriva la volontà di chiedere l’impegno della comunità internazionale per risolvere la questione dei rapiti, “cruciale” per un futuro diverso per la Siria. Nel cuore di questa famiglia c’è oggi il desiderio di sapere di più del destino di padre Paolo soprattutto adesso che Raqqa è stata liberata dalle forze del sedicente Stato islamico. Da sei anni, si rincorrono notizie in modo incontrollato: voci sulla sua morte come ricostruzioni di una prigionia a Baghouz. Non sono, purtroppo, mancati momenti particolarmente delicati, come quando è stata consegnata loro una piccola valigia del fratello contenente alcuni effetti personali, a ben 4 anni dal ritrovamento. «Siamo qui per sperare ancora», ha detto Giovanni Dall’Oglio, dottore per il Cuamm — Medici per l’Africa. «Paolo — ha soggiunto — si arrabbierebbe perché non vorrebbe che si parlasse soltanto di lui e non della Siria. Avevo un rapporto speciale con mio fratello — ha confidato — mi ha insegnato il senso della pienezza e trasmesso la passione del donare agli altri». Gli altri da amare e rispettare nella loro diversità, come affermava sempre padre Paolo Dall’Oglio.

di Benedetta Capelli

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14 novembre 2019

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