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Con lo sguardo
sulle cicatrici della vita

· Il viaggio del Pontefice in Africa ·

Lo sguardo di Francesco è particolarmente acuto nel descrivere la sofferenza delle persone. Si sofferma in special modo sulle cicatrici che la vita lascia. I suoi sono gli occhi di una madre e il suo sguardo è quello profondo dello spirito materno della Chiesa. Con i bambini abbandonati di Maputo, con i poveri della comunità di Xai-Xai che hanno perso tutto a causa di inondazioni, così come con i malati di Aids dell’ospedale Zimpeto, il Papa ha guardato oltre le apparenze e scrutato con tenerezza ogni dolore. E ancora una volta, dal Mozambico ha invitato a non chiudere gli occhi e a cercare Cristo in quanti soffrono e nei bisognosi.

Nel corso della sua visita privata alla Casa Matteo 25, che accoglie ragazzi e bambini di strada della capitale, la sera di giovedì 5 il Pontefice si è espresso con gesti di tenerezza. Sono i gesti decisi di un Papa che ha messo la povertà al centro del suo pontificato, che chiede opere e non parole e non si stanca mai di sollecitare a cercare Gesù nei poveri e negli afflitti, nelle fenditure dimenticate del mondo.

Accolto dal presidente della Repubblica Filipe Nyusi all’ingresso principale della struttura, dove una targa ricorda le parole di Gesù tratte dal Vangelo di Matteo (25, 31-46) — «Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi» — Francesco ha donato alle tre suore e a un sacerdote del gruppo di coordinamento un’effigie del Sacro Cuore di Maria in gesso smaltato (riproduzione della Madonna delle Lacrime venerata nella città siciliana di Siracusa), in segno di protezione per la casa. Poco dopo, l’emozione, la tenerezza e gli sguardi d’affetto hanno inondato la sala in cui il Pontefice ha vissuto un intenso momento privato con alcuni giovani e donne che hanno trovato riparo in questa struttura caritatevole. Nata per iniziativa della nunziatura apostolica in collaborazione con una ventina di comunità religiose locali, ha come obiettivo offrire un rifugio e aiutare i giovani e i bambini che non hanno nulla da mangiare e spesso neppure un posto dove dormire. Fra le sue pareti si condensa alla perfezione l’idea della “Chiesa in uscita” di Papa Francesco, che mette al centro le periferie esistenziali. Una Chiesa povera per i poveri. Qui, le sorelle vincenziane e ospedaliere assistono una media di 100 persone al giorno, dialogano con loro per identificarne le necessità e conoscerne le storie, pregano con loro, si occupano della catechesi, distribuiscono pasti e organizzano pranzi collettivi, cercando di rafforzare il concetto di comunità. Insomma, riempiono di tenerezza e misericordia una dura realtà.

L’esistenza dei bambini di strada in altri Paesi, come il Brasile, in genere è collegata a crisi economiche o modelli di urbanizzazione incontrollata. In Mozambico, questi aspetti si sommano a una terza e drammatica variabile: le ultime due guerre, quella di indipendenza del 1964 e quella civile del 1992, si sono lasciate alle spalle una nazione mutilata, segnata dalle disuguaglianze, con un tessuto socioeconomico completamente sfaldato e quasi due milioni di orfani.

La violenza dei conflitti è stata tale da obbligare migliaia di contadini ad abbandonare le loro coltivazioni per mettersi al riparo nelle città. Di conseguenza, la capitale si è trasformata nel rifugio dei disperati, spesso famiglie distrutte dal conflitto, dalla povertà o dalle malattie.

La prima tappa pomeridiana di giovedì 5 era cominciata alle 15, con l’incontro privato in nunziatura riservato a un gruppo di persone della comunità diocesana di Xai-Xai, città nella provincia di Gaza, nella zona meridionale del paese. I rapporti di Francesco con questa realtà risalgono ai tempi in cui era arcivescovo di Buenos Aires, in Argentina. Sin da allora, il flusso di missionari laici e sacerdoti inviati da diverse Chiese argentine a quella di Xai-Xai, è stato regolare. In quasi vent’anni sono stati mandati nella zona 23 laici e sei preti diocesani. Svariati missionari argentini hanno lavorato e lavorano tuttora in zone di prima evangelizzazione di questa diocesi che nel 2000 ha subito una gravissima alluvione.

Poco dopo, il Santo Padre si è diretto verso la cattedrale dell’Immacolata Concezione, sede dell’incontro con i vescovi, i sacerdoti, i seminaristi e i catechisti del Paese. Con aria affatto stanca e comunque traboccante di energia, ha percorso lentamente la navata centrale insieme all’arcivescovo di Maputo e al parroco. La collaborazione tra sacerdoti, religiosi e laici è una realtà che qui si vive ogni giorno e rappresenta un segno profetico per la società intera.

È questo il volto che la Chiesa locale ha presentato al Papa nel corso di un appuntamento a lungo atteso. L’allegria generale delle migliaia di fedeli giunti da ogni angolo del Paese era contagiosa, tutti cercavano il suo sguardo, ricevevano la sua benedizione, scattavano foto con lo smartphone e cantavano.

Arrivato all’altare, il Pontefice ha depositato una corona di fiori ai piedi di un’immagine mariana ed è rimasto qualche minuto in silenzio, con grande devozione. Durante il suo breve saluto, monsignor Hilario da Cruz, vescovo di Quelimane, ha raccontato la storia di una Chiesa «perseguitata», che tuttavia, malgrado i tempi bui, non ha mai negato il Vangelo.

La musica, i colori e i balli tradizionali hanno dato il via all’incontro con una comunità intera che ha chiesto al successore di Pietro di sostenerla nella fede. Dopo le parole di un sacerdote, di una religiosa e di un catechista, il Pontefice ha aperto una riflessione sull’urgente missione dei vescovi che in Mozambico si trovano ad affrontare numerose sfide, con un intenso discorso in continuità con quanto affermato da Giovanni Paolo ii durante la sua visita nel 1988. Il Papa ha raccomandato vicinanza e compassione. «Ci rallegriamo con i fidanzati che si sposano, ridiamo con il bimbo che portano a battezzare; accompagniamo i giovani che si preparano al matrimonio e alla famiglia; ci addoloriamo con chi riceve l’unzione nel letto d’ospedale; piangiamo con quelli che seppelliscono una persona cara», ha detto.

L’indomani, venerdì 6, il Papa ha iniziato la giornata visitando nella periferia di Maputo l’ospedale Zimpeto, specializzato nell’assistenza alle persone con Hiv. Il Mozambico è il quarto Paese del mondo per numero di infetti dal virus: malgrado il successo di una campagna nazionale che tra il 2010 e il 2017 è riuscita a innalzare la copertura dei trattamenti antiretrovirali dal 12 al 54 per cento della popolazione colpita, il numero di contagi continua a essere elevato.

Accolto tra gli altri da Andrea Riccardi, fondatore della comunità di Sant’Egidio, che nel nosocomio è presente con il progetto Dream proprio per la lotta all’Aids e alla malnutrizione, Francesco ha incoraggiato i malati incontrati visitando alcuni reparti. «Il Centro di Zimpeto è manifestazione dell’amore di Dio, sempre pronto a soffiare vita e speranza dove abbondano la morte e la sofferenza», ha detto Francesco emozionando un gruppo di mamme con bambini in attesa di salutarlo. In dono ha lasciato un’immagine devozionale mariana realizzata in ceramica, che rappresenta la Vergine con in braccio il bambino.

A conclusione della permanenza in Mozambico, infine, il Pontefice ha celebrato la messa solenne nello stadio Zimpeto. Durante il rito, caratterizzato da una grandissima partecipazione nonostante la pioggia, ha detto: «Se Gesù sarà l’arbitro tra le emozioni contrastanti del nostro cuore, tra le complesse decisioni del nostro Paese, allora il Mozambico ha assicurato un futuro di speranza; allora il vostro Paese potrà cantare a Dio, con gratitudine e di tutto cuore, salmi, inni e canti ispirati».

Il grande stadio e il piazzale che lo circonda hanno accolto i fedeli provenienti da tutto il Paese. Tra la folla si distinguevano volti e abiti tipici delle diverse etnie che formano la società, riflesso della pluralità culturale del Paese africano. È stata una delle messe più affollate della storia della Chiesa cattolica mozambicana. Notevole il colpo d’occhio: l’altare molto semplice con una grande croce sullo sfondo. Francesco, accolto da un entusiasmo straripante, è arrivato a bordo della papamobile e ha fatto un giro tra la folla per salutare i presenti. All’omelia ha pronunciato parole forti, decise, coinvolgenti. Sollecitando più volte le risposte dei giovani, il Papa ha invitato i mozambicani a non fuggire dalle sfide della vita e ad avere il coraggio del perdono.

Nei canti e nelle intenzioni di preghiera non sono mancati riferimenti agli idiomi locali come le lingue bantu. La più popolare di queste è la Makhuwa.

dal nostro inviato Silvina Pérez

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22 febbraio 2020

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