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Con lo sguardo di Ulisse

· Il regista greco Theo Angelopoulos morto in un incidente stradale ·

È davvero emblematico che la notizia della morte di Theo Angelopoulos arrivi nello stesso giorno, il 24 gennaio, in cui un autore una volta molto personale come Martin Scorsese viene celebrato dalla Academy per un prodotto che si inchina pedissequamente alle novità tecnologiche imposte dall’industria.

Il grande regista greco era esattamente l’opposto. Sembrava divertirsi ad andare contro qualsiasi moda, contro qualsiasi etichetta. Persino troppo, tanto cioè da attirarsi spesso le critiche di chi intravedeva nella sua arte una ricerca estenuata del cinema d’autore fine a se stesso. Il che, per la verità, a volte è capitato. È il caso de Il volo (1986), film che inaugura il lungo sodalizio con Tonino Guerra, o de L’eternità e un giorno (1998), che però gli ha assicurato la Palma d’oro di Cannes, a conferma di come il suo cinema fosse tanto difficile da inquadrare, da venire spesso equivocato.

Di certo si può dire che in quasi tutti gli altri casi il suo tono estremamente contemplativo, quel ritmo narrativo più lento della vita stessa che lo rendeva difficile al grande pubblico, non era assolutamente un vezzo da autore burbero e vecchio stampo. Quei tempi infinitamente dilatati erano innanzitutto per Angelopoulos un modo per dare a un racconto il respiro della Storia con la esse maiuscola. Ma soprattutto, rappresentavano uno strumento per calare quella Storia nell’anima dei personaggi.

Il lascito più prezioso della sua opera rimane infatti la capacità di viaggiare su quel crinale sottilissimo fra l’io e il mondo, di saper raccontare la vicenda di un popolo attraverso l’interiorità anche di un singolo protagonista. Come in Lo sguardo di Ulisse (1995), storia di un cineasta esiliato — sorte capitata allo stesso Angelopoulos — che torna nella sua Grecia alla ricerca del primo film nazionale, come dire dello sguardo primordiale del suo popolo. E che mentre insegue la sua chimera attraversa i Balcani, devastati dalla guerra e persi negli strascichi di altre chimere. Il film diventa così un viaggio in cui si intrecciano indissolubilmente memoria personale e collettiva.

In tal senso Angelopoulos si faceva portavoce di tutta una generazione — quella cresciuta sotto la dittatura dei colonnelli — nel rivendicare il diritto a una storia, e nel denunciare di conseguenza le aberrazioni (che siano guerre o totalitarismi) che la sottraggono ai popoli. Solo in questo finiva per assomigliare ad alcuni suoi colleghi connazionali, laddove l’appartenenza alle nouvelle vagues europee era poco più di una coincidenza cronologica, avallata solo dall’idea di una rottura con il passato, e l’opera di Brecht era un’affinità elettiva cui il regista arrivava però partendo da altre strade, strettamente cinematografiche. Così come il famoso uso di lunghissimi piani-sequenza finiva per far coincidere incidentalmente il suo cinema col teatro.

Si svolge d’altronde in teatro il film che lo ha imposto all’attenzione della critica europea, La recita (1975). Sul palcoscenico si intrecciano la tragedia classica e le vicissitudini del popolo greco, in un meccanismo senza soluzione di continuità fra realtà e finzione. E con andirivieni temporali sconcertanti ma necessari, perché il teatro è il luogo dell’anima, e l’anima è l’estremo asilo di una storia tutta da riconquistare e ricomporre, seguendo intermittenze quasi proustiane.

Ma se non necessariamente le più riuscite, sono le storie di viaggi, fughe, ricerche, migrazioni, quelle più rappresentative del grande autore greco, come Paesaggio nella nebbia (1988) o il più recente La sorgente del fiume (2004), con cui aveva ritrovato la lucidità tipica del vecchio regista che ripercorre le tematiche predilette.

E un’idea di viaggio ce la dava già il titolo del film che stava girando in questi giorni, L’altro mare , di cui si sa pochissimo. Si sa però che era la storia di un padre e una figlia, e che si occupava delle nuove generazioni, forse il nuovo popolo in balìa degli eventi.

A conferma di come il cinema di Angelopoulos fosse allergico alle mode, ma non alla modernità e ai suoi drammi.

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21 novembre 2018

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