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Con lo sguardo del testimone

· Il «Dies irae» di Paolo Pellegrin alla Fondazione Forma per la Fotografia di Milano ·

«Ho sempre pensato alla fotografia come a uno strumento per testimoniare, per raccontare storie, per investigare. In alcuni casi, per puntare il dito su situazioni particolari. Ed è questo che mi interessa del mio mestiere: rappresenta, per me, la pietra angolare della fotografia». In effetti osservando le immagini di Paolo Pellegrin esposte a Milano presso la Fondazione Forma per la Fotografia questa idea emerge con grande forza. Nella mostra Dies irae l’aspetto della testimonianza, unito a quello documentaristico, appare infatti preponderante, un segno distintivo del lavoro di questo reporter impegnato da un ventennio nelle situazioni più difficili del pianeta, che si tratti di conflitti o di catastrofi naturali. Dai suoi scatti filtra il grande senso di responsabilità che può celarsi nell’atto di fotografare.

«Quando ho iniziato a interessarmi di fotografia — racconta Pellegrin nell’intervista a Roberto Koch che chiude il catalogo della mostra (Roma, Contrasto, 2011, pagine 207, euro 35) — per me è stato abbastanza chiaro che a catturarmi fosse soprattutto il racconto dell’uomo, in chiave antropologica e umanistica. Nel corso degli anni questa direzione si è affinata, diventando più sociale e, in un certo senso, politica».

Dies irae , aperta fino al 15 maggio, è la prima grande retrospettiva dedicata al lavoro di Paolo Pellegrin e raccoglie le immagini di molti tra i reportage realizzati seguendo la strada del fotogiornalismo puro, che non teme di affrontare le criticità, anche le più estreme, e, soprattutto, di raccontarle senza manipolazioni. Ecco, allora, scorrere — per lo più in un rigoroso bianco e nero a grana larga che ne accentua la drammaticità — alcuni dolorosi avvenimenti degli ultimi anni: Cambogia (1998), Kosovo (1999–2001), Iraq (2003), Darfur (2004), Palestina/Cisgiordania (2002–2004), l’uragano Katrina (2005), lo tsunami in Asia (2005), Gaza (2005), il dramma infinito di Haiti (1995 – 2010), Afghanistan e Libano (2006), Iran (2009).

Sono altrettante tappe di un percorso giornalistico, ma anche umano, portato avanti con passione da un reporter di grande sensibilità. Un percorso che si presenta come un’opera universale e coerente. Pellegrin è uno degli esempi più significativi di quella nuova generazione di fotogiornalisti impegnati nel rinnovamento della visione degli avvenimenti che documentano, attenti a mantenere un atteggiamento etico nella forma e nei modi del loro lavoro. Li definiscono fotografi concerned , impegnati, coinvolti.

«Fotografare — spiega Pellegrin, membro di Magnum Photos dal 2001 e collaboratore di riviste come “Newsweek” e “The New York Times Magazine” — può essere un gesto politico. Ma non necessariamente bisogna scegliere una parte, anche se esistono situazioni diverse che presuppongono scelte diverse. In alcuni momenti della mia carriera, penso di aver scelto una parte o quanto meno di aver scelto di raccontare quella determinata parte in modo abbastanza preciso».

In ogni caso, per chi fa fotogiornalismo il fine è sempre lo stesso: non si tratta solo di scattare buone foto dal punto di vista tecnico, ma di catturare immagini che simultaneamente riescano a documentare, a trasmettere informazioni e a toccare le corde emotive di chi osserva. In un’operazione fatta anche di contrasti, perché a volte si incontrano, magari nella stessa situazione, la faccia peggiore e quella migliore dell’uomo. E per migliore Pellegrin intende «la parte del nostro spirito che ci permette di cambiare rotta e andare avanti mostrando forme di coraggio, di solidarietà, di onore».

Sia che si trovino sulle pagine patinate di una rivista, sia che vengano esposte, ci sono foto che continuano a portare con sé le intenzioni, le domande di chi le ha realizzate. «È come piantare un seme che poi cresce — sottolinea il reporter — e che lo spettatore completa. Nel mio lavoro penso di fornire domande e dubbi. Questa è la forma attiva e dinamica della fotografia che si trasforma e muta in chi la guarda. La possibilità di mettere in circolo un sistema di impulsi, di anticorpi, senza pretesa di migliorare il mondo, ma semmai di aprire una conversazione con il mondo».

È vero, la fotografia da sola non può cambiare il mondo, ma certo può contribuire a quella conoscenza critica che può avviare un cambiamento. Ci sono particolari momenti storici in cui diverse testimonianze individuali possono sommarsi fino a diventare una voce unica in grado di influenzare decisioni e quindi il corso degli eventi. Ma se anche ciò non avvenisse, sottolinea Pellegrin, in ogni caso è «importante continuare a produrre questi documenti e proprio per ragioni di responsabilità».

Dies irae è dunque una testimonianza di tante situazioni che chiamano in causa la responsabilità dei potenti, ma in qualche modo anche dei singoli, perché nel mondo tutto ci riguarda. Lo richiede la nostra stessa umanità. Del resto, come rimanere impassibili di fronte alle sofferenze di tanta gente che combatte contro i soprusi, le ingiustizie, la fame, pagando il prezzo di guerre non volute o di devastazioni naturali i cui effetti sono accentuati da incuria e povertà? Queste foto chiedono quantomeno uno sforzo di empatia, se non l’indignazione, di fronte al dolore innocente.

Negli ultimi anni soprattutto negli Stati Uniti si è discusso molto sull’utilità di esporre il dolore degli altri, di metterlo in mostra. Un dubbio legittimo. Ma mostrare i drammi non può mai essere solo esercizio artistico o opportunistico sfruttamento. Può diventare invece un’occasione di conoscenza e di riflessione. Certe foto rappresentano una memoria necessaria. E su questo sembra concordare Pellegrin. «Non mi offende vedere un reportage sociale esposto in una galleria. Mi interessa di più, semmai, aprire il discorso, usare la fotografia per instaurare un dialogo».

L’importante, si scelga o meno una parte da rappresentare, è l’onesta intellettuale che garantisce la verità di ciò che viene mostrato, soprattutto oggi che la tecnologia consente di manipolare qualsiasi cosa. Perché chi osserva «ha bisogno — sottolinea il fotoreporter — di credere che quel che sta vedendo è sì frutto dell’interpretazione soggettiva, e, in quanto tale, senza dubbio parziale, ma sa che, comunque, il resto deve essere la trasmissione ottica e meccanica di ciò che il fotografo ha visto».

Poste tali premesse, non resta che avventurarsi tra le foto di prima linea di Pellegrin per coglierne la passione per l’uomo, il rispetto verso il suo dolore, l’ansia di raccontare per far conoscere, senza cinismo o ricerca di sensazionalismo. E passando da un Paese all’altro, da una guerra a una catastrofe, dal passato all’oggi, si coglie la cifra stilistica, il linguaggio peculiare, riconoscibile, fatto di essenzialità, di tinte sfumate, in una operazione di ricerca che via via lavora sempre più sulla sottrazione, per giungere per quanto possibile più vicino al cuore di una emozione. Per quanto nella sua carriera abbia avuto modo di cimentarsi su altri campi, Pellegrin dà il meglio quando racconta l’uomo nel quotidiano; un quotidiano spesso fatto di sofferenza. E in questo, prima ancora di essere fotografo, è testimone.

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29 gennaio 2020

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