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Con lo scandaglio
delle parole

· Letteratura e Sacro nell’opera di Francesco Diego Tosto ·

Henri Matisse, «Il volo di Icaro» (1947, particolare)

Francesco Diego Tosto insegna Storia della Chiesa, Letteratura religiosa e Metodologia della ricerca scientifica presso l’Istituto superiore di scienze religiose San Luca di Catania (Facoltà teologica di Sicilia), oggi Polo Fad. Oltre che specialista della cultura religiosa e teologica è anche critico letterario e si è occupato spesso dell’area di intersezione fra la letteratura e il Sacro, intesi quali soggetti interagenti e non discordanti fonti d’ispirazione. In questa prospettiva ha realizzato, da qualche anno, un vasto progetto in cinque volumi: La letteratura e il sacro (I-III, Esi, Napoli 2009-2011; IV-V, Bastogi, Roma 2017) nel quale ricerca e valorizza il rapporto tra letteratura e religione in Italia fra Otto e Novecento, fino ai nostri giorni.

Il primo volume è di carattere propedeutico e metodologico, il secondo e il terzo sono dedicati alla poesia, il quarto e il quinto alla narrativa e al teatro. Oggi l’opera, dopo vent’anni di ricerche, è completa e affronta in maniera sistematica il dibattito degli ultimi due secoli circa i rapporti intrattenuti dalla letteratura con il cristianesimo, la Bibbia, la Teologia, analizzando le definizioni di poesia religiosa, i nessi tra arte e religione, tra cristologia, mariologia e letteratura. La ricerca entra nella cultura critica e nella dimensione umanistica non come repertorio di voci o come semplice regesto — l’iniziativa ha coinvolto più di cento studiosi di vari istituti e università italiane — ma come atto complessivo di riflessione spirituale, in particolare cristiana, che si scrolla di dosso il torpore della passività nei confronti della cultura laica.

Questo progetto, per quante difficoltà e resistenze abbia dovuto superare, oltre che atto di coraggio, ricorda l’invocazione con la quale Giovanni Paolo II aprì il suo pontificato: «Non abbiate paura». Tosto, partendo dall’imbarazzante constatazione dell’assenza del “religioso” nei manuali scolastici, ha realizzato un percorso scientifico che non vuole essere una semplice rivendicazione di nomi e personaggi, ma, forte di un metodo ad hoc, può incidere sulla comprensione della corretta funzione della letteratura rapportata alla dimensione del sacro.

“Letteratura religiosa” nel disegno del critico non implica una finalità ma una ricerca di senso in direzione di una realtà ulteriore e metastorica, un bisogno di infinito, di assoluto, di incondizionato. Letteratura dunque come un’interrogazione dell’io, non riconducibile necessariamente a una integrità di fede, orientata piuttosto a interagire con quell’inquietudine umana permanente che fa continuamente domande, scandaglio delle ragioni spirituali dell’esistenza.

In un serrato confronto con una pluralità di voci, il lavoro di Tosto interroga la dimensione religiosa nel panorama italiano tra Otto e Novecento, rivisita lo spirito critico nel momento in cui i due termini (letteratura – sacro) non fungano da voci indipendenti e autonome, perché, qualora la parola poetica manchi di un’ansia, di un anelito al trascendente, avvizzisce, è pane senza lievito, documento privo del valore della testimonianza.

In controcanto la letteratura non viene intesa come retaggio dell’antico impegno cattolico di tipo apologetico, quanto testimonianza dell’inquieta ricerca del senso esistenziale, in autori che abbiano testimoniato la fede o si siano resi disponibili al superamento dello scientismo.

La finalità di tutta l’opera è ridare vigore a un’idea di letteratura che racconti le molteplici esperienze interiori del tormento, del distacco dalla fede e dal sacro, esperienze attraverso cui la ragione insegue ogni affioramento dell’intuizione per rispecchiarsi nel dubbio e nell’interrogazione.

La poesia in particolare è sempre intrinsecamente religiosa, perché la tensione all’infinito nutre la creatività di significati irreperibili in qualunque altra ricerca umana: il suo ruolo è dunque un atto di intelligenza e di amore che si oppone all’oblio del sacro e si impone quale anelito di speranza nel ripensamento di se stessi. Dopo i balbettii di tanta sperimentazione, Tosto ritorna ad affermare con fermezza, seguendo la lezione di Carlo Bo, come la poesia abbia un valore cognitivo e, assecondando il suo ruolo civile, può introdurre alla verità fra numen e lumen.

Questa è la nuova epistemologia, professata da Tosto, che si innerva nei cinque volumi: lontano dal Dio della rivelazione o semplicemente avvertito come desiderio dell’oltre, l’uomo non può dare conto di nulla, tanto meno di se stesso.

Il punto di convergenza tra letteratura e sacro è l’inquietudine della coscienza e la ricerca di un assoluto che assume le forme di una dinamica agostiniana: in interiore homine, nei moti del cuore e nei tormenti dello spirito si trovano le tracce del divino che si imprime a volte, forse la maggior parte delle volte, come un negativo da osservare in controluce.

E allora è possibile oggi, dopo il Novecento e le sue tragedie, cercare in Genesi, ancor prima che in Giobbe o in Qohelet il luogo d’incontro tra letteratura e religiosità? È possibile se, prima di tutto, si esce dal “disumanesimo” per imparare una nuova grammatica dell’umano (dettata da dignitas, excellentia, concordia) se si recupera una cultura che mira a educare il proprio essere prima di affrontare il dialogo come perfezionamento critico. Se ci si apre verso quella fenomenologia umana che la scienza non conosce quasi più e che sa educare all’alterità, all’ascolto, al confronto. Questo è il senso ultimo dei tanti anni di lavoro che Tosto ha condensato nell’opera, in grado di legittimare la letteratura quale scandaglio spirituale, riflesso autentico di quella sapienza che appunto in interiore habitat. La ricerca non ha l’inutile sapore di una rivincita, e non è neppure mossa da uno sterile irenismo, ma è una verifica della presenza dell’assoluto che interagisce con l’inquietudine umana.

Letteratura e religione, alla ricerca del fondamento e ricollegandosi all’interiorità, si avvalgono di uno scambio proficuo di idee, suggestioni e possibilità, che permettono ai due statuti epistemologici di interagire senza abdicare ai loro obiettivi programmatici.

La poesia, ontologica per eccellenza, e la letteratura in genere, vivono — in tempi di erosione delle certezze relazionali e scientifiche — una funzione epifanica, temporale e universale, civile e religiosa, ai confini della condizione umana. Per questo Tosto valorizza una letteratura come attitudine, vertigine, abisso; senza queste caratteristiche, la letteratura rimarrà solo mestiere e non si occuperà mai veramente del senso della vita.

di Angelo Lacchini

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20 ottobre 2019

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