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Con le vittime
delle nuove schiavitù

· Il Venerdì santo di Papa Francesco ·

La preghiera del Papa risuona nel cielo di Roma come un appello insistente all’umanità ad aprire gli occhi. Al termine delle quattordici stazioni della tradizionale Via crucis del Venerdì santo al Colosseo, il Pontefice svela «tutte le croci del mondo»: quelle delle vittime delle nuove schiavitù, di chi è ferito nel corpo e nell’anima dallo sfruttamento, dalla tratta, dall’abuso, di chi vive la drammatica condizione del migrante, di chi è schiacciato dal peso dell’emarginazione, della povertà e della solitudine. Sono le croci dell’intero pianeta, «nostra casa comune» sfruttata egoisticamente per avidità e per potere; e quelle della Chiesa «assalita continuamente dall’interno e dall’esterno».

Nel silenzio orante delle migliaia di persone raccolte la sera del 19 aprile sul colle Palatino, Francesco, in piedi sotto il baldacchino allestito di fronte all’Anfiteatro Flavio, ha così elevato la sua invocazione, tanto sofferta quanto aperta nelle ultime parole alla «speranza della risurrezione».

Il Pontefice è arrivato intorno alle 21, accolto dal sindaco di Roma, Virginia Raggi, con la quale ha scambiato qualche parola di saluto.

Con lui erano gli arcivescovi Edgar Peña Parra, sostituto della Segreteria di Stato e Georg Gänswein, prefetto della Casa pontificia; i monsignori Paolo Borgia, assessore della Segreteria di Stato, e Leonardo Sapienza, reggente della Prefettura della Casa pontificia (tutti avevano partecipato anche nel pomeriggio alla celebrazione della Passione nella basilica di San Pietro); e suor Eugenia Bonetti, la missionaria della Consolata e presidente dell’associazione Slaves no more, alla quale Francesco ha affidato quest’anno la guida spirituale della Via crucis. Nelle meditazioni e nelle invocazioni da lei scritte ha trasferito, con sensibilità femminile, tutta la passione, la sollecitudine, lo spirito materno con i quali assiste quotidianamente le donne vittime della tratta e dello sfruttamento sessuale.

Dalla terrazza adiacente alla chiesa di Santa Francesca Romana il Papa ha dato inizio al rito da lui presieduto e diretto dal maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, monsignor Guido Marini, coadiuvato dai cerimonieri pontifici. Ad accompagnare la processione c’erano il vicario di Roma e i vescovi ausiliari della diocesi. Attraversando le arcate del Colosseo, sostenuta dal canto del coro della Cappella Sistina, la croce è passata di mano in mano, a cominciare dal cardinale Angelo De Donatis. Dopo di lui si sono succeduti famiglie, religiosi, missionari, giovani e adulti, un disabile la cui carrozzina era spinta da dame e barellieri dell’Unitalsi, e alcune donne migranti con le volontarie che si prendono cura di loro. Fino a quando, al momento del ricordo della deposizione di Gesù nel sepolcro, il simbolo cristiano è stato affidato a due frati francescani — uno siriano e uno di Terra santa — per poi tornare, all’ultima stazione, al cardinale vicario, che si è fermato al fianco di Papa Francesco.

Dopo la preghiera conclusiva, il Pontefice ha impartito la benedizione ai fedeli radunati davanti al Colosseo e ai milioni di spettatori che, nel mondo, hanno seguito la processione collegati attraverso la televisione, la radio e la rete.

Nel pomeriggio in San Pietro la celebrazione della Passione del Signore si era aperta con Francesco prostrato a terra davanti all’altare della Confessione, nella penombra silenziosa della basilica vaticana.

Rialzatosi, il Pontefice ha preso posto sul lato sinistro della navata, di fronte alla statua di san Pietro e con la preghiera Reminiscere miserationum tuarum Domine ha iniziato la liturgia della Parola.

Dopo le letture, è stato cantato in latino il racconto della passione secondo Giovanni da tre diaconi, accompagnati dalla Cappella Sistina, coadiuvata dal coro guida Mater ecclesiae. Terminata l’omelia di padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa pontificia (che abbiamo pubblicato integralmente nell’edizione del 20 aprile), Francesco ha introdotto la preghiera universale: sono state elevate intenzioni per la Chiesa, il Papa, per tutti gli ordini sacri e tutti i fedeli, i catecumeni, per l’unità dei cristiani, per gli ebrei, i non cristiani e coloro che non credono in Dio, per i governanti e i tribolati, ovvero malati, affamati, prigionieri, oppressi e migranti.

Al termine, un diacono e due accoliti con i candelieri hanno portato la croce dal fondo della basilica, facendo tre soste, a ognuna delle quali è stato cantato Ecce lignum e la croce è stata alzata. Tutti i presenti si sono inginocchiati in adorazione silenziosa. Dopo la terza sosta, davanti alla statua di san Pietro, il Papa, indossando solo il camice bianco e la stola rossa, ha compiuto l’adorazione della croce, che successivamente è stata collocata ai piedi dell’altare della Confessione. Qui è stata baciata da quarantuno cardinali — tra i quali Pietro Parolin, segretario di Stato — e dagli altri presuli e prelati della Curia romana presenti, — tra cui l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati — come pure dai rappresentanti del corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede.

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08 dicembre 2019

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