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Con l’abisso
pronto a inghiottirti

· In «Un paesaggio di ceneri» di Élisabeth Gille il seguito ideale di «Suite francese» ·

Un libro intenso e commovente sull’impossibilità di dimenticare, sull’indelebile dolore di chi sopravvive e sulla difficoltà di ritrovare la propria identità dopo essere stati privati di tutto.

Sentinella tedesca a Bordeaux nel 1940

Così Gaetano Vallini definisce Un paesaggio di ceneri di Élisabeth Gille, con il quale la scrittrice colma in maniera definitiva la distanza tra il suo mondo di orfana a causa della follia nazista e quello della madre che aveva appena avuto il tempo di sfiorare; una madre dal nome impegnativo: Irène Némirovski, autrice di quel capolavoro che è Suite francese, uno dei libri più belli sulla guerra, incredibilmente salvato e sottratto all’oblio per essere pubblicato nel 2004, sessant’anni dopo la morte dell’autrice ad Auschwitz. Perché del romanzo materno, Un paesaggio di ceneri, in libreria dal 2 aprile (Venezia, Marsilio, 2014, pagine 171, euro 16), pur con una scrittura meno raffinata ed elegante ma non meno efficace e incisiva nella sua sobrietà, potrebbe essere considerato una sorta di seguito ideale, nonostante sia stato pubblicato otto anni prima. Più correttamente si dovrebbe parlare di un’autobiografia camuffata, in cui non è difficile intravvedere nel personaggio della piccola protagonista, Léa, la stessa autrice, con il suo dramma interiore.

Proprio per questo non è semplice scegliere da dove cominciare per parlarne, se dalla vita di Élisabeth o da quella di Léa, una bambina ebrea che come lei «non sapeva niente di se stessa, niente delle proprie origini e della propria identità. Non era che terra bruciata, un paesaggio di ceneri». E del resto dopo la deportazione senza ritorno della madre Irène e del padre Michel Epstein, anche Élisabeth Gille e la sorella Denise trovarono prima asilo in un pensionato cattolico e poi ospitalità presso amici di famiglia.

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20 marzo 2019

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