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Con la stessa moneta

· Pechino risponde all'iniziativa del Congresso statunitense che apre la strada a sanzioni commerciali ·

Al vertice dell'Asem Wen Jiabao esclude variazioni del cambio dello yuan

La Cina non rivaluterà la sua moneta, lo yuan. A nulla è valso il pressing diplomatico attuato da Stati Uniti ed Europa. Alla vigilia degli incontri del g7 a Washington e a un mese dal vertice del g20 a Seoul, il Dragone fa marcia indietro: dopo l'annuncio, lo scorso giugno, di un'iniezione di flessibilità nel cambio della valuta, ieri, aprendo il vertice dell'Asem a Bruxelles, il premier Wen Jiabao ha detto no: sullo yuan non si tratta.

I tassi di cambio delle principali valute «possono restare relativamente stabili», ha spiegato Wen Jiabao. Nella seduta inaugurale del forum che raccoglie 46 Paesi europei e asiatici, i leader dei Ventisette e i dirigenti delle istituzioni finanziarie Ue hanno spinto molto per ottenere da Pechino l’impegno a discutere del tasso di cambio dello yuan, considerato troppo basso, e a cooperare per un accordo globale sulla stabilità valutaria al prossimo g20.

Wen Jiabao ha ribadito la sua posizione durante un incontro con il presidente della Commissione Ue, José Manuel Durão Barroso, e in un faccia a faccia con il presidente francese, Nicolas Sarkozy, che dal 12 novembre prossimo presiederà per un anno il g20. L'Eliseo — dicono gli analisti — nutre l’ambizione di arrivare là dove i partner non sono riusciti: indurre Pechino ad alzare il tasso dello yuan e portare la Cina a condividere un’intesa globale contro i rischi legati alla volatilità dei cambi. In serata Wen Jiabao ha incontrato anche il presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, quello della Banca centrale europea (Bce), Jean-Claude Trichet, e il commissario Ue agli affari economici e monetari, Olli Rehn. Secondo il ministro degli Affari esteri italiano, Franco Frattini, «la Cina è un Paese che ha bisogno di tempo per assumere decisioni e non può essere forzata», dunque occorre agire in modo tale da fare capire a Pechino che «l’interesse alla stabilità dei mercati valutari è un interesse comune».

La guerra della moneta è in atto da molto tempo, ma si è fatta ancor più difficile alla fine di settembre dopo l'approvazione da parte della Camera dei rappresentanti del Congresso americano di un progetto di legge che autorizza l'Amministrazione a imporre dazi e sanzioni commerciali contro quei Paesi che mantengono intenzionalmente basso il valore della propria valuta, allo scopo di migliorare le esportazioni. Pechino ha protestato più volte contro la misura, sottolineando ch'essa viola le norme internazionali dell'Organizzazione mondiale del commercio. Intervistato dalla Cnn, appena arrivato a Bruxelles, Wen Jiabao ha accusato il Congresso di «politicizzare il tema dei tassi di cambio».

Questa mattina a Bruxelles si è svolta una nuova serie di incontri tra i leader. Sullo yuan è tornato a parlare anche Juncker. «Dato il ruolo importante svolto dalla Cina — ha detto il presidente dell'Eurogruppo — riteniamo che un apprezzamento ordinato, significativo e ampio dello yuan permetterebbe di promuovere una crescita più equilibrata, a beneficio della Cina e dell’economia mondiale». Tuttavia, ha aggiunto, «le autorità cinesi non condividono la nostra valutazione».

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12 dicembre 2019

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