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Con la libertà del Vangelo

· Per ripensare la pastorale carceraria ·

Il carcere è un’esperienza che tutti i profeti, tutti i testimoni di Cristo hanno dovuto subire. Giovanni Battista c’ha rimesso la testa perché non voleva permettere quella relazione che l’ha portato poi alla morte, al martirio. Gli apostoli, anch'essi in carcere: liberati miracolosamente senza che le porte si aprano per ritornare a Gerusalemme nel tempio a praticare la parola del Signore. 

Non parliamo di san Paolo che è stato in carcere molte volte, che ha rischiato anche lui la condanna a morte, che si e appellato all'imperatore come cittadino romano senza riuscire a salvare la vita. E poi c'è questo grande insulto che riguarda proprio il carcere: Gesù viene incarcerato e Barabba viene liberato e qui davvero c'è il capovolgimento totale di questa logica e, tutto sommato, la passione di Cristo va vissuta in questa prospettiva: come una prigionia. Questo elemento mi pare molto significativo e molto affascinante: il carcere diventa quasi una profezia, una provocazione per il popolo eletto perché o si affronta davvero il problema del carcere, oppure il tempo messianico, il Regno di Dio non si realizzerà mai. Se non si ritorna a queste provocazioni della Scrittura, io credo che sarà molto difficile che il carcere possa diventare ogni giorno di più la provocazione vera per un popolo che deve crescere nella libertà. Di fronte a questi problemi, ecco, a me pare che di fatto noi mettiamo in atto risorse inadeguate perché non basta un'assistenza diciamo spirituale per sostenere i detenuti, anche se è un compito indispensabile e preziosissimo. Dobbiamo invece passare dall'assistenza, dal volontariato di beneficenza, che si sviluppa in tante forme dentro i nostri carceri, a una provocazione ancora più profonda che è appunto quella di domandarci come le nostre comunità, le nostre parrocchie, le nostre diocesi s'interrogano davvero davanti a questa tragedia.

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26 maggio 2019

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