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Con la diplomazia della fede

· ​L’arcivescovo Auza al Jewish Theological Seminary di New York ·

 New York, 12. C’è una diplomazia basata sulla fede religiosa che spesso si rivela più forte e soprattutto più efficace di ogni altro genere di diplomazia approntata dalle nazioni per assicurare pace e stabilità. Ne è convinto l’arcivescovo Bernardito Auza, nunzio apostolico e osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, che il 9 maggio scorso presso il Jewish Theological Seminary di New York è intervenuto all’annuale incontro dedicato al dialogo interreligioso, organizzato dalla Russell Berrie Foundation, presieduta da Angelica Berrie, la quale, assieme al rabbino Jack Bemporad ha dato vita al Centro Giovanni Paolo II per il dialogo interreligioso, che ha sede a Roma presso l’Angelicum. Il tema della lecture è stato questa volta, appunto, il rapporto fra religione e diplomazia. Argomento assai spinoso in particolare in questo periodo storico in cui proprio le religioni sono falsamente prese a pretesto per scatenare campagne di odio e terrorismo. Con chiese, moschee e sinagoghe che diventano obiettivi di strategie sanguinarie e le comunità di fede che, dalla Siria al’Iraq e dalle regioni più sperdute del Medio Oriente dell’Africa, sono disperse e perseguitate. Il tutto «in nome della religione».

Tuttavia, osserva il presule, «quanto più la religione è screditata da tutte queste sue forme spurie, tanto più la religione, la religione vera, deve svolgere il suo ruolo importante nello sforzo globale per la pace e la prosperità». Soprattutto in tempi difficili come quelli attuali sarebbe auspicabile che alla religione venisse riconosciuto un ruolo autorevole anche nei processi diplomatici. A questo proposito, monsignor Auza cita un libro del 1994, intitolato Religion, The Missing Dimension of Statecraft, in cui si mette in rilievo come la diplomazia ufficiale abbia spesso ignorato e altre volte frainteso gli aspetti positivi della religione, che pure si trova a giocare un ruolo cruciale in molti conflitti internazionali. Oggi come allora si è di fronte cioè a una lacuna che sarebbe bene colmare proprio in vista dello costruzione della pace e dello sviluppo dei popoli.

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