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Con il sole
a scandire le ore

· Il pellegrinaggio e la logica dell’Incarnazione ·

«Per mezzo di lui sono state create tutte le cose» scrive san Paolo nella Lettera ai Colossesi e questo ci fa credere che l’evento dell’incarnazione segni in maniera profonda, qualifichi, l’intero creato. Attraverso la sua contemplazione ci è concesso di raggiungere livelli esperienziali e di comprensione altrimenti preclusi. E non è detto che l’approccio intellettuale, logico o anche spirituale debba essere prevalente in un percorso di questo genere.

Il lungo viaggio, il raggiungimento di una meta lontana, la visita a un luogo consacrato da avvenimenti particolari, è la componente di molte pratiche religiose. L’Europa del medioevo assisteva al fervore dei pellegrini che attraversavano il continente e persino ne uscivano per raggiungere Gerusalemme e i luoghi santi, l’islam colloca l’Hajj, il pellegrinaggio alla Mecca, fra gli obblighi per i credenti, mentre buddismo e confucianesimo pongono il camminare fra le pratiche di meditazione consigliate.

La prima scoperta che fa un cristiano quando si incammina verso una meta pellegrina è l’intensità della chiamata a una riflessione sul mistero dell’incarnazione. La violenza del ribaltamento per chi vive abitualmente la prassi quotidiana dell’urbanizzazione, ormai estesa anche lontano dalle città come modalità comportamentali, è sorprendente. Mettere al centro della propria giornata la pratica del cammino, assegnare a essa le ore più intense e le energie più fresche, mette il corpo in una condizione di privilegio quasi dimenticata, che a ogni tappa del viaggio va incontro a un’enfasi nuova. È il corpo a svolgere il ruolo del protagonista, è lui a dominare la scena; il pensiero, la riflessione, la stessa preghiera, lo accompagnano in una tensione alla riunificazione.

Lo spazio, e soprattutto il tempo, subiscono una torsione e sfuggono alla feroce parcellizzazione cui vengono sottoposti nella pratica consueta. Il ritmo della giornata si fa lento, aperto, continuo, lo scorrere dei chilometri non ha bisogno del cronometro per calarsi nel contenitore temporale: la posizione del sole basta a scandire le ore.

Come insegnano i sapienti del buddismo e i padri del deserto, i pensieri lasciati liberi nel loro svolgersi, non incalzati da preoccupazioni e interruzioni dall’esterno, è come se si sciogliessero per scivolare a terra e rimanere sul sentiero. La mente si libera e acquisisce serenità. Lungo un cammino sorridere allo sconosciuto costituisce un’abitudine consolidata, condivisa volentieri, come la gentilezza e la disponibilità all’aiuto reciproco e allo scambio. Piccole faccende, in altri contesti gravose, diventano rituali capaci di arricchire gli arrivi ai luoghi di sosta, pavesati di consueto da magliette e biancherie stese ad asciugare.

L’esperienza è più sofisticata di quanto si creda. La dimensione è continentale. Dappertutto si aprono e vengono segnati nuovi cammini, verso le mete più diverse: la chiamata iniziale da parte di san Giacomo, san Pietro, san Francesco, san Michele, sant’Olaf si è estesa, come giusto, anche a luoghi e percorsi puramente laici. La generosità e la condivisione sono tratti primari dei santi. La scoperta che camminare per giorni, per settimane, con qualsiasi tempo, disponendo di un comfort limitato a quanto si riesce a portare sulle spalle, è un piacere non affatto banale. Ha piuttosto un carattere rivoluzionario: avverte che la strada per la felicità non passa attraverso l’accumulo di oggetti, ma per la creazione di un corretto tramite fra la vita dello spirito e la materia nella quale essa si rende concreta.

Allora si capisce che i cammini che attraversano l’Europa e le decine, ormai le centinaia di migliaia, di viandanti e pellegrini che li percorrono in ogni stagione dell’anno vanno a formare, tutti insieme, l’ambito di un gigantesco seminario di studio sulle corrette modalità di ricerca della felicità. Senza troppe illusioni, con umiltà, consapevoli che quello del camminare è un tempo particolare, donato, ma anche coscienti della sua ricchezza e della profondità delle implicazioni che accompagnano l’andare. A partecipare sono le componenti più curiose e vitali della società europea, è lì che l’evangelizzazione dei giovani si realizza con maggiore efficacia.

C’è una consapevole priorità dell’umanesimo creativo, della convinzione di essere partecipi in maniera attiva di una grande esperienza collettiva, condensata nei celebri versi di Antonio Machado: Caminante, no hay camino, se hace camino al andar, “Viandante non esiste un cammino, si crea il cammino andando”. Ciascun pellegrino è responsabile in prima persona della sua esistenza, come ogni cristiano lo è della Chiesa; e c’è l’instaurazione di un rapporto corretto con la natura. Gli insediamenti umani e il paesaggio, non penalizzante né ingenuo, capace di riconoscere la ricchezza che si nasconde nello sforzo dell’uomo di collocarsi nel creato. Allora attraversare una città ha un senso analogo a camminare nella Meseta, la distesa ininterrotta di campi coltivati che i pellegrini incontrano sul Cammino di Santiago, tra Burgos e Leon, e che molti considerano capace di stimolare riflessioni mistiche o metafisiche.

Il pellegrino, a differenza del comune turista, porta con sé una capacità vivificante nei confronti dei luoghi che attraversa. La sua presenza lenta e discreta costituisce da sola una tutela per loro, mentre stimola la nascita di attività in ambito di accoglienza e di commercio al minuto anch’esse contenute, limitate, personalizzate. Richiedono a chi le svolge un’amichevole comprensione per la particolarità dell’esperienza che rendono possibile e accompagnano. In questo modo i cammini e i pellegrini che li frequentano fanno da contrappeso all’urbanizzazione e alla massificazione che a volte sembrano i tratti caratteristici della nostra epoca.

Non ultima viene la consapevolezza di quello che si sta facendo. Non si vive un tuffo nel passato o una fuga dalla quotidianità, anche se magari queste motivazioni sono presenti al momento della partenza: ci si rende presto conto di partecipare a una complessa esperienza collettiva, nella quale i cristiani colgono la dimensione incarnata, mirata ad accrescere una vera umanizzazione del mondo, che comprenda in sé il miglioramento del rapporto con il creato e la sua consapevole tutela.

di Sergio Valzania

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22 settembre 2019

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