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Con il buon senso di un padre

· Robert Schuman e la Dichiarazione del 9 maggio 1950 ·

Quando, nel 1960, Robert Schuman, già segnato dalla malattia, diede le dimissioni dall'incarico di primo presidente del Parlamento europeo, i parlamentari decisero di conferirgli il titolo di presidente ad honorem, in qualità di «Padre dell'Europa». Questo gesto di gratitudine avvenne a Lussemburgo, il 9 maggio 1960, a dieci anni dalla dichiarazione che aveva creato la Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio.

Robert Schuman nasce il 29 giugno 1886, in Lussemburgo, dove suo padre si è stabilito nel 1873 per fuggire dal paese natio, Évrange, nella Mosella diventata tedesca in seguito alla guerra del 1870. Jean-Pierre Schuman ha sposato, nel 1884, una lussemburghese, Eugénie Duren, di soli 20 anni, mentre il marito ne conta già 47. Così Robert nasce tedesco, nazionalità trasmessa assieme dal padre e dalla madre diventata tedesca per il suo matrimonio. È, come la maggior parte dei lussemburghesi, trilingue. Si orienta verso una carriera giuridica, e sceglie di svolgere la sua attività in Lorena. Avendo rinunciato a diventare sacerdote, il giovane avvocato si impegna nel cattolicesimo sociale vivamente incoraggiato dal vescovo di Metz monsignor Willibrord Benzler (1901-1919).

Poco dopo l'ingresso delle truppe francesi a Metz, il 19 novembre 1918, e con l'arrivo del commissario della Repubblica Léon Mirman, la Lorena subisce un profondo sconvolgimento, con l'allontanamento forzato di 120.000 civili tedeschi immigrati in Mosella che sono così costretti a riattraversare il Reno. Così tutta l'amministrazione e le strutture politiche devono essere quasi completamente rinnovate. Schuman è annoverato fra i membri della commissione municipale di Metz. Subito si comporta da difensore di una popolazione che vuole preservare i suoi diritti acquisiti e si preoccupa di dover forse adottare la legislazione francese, in tanti campi, meno favorevole della legislazione tedesca. Intanto Schuman acquisisce fama di onestà, di competenza giuridica, di fedeltà e soprattutto di cattolico convinto. Entra nella vita politica, quando si svolgono le prime elezioni rese possibili dalla legge elettorale del luglio 1919, appoggiato dal nuovo vescovo di Metz, Jean-Baptiste Pelt (1919-1937) e anche dalla stampa cattolica. Robert Schuman è un parlamentare molto attivo. Si fa difensore del particolarismo alsaziano e lorenese: mantenimento dello statuto religioso e bilinguismo a scuola e nei tribunali. Assume un impegno significativo dopo l'arrivo del blocco delle sinistre alle elezioni del 1924, che suscita una reazione autonomista tanto più viva in Alsazia-Lorena, poiché Édouard Herriot ha annunciato la sua volontà di sopprimere il particolarismo e di imporre dappertutto la legislazione laica della Repubblica francese.

Il flagello della seconda guerra mondiale colpisce anzitutto le popolazioni dell'Alsazia-Lorena costrette all'esilio verso altre regioni della Francia. Robert Schuman, viste le sue origini, viene scelto da Paul Reynaud per entrare nel governo che presenta alla Camera, il 21 marzo 1940, in veste di sottosegretario di Stato per i Rifugiati. Non condividendo le scelte del maresciallo Pétain, rassegna le dimissioni a luglio e torna a Metz alla fine di agosto 1940. Arrestato, il 14 settembre, è trasferito a Neustadt. Evaso il 1° agosto 1942, riesce a raggiungere la zona libera. Quando i nazionalsocialisti invadono tutto il territorio francese nel novembre 1942, Schuman entra nella clandestinità. Grazie a molti amici, trascorre mesi e mesi in varie case religiose, particolarmente nell'abbazia benedettina di Ligugé nei pressi di Poitiers, poi nell'abbazia dei trappisti di Notre-Dame-des-Neiges, nel santuario di La Salette e in una casa religiosa di Bourg-en-Bresse.

Robert Schuman inaugura una nuova fase del suo impegno politico al servizio della Francia, quando riceve il portafoglio degli Affari esteri; rimane al Quai d'Orsay per quattro anni e mezzo, conservando il suo posto negli otto governi che si succedono dal luglio 1948 al gennaio 1953. Di fronte all'irrigidimento delle posizioni fra gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica, la Francia ha optato per il campo occidentale. Ma, in questo stesso campo, Robert Schuman, rappresentante della Francia, non condivide le vedute angloamericane su una questione che considera fondamentale, quella della sistemazione della questione conosciuta come «problema tedesco». Gli stessi sono indaffarati nel prendere le dovute precauzioni «nell'eventualità di una nuova aggressione tedesca». È quindi in un clima pesante, con un orizzonte apparentemente piombato, che il ministro degli Affari esteri Schuman intraprende una nuova politica nei confronti della Germania. Siamo nel 1948. Egli afferma: «Il ritorno della Germania nel concerto delle nazioni europee, a titolo di partner a tutti gli effetti, sul piano politico, economico e sociale» è ineluttabile. Ormai Schuman ha maturato una convinzione che non abbandonerà mai: non possiamo accontentarci di prevenire le difficoltà, i contrasti, i conflitti, bisogna creare delle condizioni nuove, fondate su un nuovo spirito di cooperazione.

Ora, torniamo alle settimane che precedono il 9 maggio 1950, per capire in quale contesto e come Schuman abbia attuato il suo progetto: associare le nazioni già nemiche in vista di consolidare la pace e rendere anche impossibile alcuna guerra tra di loro. Molte persone restano ostili all'idea di una comunità franco-tedesca e più ancora all'idea di una autorità soprannazionale implicando un trasferimento di sovranità, senza contare gli industriali della metallurgia che rigetterebbero sicuramente il principio di una alta autorità sul carbone e l'acciaio.

Se le opposizioni sono reali, le circostanze sono favorevoli. Infatti, alcuni mesi prima, nel settembre 1949, Dean Acheson, segretario di Stato americano, ed Ernest Bevin, segretario del Foreign Office a Londra, hanno incaricato Schuman di preparare un piano di reintegrazione della Germania nel concerto delle nazioni libere. Si osservi bene la data: i tre ministri degli Esteri hanno fissato la loro prossima riunione per il 10 maggio 1950.

In collaborazione con Jean Monnet che ha elaborato le linee fondamentali del piano con una équipe ristretta lavorando in massima riservatezza, Schuman prepara lo scadenzario dell'ultima settimana prima del 9 maggio.

Schuman sa di condividere i suoi ideali democratici e cristiani con Konrad Adenauer. Questi vorrebbe fare di tutto affinché la Germania torni a essere, nel pieno senso della parola, una nazione europea, ma la Repubblica federale tedesca ha solo otto mesi di esistenza e Konrad Adenauer non dimentica la tragicità della sua situazione: vorrebbe prendere iniziative per ricomporre il tessuto lacerato dell'Europa occidentale, ma non può farsi avanti, poiché ogni iniziativa della Germania potrebbe essere interpretata come una nuova forma di aggressione dello Stato vinto verso le nazioni alleate. Comunque, Schuman sa di poter contare su Adenauer e su Alcide De Gasperi, come sui sentimenti europeisti dei governi del Benelux. L'unica incognita è la reazione della Gran Bretagna.

Eccoci al 9 maggio. Il Consiglio dei ministri si svolge normalmente. Schuman aspetta una risposta da Adenauer, perché vuole poter dire al Consiglio dei ministri che la Germania approva il suo progetto. Quindi, arrivati all'ultimo punto dell'ordine del giorno, Schuman chiede una sospensione della seduta e può prendere conoscenza della risposta di Adenauer. Allora, al termine della riunione del Consiglio, il ministro degli Esteri annuncia la sostanza della dichiarazione preparata da Jean Monnet e soprattutto vuole dare notizia del pieno accordo della Germania e sulla sostanza e sulla forma della dichiarazione. Quindi comunica la risposta appena ricevuta dal cancelliere tedesco: «Approvo con tutto il cuore la vostra proposta». Schuman spiega il progetto. Nessuno chiede la parola. La seduta è tolta. Duecento giornalisti convocati per «un'iniziativa di grande importanza» si accalcano nel Salone dell'Orologio.

La solenne Dichiarazione del 9 maggio 1950, elaborata dal commissario al piano, Jean Monnet e i suoi collaboratori, provocò un «cambiamento decisivo della storia dell'Europa», secondo Helmut Kohl. La dichiarazione «sigilla l'incontro di una situazione — l'improvvisa assenza dell'Europa, divisa tra due mondi — e di un uomo» secondo François Mitterrand, «un uomo dall'ampia visione, abile e generoso», secondo Mário Soares.

Robert Schuman scrive nel suo libro Pour l'Europe : «Il 9 maggio 1950, il governo francese, nella sua solenne dichiarazione, ha scelto l'Europa. L'Europa salvata dall'hitlerismo grazie all'indomabile energia di Winston Churchill, dal comunismo grazie alla lungimirante iniziativa di G. Marshall, liberata dalle sue fratricide e sterili lotte, e che si impegnava risolutamente nella via comunitaria, pegno di prosperità, di sicurezza e di pace».

La dichiarazione mira a indicare una via nuova all'Europa e, così, a inserirla in un inedito processo di unificazione, che, tappa dopo tappa, scrive Schuman, la porterebbe «verso la costruzione di un mondo dove si imporranno sempre più la visione e la ricerca di quello che unisce le nazioni, di quello che è loro comune, e dove si riconcilierà quanto le distingue e le contrappone».

Per Schuman, costruire una nuova Europa significa anzitutto mettere in pratica un progetto spirituale di fratellanza, perché «l'Europa non è una unità naturale, come l'Australia o l'Africa; essa è il frutto di un lungo processo storico e di uno sviluppo spirituale». Robert Schuman aveva già insistito, in occasione della firma del trattato di Londra, nel 1949, sul fatto che l'Europa non è una entità geografica, ma che si definisce attraverso la sua storia politica e culturale e la volontà della sua popolazione, dei suoi cittadini. In occasione della creazione del Consiglio d'Europa, poteva dire: «Oggi, poniamo le fondamenta di una cooperazione spirituale e politica, dalla quale nascerà lo spirito europeo, principio di una vasta e duratura unione soprannazionale».

Questo autentico spirito europeo dovrà incarnarsi, in ogni caso, in un comune destino. Si radica nella «presa di coscienza delle realtà, delle possibilità e dei doveri, alla presenza dei quali siamo posti gli uni e gli altri, al di là dei confini, al di là dei nostri antagonismi e dei nostri risentimenti (...) È necessario che ciascuno faccia sua questa convinzione: abbiamo bisogno gli uni degli altri». Anzitutto, occorre che «l'opposizione secolare della Francia e della Germania sia eliminata», offrendo il perdono per il passato e una nuova speranza per l'avvenire, affinché si possa attuare «l'incontro delle nazioni europee». Questa non è solo una convinzione acquisita al termine di una profonda riflessione, ma una incrollabile certezza che, «sotto la pressione dell'esperienza», si è imposta progressivamente alla coscienza dell'«uomo del confine» in cui si riconosce Robert Schuman. A partire dalle «dure lezioni della storia», Schuman auspica fortemente «altra cosa che testi e parole, altra cosa che il marchio d'infamia sul crimine della guerra, altra cosa che il ricordo dei suoi orrori e delle sue miserie, altra cosa che una illusione presto delusa».

Infatti, dopo tanti trattati e patti che si sono semplicemente limitati a registrare impegni presto dimenticati o rinnegati, eccoci ora, né più né meno, per costrizione dell'esperienza, scrive Schuman, «ricondotti alla legge cristiana di una nobile ma umile fratellanza. E per un paradosso che ci sorprenderebbe se non fossimo cristiani — incoscientemente cristiani forse — tendiamo la mano ai nostri nemici di ieri non semplicemente per perdonare, ma per costruire insieme l'Europa di domani». La dichiarazione si rivela molto pragmatica: «L'Europa non si farà in un solo colpo, né in una costruzione d'insieme: essa si farà tramite delle realizzazioni concrete, creando anzitutto una solidarietà di fatto (...) Il governo francese propone di collocare l'insieme della produzione franco-tedesca di carbone e di acciaio sotto un'Alta Autorità comune, in una organizzazione aperta alla partecipazione degli altri paesi d'Europa». E, infatti, Schuman preciserà più tardi, ai primi di agosto 1952, il lungimirante progetto elaborato da Monnet e il suo precipuo scopo europeo: «conciliare in uno statuto definitivo l'essenziale degli interessi tedeschi, francesi e sarresi» e «fare in tal modo che la Saar cessi di essere oggetto di conflitto e diventi lo strumento di una politica europea comune». Pragmatismo illuminato, perché per Schuman importa che «questa idea di un'Europa riconciliata, unita e forte sia ormai la parola d'ordine per le giovani generazioni desiderose di servire una umanità finalmente liberata dall'odio e dalla paura, che impara nuovamente, dopo troppo lunghe lacerazioni, la fraternità cristiana».

Il cardinale Paul Poupard commentava, alcuni anni fa, la dichiarazione di Robert Schuman in questi termini: «Utopia insensata per gli uni, folle sogno per gli altri, oggi è un fatto compiuto, un beneficio incomparabile per le future generazioni, che dobbiamo a questo uomo politico eccezionale, grande statista e grande cristiano».

Robert Schuman è convinto: se questa idea «Europa» è veramente chiamata a sbocciare in una fratellanza che si estende al di là dei confini, essa non mancherà di rivelare «a tutti le basi comuni della nostra civiltà e creerà poco a poco un legame simile a quello che nei tempi passati ha forgiato le patrie. Essa sarà la forza contro la quale si infrangeranno tutti gli ostacoli». Due settimane dopo la pubblicazione della Dichiarazione, il 23 maggio 1950, Jean Monnet incontra il cancelliere Adenauer a Bonn: «Rispondendo a M. Monnet, M. Adenauer dichiara che egli stesso non è un tecnico; non è neppure al 100 per cento un politico. Considera anch'egli questa impresa sotto il suo più alto profilo, e come un'impresa d'ordine morale. I vari governi coinvolti non devono tanto preoccuparsi delle responsabilità tecniche che assumono nei confronti dei loro popoli quanto della loro responsabilità morale in presenza delle speranze che questa proposta ha suscitate (...) M. Monnet ribadisce che l'Europa deve fornire un contributo morale allo sviluppo del mondo. Se riesce a eliminare da se stessa le cause della guerra, offrirà al mondo questo contributo spirituale che la rivalità e l'opposizione dei nazionalismi proibiscono ancora (...) Il cancelliere dichiara, concludendo, che considera la realizzazione della proposta francese come il compito più importante che si impone a lui. Se riuscirà a portarlo a termine, considera che non avrà perduto la sua vita».

Ora, l'Unione europea ha bisogno di riscoprire ciò che per Schuman, De Gasperi, Adenauer e Monnet, è la stella polare del loro impegno europeo. Il vero motivo della crisi politica europea si radica nella crisi dello stesso uomo europeo che non osa più, non vuole più, non sa più rispondere alle domande sul senso della vita.

Václav Havel, già presidente della Repubblica Ceca, non esitava ad affermare: «L'elemento tragico per l'uomo moderno non è che non conosca il senso della vita, ma che questo lo disturbi sempre meno». Ne siamo convinti, la politica europea — se vuole essere fedele alle intuizioni dei «Padri Fondatori» — deve essere non soltanto una politica per tutti gli uomini e tutte le donne dell'Europa, ma ancora una politica per l'uomo nella sua integralità e per la sua inalienabile dignità fondata precisamente sulla sua capacità di non rinchiudersi nel materialismo e di aprirsi a una più alta dimensione. Non è superfluo aggiungere che senza alcuna discriminazione nei confronti delle altre religioni, conviene riconoscere nell'identità europea la viva eredità del cristianesimo. Non si tratta solo di riconoscere una eredità passata, ma una eredità viva, diceva nel 2008 il presidente della Repubblica francese Nicolas Sarkozy: «Dire che in Europa ci sono delle radici cristiane è semplicemente dare prova di buon senso. Rinunciare a farlo, significa girare le spalle a una realtà storica».

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