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Con i piccoli huelepega

· Zelinda Roccia e i bambini di strada in Nicaragua ·

«Por qué no me das un beso?» (Perché non mi dai un bacio?) chiede un bambino di tre anni a una giovane donna. Una richiesta, tenera e affettuosa, frequente per chi bazzichi i più piccoli, eppure in questo caso la domanda assume una portata ben diversa: perché a reclamare quel beso è un bimbo di strada che vive a Managua, dentro la ruota di un camion. Non è solo: ha con lui la sorella di cinque anni e il fratellino di uno. Loro tre e basta. La richiesta arriva poco prima della partenza della giovane donna, in procinto di salire sull’aereo che dal Nicaragua la riporterà a casa, in Italia. I due non si incontreranno mai più, ma negli anni a quel bimbo migliaia di altri bambini di strada diranno tacitamente grazie. 

I bambini del progetto Los Quinchos

Perché da quella sera la vita di Zelinda Roccia è cambiata per sempre: «Tornai dopo cinque anni. Cinque anni passati con il Nicaragua sempre in testa», racconta nel libro scritto da Francesca Caminoli, Perché non mi dai un bacio? (Milano, Jaca Book, 2016, pagine 116, euro 12). La richiesta del piccolo è stata infatti la molla che l’ha convinta a chiedere il prepensionamento da scuola, lasciare la famiglia in Italia per tornare in Nicaragua e vivere insieme ai bambini di strada. Era il 1991, e da allora Zelinda Roccia non si è più mossa.
Il libro ripercorre la storia di Roccia partendo dall’infanzia in Sardegna nel circo di famiglia, raccontando poi i viaggi da sola tra gli indios Tarahumara, il teatro itinerante e quel qualcosa che le lavorava incessante dentro. «Quando tornavo da qualche viaggio, dal Guatemala, dall’Honduras, dal Messico, sentivo sempre dentro di me una dose di tristezza che non riuscivo bene a riconoscere e che rovinava un po’ il piacere del viaggio. Ho capito dopo che erano i bambini, era il sentire che dovevo dedicare la mia vita a loro».
Il libro risulta così soprattutto la lunga storia dei Quinchos, i bambini del suo progetto: su suggerimento di uno di loro, il nome prenderà spunto dal Quincho barrilete della canzone di Carlos Mejía Godoy, che racconta di un bambino che, durante la dittatura di Somoza, vendeva aquiloni in strada per mantenere se stesso e i suoi fratelli. La madre era morta e il padre in prigione perché rivoluzionario. Quincho faceva anche la staffetta e portava messaggi ai sandinisti in giro per la città: un giorno fu ucciso da un cecchino della contra. Nasce così il progetto Los Quinchos che oggi, nelle cinque case attivate, ospita più di duecentocinquanta minorenni. Nel tempo però ne sono stati accolti migliaia: «Non so di preciso quanti bambini siano passati dal progetto in tutti questi anni. Tantissimi. Forse diecimila. Me li ricordo uno per uno, ricordo i loro volti, le loro storie. Tutte difficili, dure, alcune quasi inenarrabili».
Il Mercado Oriental di Managua è una sorta di città nella città tra droga, armi, povertà, prostituzione, malavita e centinaia di bambini di strada. È da qui che Zelinda ha iniziato il suo cammino. «Erano tutti denutriti. Alcuni di cinque, sei anni, non riuscivano quasi a camminare per la denutrizione. E quasi tutti, anche i più piccoli, erano huelepega, sniffavano la colla, che li stordiva completamente. Lo facevano per farsi passare la fame, per non sentire il freddo e per scacciare la paura di notte, quando dormivano per terra sotto i banchi del mercato o su un cartone buttato in qualche angolo. (...) Scappati dalla violenza in casa, dalle madri che li chiudevano nelle povere baracche di cartone e fogli di plastica nera, a volte anche legati a una catena, per poterli lasciare soli e andare a cercare un lavoro, dai padri e ancora di più dai patrigni che li picchiavano con tutto quello che capitava loro sottomano, fili elettrici, machete, corde, bastoni, avevano paura degli adulti. In strada l’adulto per loro era di nuovo sinonimo di violenza. Li pestavano i poliziotti, le donne del mercato, i passanti».
Zelinda non sa come agganciarli. Se non si fidano degli adulti, figuriamoci di una straniera. La prima volta che tenta di avvicinarli, le tirano pietre. Stessa scena l’indomani. Il terzo giorno è lei a presentarsi con una borsa piena di sassi: è così che comincia il dialogo. Poi una stanza scalcinata e qualcosa da mangiare: «Avevo una sola regola, che lasciassero la pega, la colla, fuori».
Nei primi tempi il progetto coinvolge solo i maschi: Zelinda aspetta a occuparsi delle bambine perché la loro problematica è assai più difficile considerando che alla violenza di strada si aggiungono molto spesso la violenza sessuale e la prostituzione. Passeranno sette anni: «Non potevo improvvisarmi. Avevo bisogno di gente che sapesse lavorare con loro e non potevo avere queste persone perché, come al solito, era un problema di soldi. Ma poi ecco, di nuovo l’angelo custode, il miracolo, la casualità».
In questi venticinque anni Los Quinchos è andato avanti seguendo la politica dei piccoli passi, dei microprogetti: per costruire qualcosa, sostiene Zelinda — che letteralmente ha fatto tutto da sola — devi conoscere molto bene la realtà di cui ti vuoi occupare. Partendo dalla gente del posto. Zelinda è infatti convinta che i grandi finanziamenti governativi e delle ong sono pericolosi: «La cooperazione di questo tipo fa stare bene chi ci lavora, non quelli per cui lavorano». Un esempio: le donne che vivevano nella selva morivano di parto perché, in caso di complicazioni, non riuscivano a raggiungere in tempo l’ospedale più vicino. Ecco allora arrivare le ong («Proprio come arrivano i nostri nei vecchi film») e regalare un’ambulanza senza preoccuparsi se qualcuno della zona la sapesse guidare. E così finché le ong hanno pagato un autista che veniva da fuori tutto bene, poi l'ambulanza è finita in un campo e le donne hanno ripreso a morire.
Zelinda Roccia, invece, è dal 1991 che cerca di ascoltare i bambini di strada, di ascoltarli con l’amore, il coraggio e il dolore di una madre, di una sorella, di una persona adulta che — spesso con il sorriso e la tenerezza, a volte piangendo e con severità — cerca di dare loro quello che avrebbe dovuto dare una madre o una famiglia che non c’è. È infatti proprio l’assenza d’amore a minare le vite di questi bambini. Quanti di loro — racconta Zelinda — arrivano a suicidarsi per motivi che a noi paiono estremamente futili: «Ma è l’enorme fragilità di fondo per il richiamo di una famiglia che non hanno mai avuto». Questi bambini non hanno nessuno strumento, ignorano che cosa sia una madre.
Nel tempo attorno a Zelinda è cresciuta una famiglia monumentale, un po’ stramba sicuramente, ma con tutti i meccanismi di ogni famiglia che si rispetti. Con i figli che crescono, «qualcuno va tranquillo per la sua strada, altri si fanno ribelli, contestano, ti rinnegano, scappano. Alcuni tornano, altri no. Alcuni trovano un lavoro, altri si laureano, altri tornano in strada e diventano delinquenti».
Dal 1991 sono anche molti gli adulti che hanno transitato per il progetto: alcuni per lavoro, altri come volontari. Roccia preferisce le donne, che si sono rivelate più affezionate, disponibili, pronte ad accorrere quando un bambino sta male senza guardare l’orologio. «C’è più empatia con loro, in allegria e in tristezza».
Le difficoltà sono state tante. I dolori anche, ma il bilancio è decisamente positivo. Riprova ne è, tra le altre cose, che oggi la maggior parte degli educatori, dei coordinatori e dei promotori sono i Quinchos più grandi, cresciuti dentro il progetto. Presenze che, per la loro storia personale, sono i migliori per rapportarsi con i bambini che continuano ad arrivare. «È a loro che voglio delegare sempre di più. Stanno cambiando questi giovani maschi, li vedo più attenti, meno macho. (...) Anche se sono le donne la mia speranza più grande per questo paese così machista, le ragazze. Devono rendersi sempre più indipendenti, lavorare, abbattere il potere economico maschile. Avere un lavoro però non basta. Devono confrontarsi con altre donne, discutere, guardarsi dentro, non allo specchio per piacere sempre al maschio».

E a Caminoli che, nell’intervista che chiude il libro, le chiede se abbia mai pensato “Ma che ci faccio qui?”, Zelinda Roccia risponde: «No. Ho sempre pensato di essere arrivata troppo tardi. Lo penso ogni volta che incontro un nostro ragazzo, che era un pandillero, un huelepega che non ti guardava mai negli occhi e adesso fa il panettiere, il muratore, guida un autobus e ti guarda con fierezza. Che ha acquisito una fortissima identità fatta di amore, di rabbia, della presunzione di essere un Quincho, un’identità che si trasmette generazione dopo generazione».

di Silvia Gusmano

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21 settembre 2019

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