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Con i gesti
della solidarietà

· L’impulso della Chiesa al processo di pace in Sud Sudan ·

«Ho la speranza che quel gesto di umiltà estrema di Papa Francesco possa portare la pace in Sud Sudan». A parlare è Yagoub Kibeida, dell’associazione torinese Mosaico refugees, a margine di un incontro organizzato nei giorni scorsi a Roma da Amref Health Africa. Kibeida è andato via dal suo paese venti anni fa, quando era ancora un’unica nazione, ma continua a essere un osservatore attento della vita sociale e politica del Sudan e dello Stato più giovane del mondo, il Sud Sudan, indipendente dal 2011 ma con una nuova situazione di conflitto al suo interno, con 400.000 morti dal 2013 a oggi e circa due milioni di sfollati.

Un campo profughi a Wau (Unicef)

L’11 aprile scorso, com’è noto, il Papa si è inginocchiato davanti ai due principali leader del Sud Sudan, il presidente Salva Kiir, e il leader dell’opposizione, Riek Machar, del Sudan people liberation mouvement-in-opposition, dopo averli convocati in Vaticano insieme all’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby. L’incontro di preghiera era finalizzato a riportare la pace in Sud Sudan, paese a maggioranza cristiana. In Sud Sudan quel gesto, osserva Kibeida, «è stato preso come una benedizione. Lo scopo è realizzare l’accordo di pace firmato nel settembre 2018, per creare un governo di unità di transizione fino alle elezioni del 2022. Penso ci sia una volontà politica e morale di questi due leader e degli altri firmatari dell’accordo».

«In questo modo — prosegue — potremmo avere un governo democratico in grado di aiutare un paese così ricco di risorse ma con la popolazione molto povera». Kibeida si lamenta però per «l’abbandono della comunità internazionale». Infatti, afferma: «Dopo la crisi del 2016 in Sud Sudan non c’è più un inviato degli Stati Uniti. Nemmeno l’Europa ha mandato qualcuno per il monitoraggio degli accordi. E nessun media internazionale parla del conflitto. Non capisco perché una vita umana in Sud Sudan valga meno che una vita umana altrove».

Ora che in Sudan le manifestazioni popolari dei mesi scorsi hanno portato alla caduta del regime di Omar al-Bashir dopo 30 anni, con l’insediamento di un consiglio militare di transizione, Kibeida giudica positivo che ci sia stato un accordo tra i due paesi «per continuare a trasportare il petrolio all’estero tramite l’oleodotto e le merci fino al Mar Rosso. È importante perché altrimenti i conflitti si inasprirebbero». Dopo essere uscito da 25 anni di guerra civile con il nord “arabo” e aver conquistato l’indipendenza, il Sud Sudan è ancora un paese che ha di fronte sfide enormi. Non solo l’insicurezza data dagli scontri interni. Mancano le infrastrutture essenziali. In un territorio grande quanto la Francia c’è un’unica strada asfaltata di 192 chilometri che percorre il paese da sud a nord, toccando la capitale Juba. Il sistema sanitario è compromesso, ci sono spesso epidemie e migliaia di bambini sono a rischio di malnutrizione acuta.

A Wau, seconda città del Sud Sudan per numero di abitanti, a nord sulla riva ovest del fiume Jur nella regione del Greater Baggari, la situazione è particolarmente difficile. Manca la sicurezza, le temperature sono molto elevate e instabili a causa dei cambiamenti climatici; in quella zona c’è un campo che ospita oltre 39.000 sfollati interni che vivono in condizioni molto precarie, con rischi altissimi per la salute e l’igiene. In questo contesto intervengono Vides (l’ong delle Suore Figlie di Maria Ausiliatrice) e Amref Health Africa, con un progetto triennale di sostegno alla sicurezza alimentare e promozione della sana nutrizione finanziato dall’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo. «Andiamo sotto scorta nei villaggi — racconta Antonio Raimondi, presidente di Vides — le suore salesiane che vivono laggiù rischiano la vita sul serio». Il progetto mira a formare 50 operatori sanitari di comunità per fare da tramite tra la popolazione più vulnerabile e i dispensari, in modo da identificare in tempi rapidi i casi di malnutrizione e segnalarli ai servizi sanitari. Saranno create anche unità fisse e mobili, aumentando l’accesso ai servizi dell’80 per cento e dare formazione a 141 operatori sanitari, infermieri e manager.

di Patrizia Caiffa

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08 dicembre 2019

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