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Comunione non assemblearismo

· Un volume sui cento anni delle Settimane sociali dei cattolici italiani ·

Viene presentato il 20 luglio ai parlamentari italiani il documento preparatorio della quarantaseiesima Settimana sociale dei cattolici italiani, in programma a Reggio Calabria dal 14 al 17 ottobre sul tema «Cattolici nell'Italia di oggi. Un'agenda di speranza per il futuro del Paese». All'incontro, fissato alle 16 presso Palazzo Giustiniani, parteciperanno il presidente del Senato, Renato Schifani, e il vescovo d'Ivrea, Arrigo Miglio, presidente del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane sociali. Interverranno, moderati da Edoardo Patriarca, segretario del medesimo Comitato, i parlamentari Pierluigi Bersani, Pierferdinando Casini, Roberto Cota, Gaetano Quagliariello, Francesco Rutelli. Sul tema delle Settimane sociali è appena uscito in libreria un volume del presidente del Centro studi storici e sociali ( Tra storia e futuro. Cento anni di Settimane sociali dei cattolici italiani , Roma - Città del Vaticano, Ave - Libreria editrice vaticana, 2010, pagine 216, euro 10) del quale pubblichiamo la parte conclusiva del capitolo v intitolato sul significato e le potenzialità delle Settimane sociali.

In definitiva, dall'insieme di questa breve ricostruzione, molti sono gli spunti e le sollecitazioni che si possono ricavare, come si è detto fin dall'inizio, non solo per una visione storica delle Settimane sociali, ma anche e soprattutto in prospettiva presente e futura. Rivisitarne la storia mette in primo piano la «questione laicale», considerata in una visione di Chiesa «sinodale», in modo da valorizzare appieno quell'indole secolare che il Concilio (cfr. Lumen gentium , 31, e Gaudium et spes , 73-76) e il ricco magistero di questi ultimi anni — dalle molte sottolineature sociali di Giovanni Paolo II, ai numerosi documenti della Conferenza episcopale italiana e di sue singole commissioni, fino alla Deus caritas est di Benedetto XVI — hanno inteso promuovere ma che, nella prassi pastorale, attendono ancora una concreta attuazione.

Pare evidente, quindi, come il punto più delicato della questione laicale non attenga a formule organizzative, che pure possono fornire utili occasioni di confronto e di comune testimonianza, ma al radicarsi e al crescere di quella Chiesa del Concilio fatta di uno stile di fraternità e di dialogo. Una Chiesa «comunione», senza per questo pensare a una sorta di assemblearismo; una Chiesa che ascolta e in cui l'ascolto fa parte del percorso per il quale si arriva alla decisione. Non si tratta di passi del tutto innovativi, ma già presenti nel vissuto ecclesiale, così com'è testimoniato nell'esperienza monastica laddove — per esempio — san Benedetto raccomandava all'abate, prima di decidere, di sentire anche l'ultimo dei novizi. Come dire che il processo di discernimento e di decisione nella Chiesa non è puramente democratico, ma molto di più, e si avvale di un «sentirsi», di un momento di consultazione e di ascolto.

D'altra parte il dialogo è un aspetto della formazione, esattamente il modo in cui s'evitano dualismi e divaricazioni, ma per questo è necessaria una strutturazione dei soggetti; anche qui emerge l'utilità e la validità del laicato associato, il valore che è stato nell'età contemporanea all'associazionismo laicale. È necessario che chi ha autorità ascolti il laicato associato: in passato la cosa poteva essere data per scontata, ma oggi non è più così, dopo la crisi attraversata dall'associazionismo. Occorre, dunque, tornare a motivare in quale senso il laicato associato non esaurisca, né si sovrapponga al laicato tout court, ma ne costituisca una voce rappresentativa proprio in virtù della capillarità di presenza, della varietà di composizione e, non ultimo, in virtù della rappresentanza fraterna e democratica mediante la quale vivono le associazioni. Una riflessione in proposito va fatta per evitare che venga sminuito il ruolo del laicato, specie di quello formato e organizzato, a vantaggio della nebulosa categoria del «cristiano comune». Una riflessione in chiave storica nella formazione della classe dirigente cattolica può aiutare non poco.

D'altra parte, nel valutare il legame tra magistero e ascolto della comunità possiamo chiederci: come si produce il magistero? Da che cosa è sollecitato? E qual è la sua vera finalità? Le risposte che possiamo dare, attingendo alle adeguate competenze teologiche, non possono che portarci verso la conclusione che il magistero è per l'intera umanità e per la comunità: serve a indirizzarla, orientarla, sostenerla e confermarla nella fede, pertanto non può che vivere in unione alla comunità nell'ascolto che si fa dialogo tra fratelli, nella diversità delle funzioni ministeriali.

È la prospettiva indicata anche nel convegno ecclesiale di Verona e riferita alla necessità di una pastorale sempre più «integrata», e all'accelerazione dell'«ora dei laici, rilanciandone l'impegno ecclesiale e secolare».

La stessa Nota pastorale dell'Episcopato italiano dedicata al dopo-Verona indica con chiarezza gli obiettivi da perseguire: «Occorre accelerare il cammino intrapreso, che porta a una fisionomia laicale non omologata né uniforme, non dispersa né contrapposta, ma animata da uno spirito di comunione che sa generare una testimonianza unitaria, benché differenziata nelle sensibilità e nelle forme. Al di fuori della comunione, infatti, non si dà autentica testimonianza cristiana». Comunione, corresponsabilità, collaborazione sono le tre parole che la Nota pastorale riconosce come «una triade indivisibile» e in cui è possibile riconoscere «il volto di comunità cristiane che procedono insieme, con uno stile che valorizza ogni risorsa e ogni sensibilità, in un clima di fraternità e di dialogo, di franchezza nello scambio e di mitezza nella ricerca di ciò che corrisponde al bene della comunità intera».

E questo perché occorre creare nelle comunità cristiane «luoghi in cui i laici possano prendere la parola, comunicare la loro esperienza di vita, le loro domande, le loro scoperte, i loro pensieri sull'essere cristiani nel mondo».

Il popolo di Dio «inviato da Cristo», infatti, è chiamato con il Concilio a esprimere solidarietà, rispetto e amore «nei riguardi dell'intera famiglia umana dentro la quale è inserito». Per svolgere questi compiti la Chiesa ha il dovere di «scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sulle loro relazioni reciproche. Bisogna infatti conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo, le sue attese, le sue aspirazioni e il suo carattere spesso drammatico».

È questa la consapevole apertura della Chiesa che ci viene sottolineata dal Vaticano II e la cui faticosa, ma necessaria attuazione, è ancora davanti ai credenti del terzo millennio, chiamati a testimoniare con la vita che «la Chiesa in questo mondo, non è fine a se stessa, essa è al servizio di tutti gli uomini; essa deve rendere Cristo presente a tutti». Qui sta il nucleo vero del sempre nuovo rapporto tra Chiesa e mondo e il senso profondo dell'incontro con la modernità.

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