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Comunione
e non scambio politico

· La situazione della Chiesa in Cina in un’intervista al segretario di Stato ·

Tra prove e sofferenze è stata custodita la fede

Imparare «nuovamente il linguaggio della collaborazione e della comunione», nella «speranza che si arrivi a non dover più parlare di vescovi “legittimi” e “illegittimi”, “clandestini” e “ufficiali”», ma «ad incontrarsi tra fratelli»: è quanto auspica il segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, in riferimento alla situazione della Chiesa in Cina.

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All’indomani della dichiarazione con cui il direttore della Sala stampa della Santa Sede ha ribadito che su tale situazione il Pontefice è in costante contatto con i suoi collaboratori, in particolare quelli della Segreteria di Stato, e viene da loro informato in maniera fedele e particolareggiata, il cardinale Parolin ha rilasciato sul tema un’intervista a Gianni Valente, che è stata pubblicata il 31 gennaio sul sito «Vatican Insider» e in forma ridotta sul quotidiano «La Stampa».

Dopo aver ricostruito le principali tappe del dialogo tra la Repubblica popolare cinese e la Santa Sede, il segretario di Stato ha sottolineato come quest’ultima persegua «una finalità spirituale. La Chiesa non chiede altro che professare la propria fede, chiudendo definitivamente un lungo periodo di contrapposizioni, per aprire spazi di maggiore fiducia e offrire il positivo contributo dei cattolici al bene dell’intera società». E sebbene siano «tante le ferite oggi ancora aperte» che necessitano di «un sacrificio piccolo o grande, deve essere chiaro a tutti che questo non è il prezzo di uno scambio politico» ha sottolineato.

Del resto, ha chiarito il cardinale segretario di Stato, «in Cina, forse più che altrove, i cattolici hanno saputo custodire, pur tra tante difficoltà e sofferenze, il deposito autentico della fede, tenendo fermo il vincolo di comunione gerarchica tra i vescovi e il successore di Pietro». Infatti, ha spiegato, «la comunione tra il vescovo di Roma e tutti i vescovi cattolici tocca il cuore dell’unità della Chiesa: non è una questione privata tra il Papa e i vescovi cinesi o tra la sede apostolica e le autorità civili». Detto ciò, «la finalità principale della Santa Sede nel dialogo in corso è proprio quella di salvaguardare la comunione nella Chiesa, nel solco della genuina tradizione e della costante disciplina ecclesiastica».

Insomma, «in Cina non esistono due Chiese, ma due comunità di fedeli chiamati a compiere un cammino graduale di riconciliazione verso l’unità». E di conseguenza «non si tratta di mantenere una perenne conflittualità tra principi e strutture contrapposti, ma di trovare soluzioni pastorali realistiche che consentano ai cattolici di vivere la loro fede e di proseguire insieme l’opera di evangelizzazione nello specifico contesto cinese». Anche perché, ha proseguito il cardinale, «la Santa Sede conosce e condivide le gravi sofferenze patite da molti cattolici in Cina e la loro generosa testimonianza per il Vangelo».

In questa cornice, ha avvertito il segretario di Stato, diventa cruciale la questione della scelta dei vescovi. «Non possiamo dimenticare — ha ricordato — che la libertà della Chiesa e la nomina dei vescovi sono sempre stati temi ricorrenti nei rapporti tra la Santa Sede e gli Stati». E «certamente, il cammino avviato con la Cina attraverso gli attuali contatti è graduale e ancora esposto a tanti imprevisti, così come a nuove possibili emergenze»; al punto che «nessuno, in coscienza, può dire di avere soluzioni perfette per tutti i problemi». Ecco allora che «occorrono tempo e pazienza, perché si possano rimarginare le tante ferite personali inflitte reciprocamente all’interno delle comunità».

Purtroppo, ha aggiunto il segretario di Stato, «ci saranno ancora incomprensioni, fatiche e sofferenze da affrontare. Ma una volta considerato adeguatamente il punto della nomina dei vescovi, le restanti difficoltà non dovrebbero essere più tali da impedire ai cattolici cinesi di vivere in comunione tra loro e con il Papa». Con l’assicurazione, espressa dal cardinale, che «la Chiesa non dimenticherà mai le prove e le sofferenze passate e presenti dei cattolici cinesi. Pertanto, ai cattolici cinesi con grande fraternità dico: vi siamo vicini, non solo con la preghiera, ma anche con il quotidiano impegno ad accompagnarvi e sostenervi nel cammino della piena comunione».

Ricordando infine la lettera di Benedetto XVI ai cattolici cinesi, il segretario di Stato, sottolinea che «la missione propria della Chiesa non è quella di cambiare le strutture o l’amministrazione dello Stato, ma di annunciare agli uomini il Cristo, Salvatore del mondo, appoggiandosi sulla potenza di Dio. La Chiesa in Cina non vuole sostituirsi allo Stato, ma desidera offrire un contributo sereno e positivo per il bene di tutti».

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