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Comprendere l’islam

· Un errore pensare che per i musulmani l’identità religiosa ricopra tutto il resto ·

Anticipiamo uno stralcio dal volume Comprendere l’islam. O meglio, perché non ci capiamo niente (Verona, Editrice missionaria italiana, 2019, pagine 128, euro 13) che sarà presentato il 10 maggio presso il Salone del Libro di Torino.

Il primo errore — credere che l’islam esista — è innanzitutto pensare che i musulmani non siano che dei musulmani e che la loro identità religiosa ricopra tutto il resto: opinioni politiche, solidarietà nazionali o etniche, cultura, fantasia... Un ingegnere musulmano pensa come un ingegnere o come un musulmano? Un senegalese musulmano reagisce come un senegalese o come un musulmano?

Tutto ciò evidentemente è complesso. Io sono un prete cattolico, membro dell’ordine domenicano. Ho fatto voto di seguire Cristo, di consacrargli la mia vita, ma non sono un babbeo: il mio cristianesimo è ben lungi dallo spiegare ogni mia reazione, ogni mia idea, ogni mio atteggiamento. Insomma, sono un tipo complicato. Perché allora i musulmani sarebbero più semplici di me?

È vero che certi predicatori musulmani affermano — e ci sono editorialisti che, pur raramente benevoli nei loro confronti, sembrano fidarsi pienamente di loro su questo punto — che l’islam è una religione totale, che ingloba tutti gli aspetti della vita. Tuttavia, anche se l’islam avesse questa ambizione, nella pratica sarebbe quasi irrealizzabile. Ambiente familiare, determinismo sociale, desiderio e frustrazione sessuali, disposizione nervosa... innumerevoli sono i fattori che spiegano le nostre azioni. Le convinzioni teologiche altro non sono che uno di questi fattori, sia che questo ci dispiaccia sia che ci rallegri. Lo stesso vale anche per i musulmani e persino per i fanatici, lo vogliano o meno. Mi sembrerebbe di far troppo onore ai terroristi, se credessi loro sulla parola quando dicono di essere spinti da semplici preoccupazioni religiose. E, anche ammesso che siano sinceri, non abbiamo forse imparato dai migliori maestri del nostro tempo a sospettare delle nostre motivazioni coscienti ed esplicite, che spesso servono da pretesto per obiettivi meno nobili che non osiamo confessare a noi stessi? Rinunciare a credere che l’islam esista significa anche aprire gli occhi sull’estrema diversità di modi di vivere l’islam, al punto che in generale gli islamologi oggi si rifiutano — a ragione — di parlare dell’islam e preferiscono parlare degli islam, evitando di scegliere, in mezzo a questa diversità, un islam di riferimento per poi misurare, in base a esso, tutti gli altri islam. Compiere tale scelta, infatti, sarebbe «essenzializzare l’islam»: pensare, cioè, che di questa religione così variegata esista un’essenza eterna e inalterabile. Essenzializzare l’islam significa condannarsi a non capirci nulla. Purtroppo è una tentazione costantemente presente, anche nelle menti più coscienti di tale pericolo.

L’essenzializzazione dimenticherebbe, innanzitutto, la diversità culturale di questa religione mondiale. Noi di solito abbiamo familiarità con l’islam arabo, che tra i musulmani gode di un’autorità morale importante, in quanto culla storica della religione e portatore di una lingua scaturita da quella del Corano. Ma fare dell’islam arabo il solo islam — o l’islam di riferimento — significa dimenticare che il primo paese musulmano per numero di abitanti è l’Indonesia, che il Senegal non vive sotto l’influenza dell’Is, o che i musulmani indiani — benché appena una minoranza in quel paese — sono più numerosi di tutti gli abitanti del Medio Oriente arabo.

Cosa meno nota, invece, è che la diversità dell’islam è anche teologica. Certo, c’è la grande divisione tra sunniti e sciiti, che è oggi la principale causa di violenza. Si tratta di una separazione antica, che risale ai primi decenni dell’islam, anche se solo recentemente pare aver raggiunto un punto di non ritorno che destabilizza l’intero Medio Oriente. La diversità non si limita però a questa dualità.

Alle due grandi denominazioni se ne potrebbe aggiungere una terza: il kharigismo, un ramo dell’islam distaccatosi fin dagli inizi, oggi molto minoritario. Soprattutto, sunniti e sciiti non rappresentano affatto due blocchi omogenei. Gli sciiti si suddividono, a loro volta, in innumerevoli gruppi senza legami tra loro, a parte la scoperta — molto recente — di una comune opposizione al sunnismo. Tra questi gruppi figurano i duodecimani dell’Iran, gli zayditi dello Yemen, gli ismailiti dell’India o del Pakistan, ma anche gli alauiti della Siria o gli allevati della Turchia, la cui stessa appartenenza allo sciismo è messa in discussione.

Il sunnismo sembra presentare un fronte più unito, ma solo all’apparenza: tra i wahhabiti dell’Arabia Saudita e le potenti confraternite sufi del Senegal non sarebbe agevole trovare un terreno d’intesa. E questo va ben oltre l’espressione di semplici sensibilità spirituali. La stessa legittimità del sufismo — una corrente spirituale dell’islam — è fortemente discussa, fino a essere bersaglio di accuse di eresia, persino di apostasia. Bisognerebbe inoltre stabilire se davvero esista una sola forma di sufismo, il che è messo oggi in dubbio. Le diversità presenti nel sunnismo sono anche di natura giuridica. Persino nel sunnismo più ortodosso ci sono diverse scuole di diritto: i fedeli non applicano lo stesso diritto religioso (nei matrimoni, nelle successioni...) e non fanno la preghiera esattamente alla stessa maniera. Grande è la sorpresa per un maghrebino che arriva in Egitto scoprire che i musulmani arabi sunniti, all’apparenza così vicini, non pregano esattamente come lui!

I punti di accordo fra tutti i musulmani del mondo sono in fondo ben pochi. Si possono enumerare in poche righe: credere che c’è un solo Dio, che Maometto è il suo Profeta, che il Corano testimonia, in un modo o nell’altro, la volontà di Dio per gli uomini; e che nell’ultimo giorno ci attende un giudizio divino. Aggiungete la credenza negli angeli, ed è quasi tutto. Come si prova a entrare ulteriormente nei dettagli, a chiarire un poco una di queste formulazioni sommarie, la diversità salta subito agli occhi. Prendete una questione scottante come il jihad, la famosa «guerra santa», incontestabilmente menzionata nelle fonti islamiche. Un salafita dello Stato islamico vi dirà che è un obbligo di ogni individuo e che ognuno deve correre a uccidere il prima possibile tutti i miscredenti, i non musulmani come pure i falsi musulmani (quelli che non sono del loro gruppo), e questo anche attraverso attentati. Un giurista classico, invece, vi dirà che si tratta di un obbligo non individuale ma collettivo, che può essere espletato unicamente dall’autorità politica legittima, non certo dal primo fanatico che si crede investito di una missione. E il più delle volte aggiungerà che il jihad è difensivo: mira cioè a difendere i territori musulmani da eventuali aggressioni, non ad attaccare. Un sufi, infine, vi spiegherà che il vero jihad è la guerra al peccato, alle nostre cattive passioni, e che si tratta quindi di ascesi e di lavoro su se stessi. Fra queste tre posizioni — tutte sunnite, ma ben distinte — quante sfumature dovremmo ancora specificare! Il terrorista, per esempio, è ben lontano dal godere dell’unanimità presso i salafiti; e alcuni sufi sono favorevoli alla lotta armata! Chi ha ragione? Chi è più musulmano degli altri? Bravo chi sa dircelo. La nostra scelta sarebbe dettata dalle nostre preferenze (si favorirà il sufi perché ci appare più accettabile, e ci aiuta dunque a «salvare» l’islam dai suoi denigratori malintenzionati) o dalle nostre angosce (avrebbe ragione il salafita, perché così, almeno, sapremmo che cosa pensare). Dobbiamo cominciare a non scegliere e ad accettare che questa irriducibile diversità esiste.

di Adrien Candiard

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18 agosto 2019

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