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Risolvere un rompicapo

· Mark Larrimore e il libro di Giobbe ·

Il codice Vaticanus Graecus 749 (folio 29v) riporta una miniatura del libro di Giobbe che descrive in maniera particolarmente vivida gli atteggiamenti dei tre amici che erano andati a consolarlo, Elifaz, Bildad e Sofar. Uno piange, prostrato, mentre si regge il capo con la mano; un altro si lacera le vesti, mostrando il petto; l’ultimo, infine, si copre la bocca per lo spavento, ma probabilmente anche il naso per il terribile odore emanato dalle piaghe di Giobbe. Anche nel racconto biblico, del resto, prevale il loro senso di condanna e di dubbio sull’effettiva rettitudine di Giobbe, che giustamente finisce per considerarli dei «consolatori molesti» (Giobbe 16, 2).

La miniatura del codice Vaticanus Graecus 749 (folio 29v)

Una delle possibili chiavi di lettura di un testo che rappresenta un vero e proprio rompicapo a un tempo letterario, filosofico e teologico può essere, quindi, spostare il centro dell’attenzione dal personaggio di Giobbe alle figure dei suoi amici, cercando di cogliere il messaggio della vicenda nel suo complesso come un’esortazione a essere una comunità solidale e attenta all’emarginazione e alla sofferenza.
È questa la proposta dello studioso statunitense Mark Larrimore, docente di studi religiosi alla New School for Liberal Arts di New York, nel volume Il libro di Giobbe recentemente tradotto per la casa editrice Il Mulino (Bologna, 2017, pagine 184, euro 18). Lo studio si pone l’obiettivo di indagare in una prospettiva di lungo periodo le diverse interpretazioni che sono state avanzate del libro biblico, raccogliendole attorno ad alcuni specifici nuclei tematici (l’arte, la teodicea, l’esilio, solo per citarne alcuni).
Dietro queste letture, non sempre conciliabili, si cela secondo Larrimore non solo la temperie culturale delle diverse epoche a cui appartengono, ma anche la sensibilità individuale degli autori, la loro formazione e il loro modo di pensare la relazione di questa parte con il resto del canone biblico. Ha un peso determinante, inoltre, la modalità di lettura adottata, se letterale o allegorica, oltre che naturalmente la presenza di convinzioni personali sul rapporto tra Dio e l’uomo e sul problema dell’esistenza del male.
Un aspetto che ha disorientato molti commentatori è legato allo stile eterogeneo del testo: alla parte centrale, redatta in versi e contraddistinta da un tono elevato, fanno da cornice un inizio e una fine in prosa piuttosto scarni, simili alle narrazioni dei racconti popolari. Ciò secondo Larrimore sarebbe da ricondurre a una composizione per strati successivi, avvenuta nel corso di più secoli e per mano di più autori.
L’immagine del Giobbe paziente, ancora oggi profondamente radicata, ha in realtà origini antiche e deriva con molta probabilità da un apocrifo denominato Testamento di Giobbe. Di datazione incerta, in genere collocata tra il i secolo prima dell’era cristiana e il i secolo della nostra era, lo scritto si conclude, infatti, con l’esortazione del patriarca ai propri figli a ricordare che «la sopportazione è più forte di tutto». Anche il Commento morale a Giobbe di Gregorio Magno, influente per tutto l’alto medioevo cristiano, fornisce un’interpretazione marcatamente simbolica in cui la sofferenza fisica del protagonista anticipa quella di Cristo.

In realtà, come sottolineeranno con sempre più vigore gli interpreti moderni, con Calvino in testa, la sottomissione è solo un aspetto del complesso carattere di Giobbe. Nel corso del racconto biblico, egli diventa molto più “impaziente” di come ce lo descrive la tradizione, arrivando a maledire il giorno in cui è nato e a chiedere a gran voce a Dio che istruisca un tribunale affinché possa rivendicare la propria innocenza. La consolazione consisterebbe quindi nel fatto stesso che Dio ha dato ascolto alla sua protesta e si è mostrato, ovvero nella teofania più che nella ricompensa terrena.

di Giovanni Cerro

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23 agosto 2019

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