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Come una passione divenne scienza

Come è da tempo assodato, si devono al sassone Johann Joachim Winckelmann la prima enunciazione teorica e la prima formulazione applicativa di un quadro integrato di prospezioni storiche, archeologiche e testuali finalizzate allo studio del mondo antico, cui si è soliti dare il nome di «scienze dell’antichità». Attraverso le vicende di una vita movimentata, che lo vede compiere i suoi studi prima nella natia Prussia — a Berlino (1735-36), ad Halle (1738-40) e poi a Jena (1741) quindi nella cosmopolita Dresda, dove, tra il 1748 e il 1754, sarà bibliotecario del conte Heinrich von Bünau (1697-1762) e dove conoscerà il cardinale Alberico Archinto (1698-1758), nunzio apostolico presso la corte reale — lo studioso giungerà finalmente a Roma (18 o 19 novembre 1755), dove si tratterrà complessivamente per quasi tredici anni e dove avrà modo di perfezionare il suo metodo di indagine.

Carlo Ceccarini, «Veduta del Giardino del Belvedere in Vaticano» (1765)

A Roma, Winckelmann amplierà enormemente il suo bagaglio di conoscenze, visitando i monumenti e ammirando le collezioni per cui la città era famosa, stringendo relazioni con letterati e artisti e facendosi conoscere nell’ambiente elitario degli “antiquari” locali. Attraverso la frequentazione di figure attive nel commercio di antichità, inoltre, lo studioso conseguirà nel tempo una visibilità di rilievo internazionale, intrattenendo rapporti epistolari con le personalità dell’epoca e accompagnando per la città gli stranieri impegnati nel Grand Tour.

Nello spazio di otto anni, grazie alla protezione dei cardinali Domenico Passionei (1682-1761) e Alessandro Albani (1692-1779) al servizio dei quali svolse funzioni di consulente e bibliotecario, Winckelmann scalerà velocemente i gradini della carriera accademica, fino a essere nominato prefetto delle Antichità di Roma, ovvero commissario delle Antichità della Camera Apostolica (11 aprile 1763) e Scriptor linguae teutonicae alla biblioteca Vaticana (2 maggio 1763). Winckelmann raggiunse quello che è per alcuni l’apice del suo cursus honorum con la nomina a Scriptor supranumerarius linguae graecae della biblioteca Vaticana (5 settembre 1764), una posizione in linea con le sue competenze di raffinato filologo, per la quale si era a lungo battuto e per la quale aveva dovuto vincere le resistenze di una non indifferente parte del personale interno. Ma il vertice delle attribuzioni conferitegli nel campo va probabilmente ravvisato nella carica di custode del Museo profano (17 aprile 1763), comunicata in una lettera al Mengs del 3 febbraio 1764 («l’incumbenza della custodia del museo di Antichità profane, che si sta attualmente fabbricando, per farlo corrispondere al Museo d’antichità cristiane all’altra estremità del lungo corridore della Vaticana») cui Winckelmann si sarebbe dedicato, mantenendo nel contempo lo scrittorato per la lingua teutonica e anche quello per la lingua ebraica. È grazie all’espletamento di mansioni come queste che lo studioso poté stringere relazioni con i più eminenti ospiti di Villa Albani — il cui proprietario, il potente cardinale Alessandro, era divenuto bibliothecarius apostolicus alla morte del Passionei — e conoscere così da vicino le realtà collezionistiche della capitale.

Nel frattempo, scritti come i Gedanken über die Nachahmung der griechischen Werke in der Malerei und Bildhauerkunst (“Pensieri sull’imitazione delle opere greche nella pittura e nella scultura”) del 1755, o come le Anmerkungen über die Baukunst der Alten (“Osservazioni sopra l’architettura degli Antichi”), del 1762, avevano fatto la loro comparsa sugli scaffali delle più prestigiose librerie d’Europa, aprendo la strada a quella Geschichte der Kunst des Alterthums (“Storia dell’arte dell’antichità”), del 1764, dove verranno poste le basi concettuali della storia dell’arte occidentale. Di lì a pochi anni, la pubblicazione delle Anmerkungen über die Geschichte der Kunst (“Osservazioni sopra la storia dell’arte dell’antichità”) seguita da quella dei Monumenti Antichi Inediti (in italiano), del 1767, forniranno ulteriori e decisivi tasselli alla nostra conoscenza dell'arte antica.

Oltre che di monumenti romani, Winckelmann scrisse anche di monumenti siciliani (Anmerkungen über die Baukunst der alten Tempel zu Girgenti in Sizilien, “Osservazioni sull’architettura degli antichi templi di Agrigento in Sicilia” del 1759), campani (Sendschreiben von den Herculanischen Entdeckungen, “Epistola sopra le scoperte di Ercolano”, del 1762) e pompeiani (Nachrichten von den neuesten Herculanischen Entdeckungen, “Notizie delle più recenti scoperte di Ercolano”, del 1764). Su un versante completamente diverso, ancorché complementare ai suoi interessi di storico e di filologo, lo studioso, amico di artisti come lo scultore Johannes Wiedewelt (1731-1802) e il pittore Anton Raphaël Mengs (1728-1779), produrrà notevoli scritti di estetica, a partire dalle giovanili Erinnerung über die Betrachtung der Werke der Kunst (“Memoria sulla osservazione delle opere d’arte”), Von der Grazie in den Werken der Kunst (“Della grazia nelle opere d’arte”), Beschreibung des Torso im Belvedere (“Descrizione del Torso del Belvedere”) e Beschreibung des Apollo im Belvedere (“Descrizione dell’Apollo del Belvedere”), del 1756, fino al famoso Versuch einer Allegorie, besonders für die Kunst (“Saggio sull’allegoria, specialmente per l’arte”), del 1766, preceduto dal fondamentale Abhandlung von der Fähigkeit der Empfindung des Schönen in der Kunst und dem Unterricht in derselben (“Dissertazione sulla capacità del sentimento del bello nell’arte e sull’insegnamento della capacità stessa”), del 1762.

Con un intervento a tutto campo sull’organizzazione delle società antiche, Winckelmann può dunque essere considerato il padre fondatore della moderna disciplina archeologica e, al tempo stesso, il primo assertore di una dottrina estetica suscettibile di riverberarsi sul presente.

La grande novità dell’elaborazione teorica del Winckelmann è infatti quella di una storia dell’arte costruita non più come «una sequenza di cronologica di avvenimenti o di vite di artisti», ma come un succedersi di fasi evolutive «ponendo l'accento sulla trasformazione degli stili», circostanza che lo rende precursore dei moderni storici dell’arte (David Irwin). Proponendosi lo studio dei tratti distintivi di ciascuna civiltà, lo studioso pone i medesimi in relazione non soltanto con la produzione artistica di ciascuna età, ma anche con elementi sin lì estranei all’indagine storica in quanto tale, come i costumi, le condizioni sociali, la religione e il clima.

L’influenza della visione di Winckelmann sui contemporanei fu di conseguenza immensa (Mengs, cui la Geschichte è peraltro dedicata, fu tra i primi a risentire del suo insegnamento) suscitando durature ripercussioni fino alle soglie del nostro tempo. E se la pittura «sublime» di Raffaello sembra essere la sola in grado di raccogliere il plauso incondizionato del conoscitore (Raffaello, come gli scultori greci, crea le proprie figure secondo un canone di perfezione ideale che trascende il dato riscontrabile in natura) il ricorso all’antichità segna per lo storico la via maestra per un ritorno a quella «nobile semplicità» e quella «quieta grandezza» che ne contraddistinguevano le manifestazioni: «L’imitazione del bello in natura o si riferisce a un solo modello, o riunisce le osservazioni sopra vari modelli singoli e li compone in un tutto. Nel primo caso si fa una copia somigliante, un ritratto; è la strada che conduce alle copie, alle forme e alle figure olandesi. Nel secondo caso, invece, si prende la via per il bello universale e per le sue figure ideali; e quest’ultima via presero i greci. Se l’artista si basa su queste fondamenta, e si lascia guidare la mano e il sentimento dalla regola greca della bellezza, è già sulla strada che lo condurrà sicuro all’imitazione della natura» (Pensieri sull’imitazione dell’antico, 1755).

È precisamente questa familiarità con i codici espressivi dell’antichità che assegnano all’opera di Raffaello il valore di un invalicabile post quem, summa e canto del cigno del moderno classicismo, al di là del quale si determina quella decadenza delle arti che durerà sino «all’alba di quella nuova età di cui lo stesso Winckelmann si voleva nunzio e iniziatore» (Fausto Testa).

di Guido Cornini

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19 novembre 2018

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