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Come una macchina del tempo

· Giotto in mostra a Gubbio ·

Sono molte le mostre che l’Italia centrale sta dedicando alla riscoperta dei suoi tesori d’arte, messi a rischio dai sismi ma protetti, anzi recuperati da popolazioni che li sentono più che mai parte della loro identità e attualità. Restaurati, riletti da punti di vista inusitati, i capolavori rivelano nuove, spesso sorprendenti angolazioni di sé e del contesto che li ha generati. La mostra Gubbio al tempo di Giotto, tesori d’arte nella terra di Oderisi, aperta fino al 4 novembre con notevole afflusso di pubblico e grande interesse della critica, è un’occasione forse unica per gettar luce su un tratto di storia culturale sinora poco noto, che ha radice nella città umbra. Tra l’altro l’evento valorizza Gubbio nella sua spina dorsale, con il singolare impianto nella triplice sede: Palazzo dei Consoli, Palazzo Ducale, Museo Diocesano, quest’ultimo con l’antistante Cattedrale.

Maestro dei Magi di Fabriano, «San Giuseppe» (XIV secolo)

Vasta, armonica negli obiettivi e composita nella tipologia (polittici già smembrati e oggi ricostruiti, dipinti su tavola, croci, manoscritti liturgici miniati, oreficerie, reliquiari, sculture lignee e tessuti — inclusa la cassa di sant’Ubaldo trasferita dalla Basilica del Santo al Palazzo dei Consoli), la mostra poggia su anni di ricerca iconografica e archivistica, sostenuta dalla comunità locale con sponsor e istituzioni. È curata da Giordana Benazzi, Elvio Lunghi ed Enrica Neri Lusanna; il catalogo (Perugia, Fabrizio Fabbri, 2018, 336 pagine, 40 euro) contiene, oltre ai loro, i contributi di molti studiosi: Maria Rita Silvestrelli, Alberto Luongo, Jean-Claude Maire Vigueur; decisivo il supporto di Augusto Ancillotti, assessore alla cultura nel comune eugubino, studioso delle Tavole iguvine, conservate nel Palazzo dei Consoli e fruibili nel percorso espositivo anche se non ne fanno strettamente parte.

Il visitatore che entra in questa “macchina del tempo” sperimenta che l’arte, come la storia, è una coralità molto più ricca di quanto insegnino i luoghi comuni. Lo stesso Dante sembra mettere in bocca questo concetto a Oderisi: «“Frate”, diss’elli, “più ridon le carte / che pennelleggia Franco Bolognese; / l’onore è tutto or suo, e mio in parte”».

Di Oderisi non si conoscono opere certe, ma solo attribuite; i codici miniati in mostra ne ricostruiscono l’ambito, nonché le potenzialità del settore, che Dante accostò a quello pittorico in termini di eccellenza. È come se si introducesse emblematicamente il concetto di modernità; gli artisti cominciano a identificarsi con un nome, un “marchio”.

Come questa terzina intessuta di medievale courtoisie e l’intero Canto xi del Purgatorio, apologo di umiltà e sottile documento di storia culturale, la mostra è un gioco di specchi, rimandi e allusioni, un tout se tient. Si dimostra, in dettaglio, come in questa parte settentrionale dell’Umbria si sviluppasse una corrente che, collegata a Giotto e ai suoi maestri, si caratterizza per un linguaggio particolare, i cui artefici, nel cantiere assisiate, collaborano tra loro e col pittore a noi più noto.

Snodo fra Tirreno e Adriatico, con aperture verso la Toscana, la Romagna e Assisi, assorbita poi nei domini dei Montefeltro, Gubbio vede tornare oggi molti suoi capolavori, con importanti prestiti dall’estero, in dialogo con le opere rimaste in loco. «Dotata di un’intensa religiosità, le cui manifestazioni sopravvivono ancora e intrecciano i valori civici con una spiritualità profonda», la città rimette a fuoco le sue «figure di artisti senza nome e corpora di opere senza paternità»: dal Maestro dei Crocifissi francescani al Maestro della Croce di Gubbio; da Palmerino di Guido a Mello e alle loro botteghe familiari, con nessi intravisti, in alcuni casi, da studiosi di fine Ottocento, alcuni dei quali ne facevano addirittura arrivare le propaggini alle scuole di Perugino e Raffaello.

Peculiare di questa mostra è l’impianto comparativo: manufatti della stessa iconografia appaiati dinanzi all’occhio dello spettatore, offerti all’impatto visivo ed emotivo prima che alla riflessione critica. In quanto «terra di confine» (Ginevra Utari), la diocesi eugubina (una delle prime attestate nel centro Italia) è un «fronte di permeabilità politica e culturale» che permette di valutare le influenze artistiche, ad esempio rispetto alla tipologia delle croci e dei polittici, in una forbice cronologica che va dalla metà del XIII secolo con la Croce di Faenza, attribuita al Maestro delle Croci francescane, alla metà del secolo successivo con la Croce di Mello per il duomo di Pergola. Gli schemi sinottici «permettono di avere davanti agli occhi una vera e propria cartina di tornasole della rivoluzione in atto nel campo pittorico tra XIII e XIV secolo, del cui spirito gli artisti del territorio eugubino si fecero partecipi, giovando di trovarsi nel cuore del fermento in un frangente di prosperità economica per il Comune e il suo territorio».

Se poi nella basilica assisiate «si potesse riconoscere l’intervento del Maestro dei Crocifissi francescani anche nelle vetrate della chiesa superiore, insieme al Maestro di San Francesco, potremmo sostenere con una buona dose di certezza che a due pittori di estrazione locale, formati con ogni probabilità nelle botteghe dell’Umbria del nord, aggiornati sulle novità..., si deve, prima dell’arrivo di Cimabue, il ruolo più importante nella decorazione della basilica, tra sesto e settimo decennio del Duecento» (Giordana Benazzi).

In altri termini, Giotto avrebbe trovato una situazione già consolidata. Si formò una specie di koinè con squadre di artisti poliglotti delle provenienze più varie, che vennero preferiti alla “scuola di Spoleto” sia probabilmente per motivi politici, sia perché meno sclerotizzati, stilisticamente, per quella che oggi definiremmo un’operazione sperimentale (antesignana in qualche modo del cantiere della Sistina).

Benché praticamente nulla si sia conservato di Oderisi e del suo collega bolognese, «pittori e miniatori dell’Umbria del nord dovettero essere i primi ad avere larga parte in quella situazione assolutamente innovativa e destinata a consacrare la nascita di un modo del tutto nuovo di dipingere messa in movimento dal cantiere della basilica di Assisi, dove le novità provenienti dalla Toscana e da Roma... vennero a incrociarsi e a fondersi con i sedimenti della cultura locale, con il superamento delle regole codificate e diffuse da Bisanzio, peraltro già tradotte in linguaggio occidentale, con i saperi delle maestranze venute d’oltralpe».

di Isabella Farinelli

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20 ottobre 2019

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