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Come una fragile Cassandra

· Simone Weil secondo l'attore e drammaturgo argentino Cesar Brie ·

Simone si interroga sul mistero del male, dialoga con l’infermiere che la sta curando nell’ospedale di Ashford, nel Kent — dove morirà il 24 agosto 1943 — e mentre parla affonda lentamente in una brandina da campo dal fondo lacerato. Continua a parlare, a seguire il complesso arabesco dei suoi pensieri e ad affondare sempre di più, fino a sparire completamente dalla vista dello spettatore.

Una scena tratta dallo spettacolo «La volontà»

È forse la scena più commovente di La volontà, uno spettacolo diretto e interpretato dall’attore e drammaturgo argentino (ma italiano di adozione) César Brie, che ha debuttato durante l’ultima edizione de «I Teatri del Sacro» a Lucca e proseguirà la sua tournée italiana passando da Padova, Milano, Bergamo.
«Volevo che allo spettatore arrivasse l’immagine di una donna appoggiata contro un muro. Una donna in piedi e allo stesso tempo coricata nel suo letto, che parla con Dio. In quel letto non più disegnato, ma fatto d’aria, si troveranno a galleggiare, sostenuti dalle loro anime e dalla forza della loro amicizia, Simone e il poeta Joe Busquet, ferito alla schiena nella guerra e invalido per sempre. E in un altro letto, verticale ora, come la sua vigile attenzione, Simone sprofonda l’ultimo giorno della sua vita mentre descrive ai suoi cari il destino dei folli di Shakespeare, condannati come lei a dire la verità e a non essere capiti da nessuno».
Il poeta Joe Busquet è realmente esistito — ci restano le lettere bellissime che si sono scambiati — mentre l’infermiere esiste solo nella finzione scenica; a lui, che impersona di volta in volta il narratore, il padre di Simone, il fratello, il medico che la cura, sono affidati i salti spazio-temporali e i passaggi-cerniera dello spettacolo.
Su quel muro — continua Brie — Simone e il suo infermiere disegnano l’universo. Le stelle, che Simone studiava, appaiono mentre vengono brutalmente cancellate le sagome dei fucilati nelle purghe staliniane che fu tra le prime a denunciare. Il muro è il luogo dove si mostra l’esercizio della forza, che descrisse nel saggio sull’Iliade. E il letto, non più disegnato, galleggia attraversato da Simone e dalle sue ossessioni: il lavoro, la violenza, lo spirito, la febbre e gli stenti che la porteranno a morire a 33 anni, l’età del Cristo.
Il personaggio a cui dà voce César Brie è nato da un enigma: le due iniziali, C.M., che si trovano incise sulla lapide di Simone, sotto la scritta in italiano: «La mia solitudine, l’altrui dolore ghermiva fino alla morte».
«L’unica traccia di quest’uomo — spiega Catia Caramia, che interpreta la filosofa e mistica francese — sono le iniziali incise sotto l’epitaffio di Simone che si può ancora leggere nel cimitero di Ashford. Nessuno sa chi sia C.M.; noi l’abbiamo chiamato Carlo Manfredi, gli abbiamo dato un ruolo, quello di infermiere, e il compito di accudirla nella sua agonia. Il suo pensiero, quasi sconosciuto alla sua morte, oggi ci interroga con una forza sconvolgente».
Si occupò degli uomini, dei pensieri e delle azioni degli uomini, continua Brie. «Fu operaia, sindacalista, insegnante, scrittrice, storica, poetessa, drammaturga, combattente, filosofa, contadina. Morì di stenti, in esilio. Si occupava degli uomini e dimenticava se stessa». Una fragile Cassandra consumata dall’empatia del dolore.
«Per me è soltanto l’inizio — avverte il drammaturgo argentino — perché su Simone ho intenzione di lavorare ancora. Anche con Dostoevskij è andata così. La mite, I fratelli Karamazov: un solo spettacolo non basta. Con giganti come questi non si finisce mai».

di Silvia Guidi

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19 novembre 2018

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