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Come una donna d’affari

· La testimonianza di suor Rachele, responsabile della clinica Columbus di Milano ·

Suor Rachele è una donna vivace e di buon umore. E con spirito pratico, molto ottimismo e qualche audacia svolge il ruolo di responsabile della clinica Columbus di Milano, 130 posti letto, cinquemila malati l’anno, tecnologie di avanguardia, personale ultraspecializzato.

La Columbus è di proprietà dell’Istituto delle missionarie del Sacro cuore di Gesù di Francesca Cabrini ed è nato nel 1938 quando l’allora generale delle cabriniane Antonietta Della Casa chiese al cardinale Schuster di costruire una chiesa dedicata alla fondatrice. Il cardinale rispose: «Di chiese a Milano ce ne sono tante, meglio un ospedale». Così le suore cabriniane presero la villa Faccanoni Romeo, capolavoro dal modernista Giuseppe Sommaruga, poi ristrutturata da Giò Ponti, e la trasformarono in una casa di cura.

Suor Rachele è lì da dieci anni e, anche se gestisce milioni di euro, non si sente una donna d’affari: «Il mio compito principale è evitare che questa nostra creazione abbandoni il carisma dal quale è nata». Ma poi proprio come una donna d’affari decide e rischia. «Quando dovevamo stabilire se ristrutturare la sala operatoria avevo molti dubbi e anche qualche timore. Era un investimento grande, quattro milioni, per noi un rischio. Alla fine mi sono decisa. Chi doveva fornire i macchinari ci ha proposto un patto: loro avrebbero dato le macchine per un milione e mezzo di euro, noi le sale. Ho accettato, e non solo perché c’era la divisione del rischio, ma perché ho capito che l’azienda ci credeva e quindi l’operazione sarebbe andata a buon fine». Aveva visto giusto.

Di denaro alla Columbus se ne gestisce molto, ma la responsabile non pare aver alcun timore di sporcarsi le mani. Non pensa mai che gli affari possano prendere il sopravvento sul carisma? le chiedo. Ride, ha un gran senso dell’umorismo: «Qualche volta forse, quando vedo che la clinica è piena di malati e mi sorprendo a pensare che questo è bene perché ci consentirà di andare avanti. Lo so, non dovrei pensarlo. Ma è un pensiero momentaneo. Per me, per noi la gestione del denaro è un modo di fare apostolato, evangelizzazione».

La dimostrazione sta in quell’hospice costruito per i malati terminali di cancro collegato con l’ospedale Sacco di Milano. «Un esempio — dice — di collaborazione fra pubblico e privato. Le rette neppure bastano a coprire le spese quotidiane. Il lavoro delle suore è determinante per mandarlo avanti».

L’insegnamento di madre Cabrini rimane al centro del lavoro di suor Rachele. La formazione di cabriniana è fondamentale nel suo lavoro. «Madre Francesca apriva due scuole — ricorda — una per ricchi e una per poveri e con i soldi dei ricchi sosteneva i poveri che volevano studiare e il denaro andava da una parte all’altra. Così noi oggi reinvestiamo nelle nostre opere e nelle opere degli altri. Il denaro dobbiamo usarlo per quello che ci serve. Fra i nostri compiti c’è quello di formare il personale in modo che nel suo lavoro non ci sia solo tecnica e professionalità, ma si ispiri anche ai principi della solidarietà, dell’aiuto, dell’abnegazione. Senza questa etica la professionalità è monca ed il denaro allora sì che è sporco, perché è investito male».

di Ritanna Armeni

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07 dicembre 2019

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