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​Come una corda
che risuona nel cuore

· A colloquio con Gabriele Finaldi, direttore della National Gallery di Londra ·

Vent’anni fa (era il 4 aprile 1999) Giovanni Paolo II inviava una Lettera agli artisti in cui chiedeva un nuovo patto tra quanti si dedicano all’arte e la Chiesa. Un appello sulle tracce di Paolo VI, da sempre attento all’espressione artistica. E anche anticipatrice dell’attenzione che i Pontefici successivi hanno riservato al rapporto tra arte e fede: Benedetto XVI, ad esempio, tenne un incontro apposito con gli artisti nella Cappella Sistina (era il 2009); Papa Francesco vi ha dedicato addirittura un intero libro, La mia idea di arte (2017). Per ricordare e attualizzare la Lettera agli artisti abbiamo interpellato un’autorità mondiale in materia: Gabriele Finaldi, italo-inglese, dal 2015 direttore della National Gallery di Londra, uno dei musei più prestigiosi a livello internazionale.

Guercino  «L’incredulità di san Tommaso» (1621)

«La vocazione artistica è una sorta di scintilla divina». Condivide questa affermazione nella «Lettera agli artisti»?

Questa è una delle tante espressioni ricche di suggestioni proposte nella Lettera, un testo che rimane a tutt’oggi, venti anni dopo, di grande interesse e di grande attualità. Le culture antiche vedevano nella creatività artistica una sorta di energia divina; Prometeo sottrasse agli dei dell’Olimpo la fiamma della creazione. Giovanni Paolo II si riferisce all’estro, non sempre comprensibile o controllabile, che dà luogo a opere epifaniche che rivelano un mistero e che possono avere qualità profetiche.

Davanti a quale opera d’arte ha provato che questa affermazione è vera?

Certamente di fronte ad alcune espressioni artistiche — le ultime Pietà di Michelangelo, la cattedrale di Chartres, il Libro di Kells, o il Requiem verdiano — non risulta difficile riconoscere la verità dell’affermazione papale.

«Ogni forma autentica d’arte è, a modo suo, una via d’accesso alla realtà più profonda dell’uomo e del mondo». Papa Wojtyła richiama il grande ruolo che l’educazione all’arte può rivestire oggi in un mondo governato dal “paradigma tecnocratico” denunciato da Francesco in «Laudato si’». Si sta facendo abbastanza, nel campo della formazione e nella scuola, per l’educazione alla bellezza dell’arte?

Nelle sue varie manifestazione, la bellezza ha un grande potere di attrazione. Ha la capacità di suscitare una vibrazione nell’intimo del nostro essere, come le lunghe corde di uno strumento musicale che si affiancano a quelle toccate dalle mani del liutista, quasi un riconoscimento o un assenso nel subconscio. Di tutti i modi rimane fondamentale il ruolo dell’educatore, quello che introduce l’esperienza artistica, il genitore, il maestro, il professore. Nella scuola non si dà sufficiente attenzione all’educazione all’arte e alla bellezza: un triste riflesso di concepire la persona come agente di produzione o semplice funzionario della società.

Che ruolo può avere un museo in questo?

Il museo d’arte ha indubbiamente la responsabilità di arricchire l’iniziazione culturale del visitatore di tutte le età.

«Dentro queste forme non c’è solo il genio di un artista, ma l’anima di un popolo». Nella «Lettera» Giovanni Paolo II richiama il legame tra l’artista singolo e la sua cultura. Dalla sua esperienza di direttore di musei prestigiosi – ad esempio, oltre alla National Gallery, il Prado di Madrid – in quale aspetto, guardando l’esperienza dell’arte e della cultura italiana, questo legame è più visibile?

Gli artisti italiani hanno saputo dare una forma ideale e serena all’esperienza dell’uomo e per molti secoli questa ha avuto un peso normativo. Gli italiani si sono sentiti eredi diretti del mondo antico e del cristianesimo, e hanno elaborato una visione culturale sintetica che si è manifestata perfettamente nelle creazioni artistiche di Dante, Piero della Francesca e Raffaello. Gli spagnoli hanno un senso grave della vita che si manifesta a sua volta nella pittura profondamente umana di Velázquez e la musica solenne di Tomás Luis da Victoria, ma anche, secondo me, nel flamenco hondo.

«L’arte continua a costituire una sorta di ponte gettato verso l’esperienza religiosa», scrive Giovanni Paolo II. Di recente lei ha tenuto a Londra una conferenza su «Arte e fede».

Sì, ho dato la conferenza nella parrocchia gesuita di Farm Street e ho voluto parlare del corpo umano come portatore di dualità essenziali come materia che soffre e carne redenta, il corpo di Cristo come oggetto di brutalità e castigo, e soggetto di presenza sacramentale. Mi sono concentrato sulla Deposizione di Rogier van der Weyden, un quadro che permette di parlare in termini di un’autentica teologia pittorica, e sull’Ecce Homo dell’artista inglese contemporaneo Mark Wallinger, una scultura in marmo che fu esposta nel 1999 sul cosiddetto Quarto Plinto in Trafalgar Square: un uomo piccolo e vulnerabile circondato nella grande piazza da monumentali statue in bronzo degli eroi militari della storia imperiale britannica. Credo fermamente che le grandi opere di arte religiosa hanno la capacità di interpretare la vita delle persone.

«La Chiesa desidera che nella nostra età si realizzi una nuova alleanza con gli artisti». Questo auspicio di Giovanni Paolo II si è realizzato?

È un tema complesso che non credo che sia risolto. Le avanguardie artistiche del nostro tempo, penso soprattutto alla pittura, sono state spesso ostili al fatto religioso e così le comunità religiose si sono spesso rifugiate nella tradizione senza trovare formule artistiche realmente appropriate per il mondo contemporaneo.

Esperienze positive ve ne sono state?

Forse abbiamo avuto delle soluzioni più adeguate nella musica e nell’architettura, penso alle opere di Messiaen o — in ambito britannico — James MacMillan, o gli edifici religiosi di Le Corbusier e Tadao Ando. La metafora evangelica che parla del regno dei cieli come un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche offre delle indicazioni preziose anche per l’arte.

«La Chiesa ha bisogno dell’arte. Si può dire anche che l’arte abbia bisogno della Chiesa?». Cosa risponde, da uomo che ha fatto della cura dell’arte una professione, a questa domanda di Giovanni Paolo II?

Questa è una parte molto interessante della Lettera agli artisti. Giovanni Paolo II parla della religione come la patria dell’anima e questa come un campo privilegiato della ricerca artistica. Il desiderio di scoprire le verità nascoste e di esprimere cose ineffabili appartiene sia all’arte che alla religione. È proprio della Chiesa incitare costantemente a guardare verso l’alto, a mantenere la speranza, ad amare il prossimo e servire l’umanità, e questi temi sono essenziale anche per il costante rinnovamento dell’arte.

Le chiedo infine un piccolo divertissement: se dovesse abbinare a ciascun Papa dei tempi recenti — Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, Francesco — un quadro custodito alla National Gallery, quali sceglierebbe?

Per Papa Francesco penso subito alla grande tela di Murillo che rappresenta Gesù che si avvicina all’infermo povero e abbandonato accanto alla piscina di Bethsaida, per sanarlo. È invece il San Gerolamo nello studio di Antonello da Messina, opera squisita del 1475 circa, che mi ricorda l’ingente corpus teologico del Papa emerito Benedetto XVI. Per Giovanni Paolo II, il Papa della mia gioventù, mi viene alla mente la figura di Cristo nell’Incredulità di san Tommaso di Guercino in cui il Risorto, giovane e bellissimo, entra in un dialogo amoroso con l’apostolo scettico e esigente.

di Lorenzo Fazzini

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08 dicembre 2019

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