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Come una catechesi

· L’architettura liturgica e la sua missione di annuncio ·

Il 31 agosto scorso è stata consacrata la chiesa della Riconciliazione del monasterio de la Conversión delle monache agostiniane di Sotillo de la Adrada, un paese della provincia di Ávila, in Spagna. Quest’evento ecclesiale ha rappresentato anche un’opportunità per riflettere sull’architettura liturgica e sulla sua missione mistagogica di annuncio della presenza del mistero di Dio in mezzo al mondo postmoderno, nel quale si sono praticamente perdute le strutture di riferimento, per lasciare il passo a una società “liquida”, dispersiva e soggettivista in cui nulla ha un obiettivo o un significato preciso e definitivo, giacché tutto può essere trasformato, riadattato, ristrutturato. In tal senso, la costruzione degli spazi polivalenti e dei cosiddetti “non luoghi”, così tipica dell’architettura del nostro tempo, esprime questa caratteristica e questa situazione sociale.

I templi consacrati, al contrario, ci introducono in una nuova visione della realtà, “riorganizzano” il cosmo, ci parlano del suo principio e del suo destino, del giardino dell’Eden e della Gerusalemme celeste: nel corso della storia della Chiesa sono stati innalzati seguendo orientamenti o principi teologici e architettonici fondati sulla conoscenza di Dio, dell’uomo e del mondo rivelata all’interno della nostra tradizione giudaico-cristiana. Le coordinate, i principi che orientano l’architettura liturgica “ristrutturano” la realtà in ordine al mistero, collegando i cardini cosmico-spaziali fondamentali — «l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità» — con l’amore di Dio, secondo l’espressione che Paolo usa nella lettera agli Efesini (3, 18).

La “lunghezza” della chiesa cristiana è il suo orientamento. Le chiese si sono sempre costruite, per secoli, guardando a Oriente. Si indica così l’orizzonte di speranza di questo mondo che vive nell’attesa nuziale di un compimento, di una realizzazione attraverso la comunione d’amore. I cristiani, nel pregare guardando al sole nascente, annunciano e realizzano in qualche modo la vita che verrà: la celebrazione senza fine delle nozze dell’Agnello con la sua Sposa, la Chiesa, questo mondo in via di trasfigurazione. La “lunghezza” di ogni vita umana, di ogni tempo e spazio viene salvata nell’esperienza liturgica mediante la speranza dell’incontro con Cristo risorto che redime il costante trascorrere del tempo trasformandolo in storia di salvezza, nell’incontro con Colui che è venuto, che viene in ogni eucaristia e che verrà per tutta l’eternità.

L’“ampiezza”, la grandezza del tempio, il suo spazio di accoglienza e di incontro rivelano la condizione dell’uomo come essere di comunione e di festa. Siamo fatti per vivere in compagnia, mano nella mano degli altri, nella gioia della fraternità, dell’amore e della celebrazione per il semplice fatto di essere insieme, perché Dio si è fatto Emmanuele, «Dio con noi». Siamo convocati dalla Parola creatrice che ci costituisce come popolo di Dio riunito per ascoltare la sua voce e rispondere alla sua Parola con l’accoglienza vitale che rinnova ogni giorno il mistero mariano: «La Parola si fa carne e abita in mezzo a noi». La centralità dell’ambone, situato nel mezzo dell’assemblea nelle chiese paleocristiane soprattutto di tradizione semitica, esprime questa ecclesialità della Parola e della spiritualità mariana come principio di trasformazione esistenziale ed etica del credente.

Le chiese sono porte aperte al cielo: ci ricordano così che «il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Dio». L’“altezza” del tempio ricorda l’apertura alla trascendenza come modo particolare di vivere, di camminare e di stare nel mondo. Nell’architettura cristiana si sono sviluppati diversi elementi che esprimono questa “altezza” o apertura al cielo: le cupole, le volte, i contrafforti, le torri, le guglie, le vetrate, i rosoni. Tutto ci invita a guardare più in alto, al di là dei nostri calcoli o possibilità, rompendo con l’immanentismo imperante che ci asfissia e ci deturpa.

L’immagine della casa costruita sulla roccia della parabola trova il suo compimento nella chiesa edificata, sostenuta grazie alla pietra base, la pietra angolare che è Cristo. Architettonicamente questo simbolo cristiano si è espresso in genere in due forme: la posa della prima pietra dell’edificio, con una liturgia speciale, nella quale si ripete costantemente l’idea che l’unico fondamento della Chiesa è Gesù Cristo; e con la collocazione, nella parte inferiore dell’altare, delle reliquie di martiri e santi. Così, nel luogo concreto del tempio in cui si attualizza il sacrificio del Signore sulla croce, noi depositiamo i corpi dei nostri fratelli nella fede che hanno offerto le loro vite nella fedeltà a Cristo, veri martiri, testimoni della fede nel corso della storia, grazie ai quali si sostiene e si rafforza la nostra povera confessione di credenti.

La fedeltà creativa a questi principi liturgici e tecnici è l’obiettivo che, nei campi della teologia e dell’architettura, abbiamo di fronte a noi per ravvivare la funzione kerigmatica e catechetica che la costruzione della chiesa ha significato nella storia del cristianesimo.

di Carolina Blázquez Casado

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27 gennaio 2020

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